Riflessioni sparse sul libro verità. Gli anonimi hanno sempre torto

Pubblicato il autore: francesco agostini Segui

libro verità
La notizia è fresca, anzi freschissima: è uscito da pochi giorni il già famoso libro verità che fa luce sugli scandali del ciclismo. Già questo dato dovrebbe farci riflettere. Libro verità? Scandalo? Quale scandalo? Che il ciclismo sia uno sport martoriato da questo punto di vista è sotto gli occhi di tutti: dallo shock Armstrong, passando per De Luca, Fuentes e tanti tanti altri. Non è questo il problema; le mele marce esistono in qualsiasi sport, basta trovarle e possibilmente eliminarle per non far sì che il fenomeno si propaghi. Tutto qua. Dunque, già di per sé lo scandalo non esiste perché lo sapevamo già. Appurato questo con malinconia e un pizzico di disincanto, veniamo ai fatti concreti. L’autore di questo libro verità sarebbe un ciclista anonimo che ha scelto di rimanere nell’ombra perché ancora in attività e, di conseguenza, teme, e non a torto, di perdere il proprio posto di lavoro. Già le suddette premesse sono più che valide per non dare eccessivo peso a questo libro: gli anonimi non dovrebbero parlare e hanno sempre torto. Nella vita bisogna prendersi le proprie responsabilità, o si parla, ci si mette la faccia e si fanno i nomi o non si parla per niente. Che senso ha denunciare e gettare fango su uno sport del quale tuttora si fa parte e che continua a darti da mangiare? Se il ciclismo è così marcio come descritto nel libro verità, perché continuare a farne parte? Perché insistere nel tenere sù la baracca traballante? A pensarci bene è tutto un enorme controsenso.

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Il libro verità stranamente anonimo

Le strade che si pongono davanti a un possibile “pentito” sono due: o uscire allo scoperto quando si è ancora in attività dimostrando coraggio, oppure farlo il giorno dopo aver smesso la carriera agonistica. Chiaramente il primo caso ha tutt’altra valenza rispetto al secondo: un conto è giocarsi tutto, carriera in primis, e ben altra cosa è godere di tutti i privilegi che il ciclismo può dare (sì, parliamo del volgare denaro) per poi ritrattare tutto una volta scesi dalla giostra. La denuncia c’è in entrambi i casi, è vero, ma non è la stessa cosa. Qui, invece, non ci troviamo in nessuna delle due situazioni, nonostante le accuse siano pesantissime. “Capì tutto dopo un Tour des Flandres. Una delle gare più belle e difficili. Dopo l’ennesima delusione. L’ennesimo ritiro, nonostante il sogno adolescenziale di piazzarsi tra i primi dieci o, chissà, di salire sul podio: “Ma quel giorno, capii che se volevo realizzare il mio sogno, dovevo essere un po’ meno clean.” (La Gazzetta dello Sport). Oppure, parlando delle gare falsate: “Decide tutto l’organizzatore che paga: ordine di arrivo, tratti di attacco, miglior sprinter, record del giro, etc.” (La Gazzetta dello Sport). In ultimo, l’elusione dei controlli: “Basta cambiare, scalandola di mezza giornata, l’ora di geolocalizzazione e guadagni il tempo per far sparire le tracce di microdosi.” (La Gazzetta dello Sport).
Il tutto, naturalmente, rimanendo completamente anonimi. Cosa direbbero i vecchi saggi di questo libro verità? Probabilmente che si tira il sasso e si nasconde la mano.

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