Ciclismo, doping tecnologico: senza cultura sportiva, regole restano inutili

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

vivax-corsa“Due ragazzi del borgo, cresciuti troppo in fretta, un’unica passione per la bicicletta”. Così recitavano le prime note di una celebre canzone di Francesco De Gregori. “Il bandito e il campione”. Sante Pollastri e Costante Girardengo. Nomi che hanno fatto storia, hanno tramandato aneddoti e leggende e hanno contribuito a rendere il ciclismo uno sport di massa. Lo sport con la “s” maiuscola per tanti italiani del dopoguerra, che nelle due ruote vedevano la possibilità di un riscatto difficile da carpire, in un’Italia ancora contadina e ferita nel cuore dai segni tangibili del conflitto mondiale.

Era un romanticismo puro. Semplice. Malgrado questo nobile sport, che il nostro Paese porta da sempre nelle proprie vene, spesso abbia regalato pagine di cronaca tutt’altro che edificanti. I suoi capimastri finiti nel fango per scandali legati al doping e, ancora, intere squadre passate al setaccio dei controlli dell’ dell’Unione Ciclistica Internazionale (UCI). Spesso non senza amare conseguenze.

Eppure c’è una nuova frontiera per tentare di primeggiare con metodi poco ortodossi: si chiama doping tecnologico o elettromagnetico. Come riporta La Gazzetta dello Sport in un articolo risalente al febbraio di quest’anno (https://www.gazzetta.it/Ciclismo/01-02-2016/bicicletta-motore-ruota-sistema-nuovo-vecchio-grafico-zolder-van-den-driessche-140501305543.shtml) il Vaso di Pandora è stato ufficialmente scoperchiato a Zolder, in Belgio, durante il mondiale di ciclocross, quando Femke Van den Driessche, campionessa della disciplina, è stata trovata in possesso di una bicicletta che nella canna conteneva un vero e proprio motorino, capace di aumentare notevolmente le prestazioni dell’atleta. Per lei sei anni di squalifica.

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Come riporta la “rosea”,  la tecnica non è affatto nuova anzi, confessa “un guru del settore” intervistato dal quotidiano, attualmente si è andati ben oltre e la nuova frontiera è rappresentata dal “doping elettromagnetico” con la ruota di trazione assistita dall’emissione di energia.

“Mister X”, di cui non appare il nome sulle colonne della giornale, confessa di aver venduto, solo in Italia, oltre mille esemplari di questo ibrido tra velocipede e ciclomotore, sottolineando come a livello agonistico se ne faccia uso da ben prima del 2010, quando David Cassani dimostrò in diretta televisiva l’esistenza della bicicletta a motore.

Come uscire da questo nefasto tunnel in cui il ciclismo si sta lentamente incanalando? In molti, tra cui Vincenzo Nibali, chiedono l’immediata radiazione per gli atleti trovati in possesso di simili “aggeggi”, sostenendo che il “doping tecnologico” sia, a livello etico oltre che di risultati, ben più grave di quello “classico”. Di certo è sbagliato esaminare quale dei due mali rappresenti quello “minore”. La comunità sportiva internazionale deve condannare qualsiasi forma di elusione delle regole, soprattutto in uno sport come il ciclismo, che negli ultimi vent’anni ha perso tanta della sua credibilità. Complice, sia chiaro, l’inasprimento dei controlli. Sarebbe sbagliato, infatti, affermare che sostanze illecite e tentativi di baro non siano esistiti in passato.

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Il “limbo” in cui ci si è crogiolati per anni, i sospetti sopiti e mai approfonditi fino in fondo (basti pensare alle immagini trasmesse da France Télévision qualche tempo fa, in cui, grazie all’utilizzo della telecamera termica, si gettavano delle ombre sul comportamento di Contador al Giro d’Italia 2015) hanno contribuito a produrre queste situazioni.

Di certo l’avversione dell’UCI all’utilizzo della telecamera termica (quella usata da France Télévision) in luogo del teslametro (strumento meno affidabile per l’ampia variabilità del campo magnetico) potrebbe essere un chiaro freno alla risoluzione della faccenda.

“Ho suggerito l’introduzione nel passaporto biologico dei valori di potenza. Una salita a 470 watt non la può fare nessuno” ha detto Mister X alla Gazzetta. Aggiungendo come “credo basti studiare gli exploit di alcuni corridori per vedere chi va a motore”.  Infine: “Quando leggo le classifiche delle Granfondo, mi viene da ridere, le potrei riscrivere quasi tutte”. 

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Parole che, de facto, mettono il punto finale a qualsiasi significato dello sport. Il percorso per ripristinarne il significato più sincero è lungo e irto di difficoltà.  Perché si possono aumentare i controlli, ma fin quando non sarà la cultura sportiva e della competizione a tamponare un modus operandi illegale dalla base, ci si troverà sempre di fronte a momenti di estrema criticità.

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