Adriano Malori di nuovo in gara: “La fine di un incubo”

Pubblicato il autore: Domenico Margiotta Segui

Adriano Malori Movistar


La fine di un incubo iniziato lo scorso 22 gennaio. Il corridore Adriano Malori cadde nel corso di una tappa del Tour de San Luis ed entrò in coma. Poi la lunga riabilitazione e il terrore di non poter più tornare a pedalare su una bicicletta, la paura di non poter essere più un corridore. Il passo successivo è la liberazione: il vice campione al mondo in carica della cronometro tornerà in gruppo in Canada il nove e l’undici di settembre per le gare di Quebec e Montreal. Il peggio è passato ma la paura resta e il ricordo è più vivo che mai: “Era il 22 gennaio, stavo benissimo. Parlo con Nibali per attaccare nel finale. Di colpo iniziano dei fotogrammi, poco nitidi che sono andati schierandosi 15 giorni dopo. Mi sono reso conto che ero in ospedale in Argentina con la parte destra del corpo paralizzata. Ero il vice campione del mondo della crono, dovevo suonare il campanello per andare in bagno. A Pamplona, dopo il trasferimento, mi hanno spiegato tutto perché in Argentina erano rimasti vaghi. Un medico mi ha detto che il cervello si era disconnesso dalla parte destra del corpo. Con un po’ di fortuna e di riabilitazione tornerai una persona normale. Un altro mi ha detto ritieniti fortunato se tornerai in bici a comprare il pane”. Comincia cosi il ricordo che Malori ha rivelato alla Gazzetta dello Sport.

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Malori di nuovo in gara. Il 28enne ciclista su strada e pistard italiano che corre nella Movistar dello squalo Vincenzo Nibali, non batte ciglio, quasi ad esorcizzare quanto gli è accaduto, parla delle sue conquiste e delle sue vittorie (campione del mondo under 23 a cronometro nel 2008 e la medaglia d’argento di specialità ai campionati del mondo 2015 di Richmond), seguendo il filo logico dettato dal trascorrere del tempo, fino alla dura lotta vissuta per tornare a rivedere la luce in fondo al tunnel: “Ho continuato poi la riabilitazione. Ho condiviso il mio cammino con gente che stava molto male, ma li invidiavo perché magari camminavano e io stavo su una sedia a rotelle. Però miglioravo e poi sono state le altre persone a guardarmi con invidia. A fine marzo sono ritornato sui rulli, circa un’ora al giorno. Due mesi con 6 ore di riabilitazione più i rulli. L’obiettivo all’inizio non era tornare a fare il corridore ma tornare una persona normale, anche solamente tagliare una bistecca e mangiarla. La speranza di tornare a correre è arrivata a metà aprile. Non ero bello da vedere ma riuscivo a fare i rulli. Il 28 aprile abbiamo fatto una prova con la squadra, mezz’ora in bici con neurologo al seguito e un fisioterapista. Ho cominciato a sperare di tornare a correre, ma non la dicevo questa cosa. La prova era andata bene, tornando a casa, andavo in bici. Vedevo che però non miglioravo, dopo un’ora e mezza in bici la mano destra diventava dura. Sono ricaduto nel baratro, da metà maggio a metà giugno. Un altro momento molto difficile. A Pamplona, tornando per un controllo, mi hanno detto che avevo perso la retta via. Sono tornato, mi hanno curato, ho continuato ad andarci. Ho fatto solo una sosta a casa per sposarmi con Elisa, che mi è sempre stata accanto. Mi spingeva sulla sedia a rotelle. Fino al 10 agosto ho proseguito la riabilitazione e mi hanno dato il permesso per tornare a lavorare. Andavo in bici fino alle 20.30”. Alla fine del tunnel, finalmente la luce: “Vi chiedo scusa se non ho parlato, ma volevo parlare solo quando ero sicuro di tornare a correre. Ora lo sono. Sarà in Canada, nelle gare di Quebec e Montreal, il 9 e l’11 settembre. Lo voglio dire, voglio dare una speranza alle persone perché in sette mesi sono tornato”.

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