La strana estate di Vincenzo Nibali

Pubblicato il autore: Giovanni Anania Segui
Nibali con la maglia della nazionale italiana

Nibali con la maglia della nazionale italiana

Il sogno olimpico di Vincenzo Nibali si infrange sull’asfalto, a pochi km dal traguardo, quando era al comando.
Una mesta uscita di scena per un campione che avrebbe meritato miglior sorte. Ma nel ciclismo cadere ci sta, fa parte della corsa. Amen.
Piuttosto viene da chiedersi se sia stato giusto da parte del corridore siciliano giocarsi le residue fisches della stagione alla roulette di una corsa di un giorno.
No, probabilmente no.
Nibali non è più giovanissimo. Ha già alle spalle una carriera che lo pone ormai tra i grandi di questo sport. Ha vinto un Tour, una Vuelta e due Giri d’Italia, ma ha saputo imporsi anche in una classica monumento come il Giro di Lombardia.  Un corridore antico. In sella dall’inizio alla fine della stagione agonistica. Forte delle corse a tappe, ma competitivo anche nelle gare di un giorno. Come nessun altro nel ciclismo moderno.
Sull’altare della programmazione, Nibali quest’anno ha invece rinnegato sé stesso. Si è piegato all’idea secondo la quale non si può correre per fare classifica sia al Giro che al Tour de France.
Il vecchio Valverde ha dimostrato il contrario. Ma, in ogni caso, se dopo aver speso tutto per riconquistare il Giro d’Italia Nibali non si sentiva di affrontare il Tour da protagonista avrebbe dovuto rinunciarvi, semplicemente.
Non si può vedere un vincitore del Tour staccarsi sulla prima salita della corsa né, al netto della retorica da libro cuore, fare il gregario a Fabio Aru, suo giovane compagno di squadra.
D’altra parte, lo stesso Aru è rimasto schiacciato dal peso di questa responsabilità, ed è crollato.
Assai meglio avrebbe fatto l’Astana a lasciare libero Nibali di giocare le proprie carte, anche per il bene di Aru. A fine stagione i due si separeranno, ed è meglio così per entrambi.
Soprattutto, Vincenzo Nibali aveva il dovere di onorare il Tour. Non si può correre il Tour per preparare l’Olimpiade. Così come, si è sempre detto, non si può correre il Giro d’Italia per preparare il Tour. I campioni onorano sempre le grandi corse. Ma il Tour è il Tour, la più grande corsa del mondo, e …val bene una messa.
L’Olimpiade, invece, non solo non vale il Tour de France, ma probabilmente neppure un mondiale o una delle cinque classiche monumento.
Nel ciclismo, la gara olimpica ha pochissima tradizione, e la tradizione nel ciclismo è tutto o quasi.
La vittoria olimpica, quantunque prestigiosa, non avrebbe aggiunto molto alla sua carriera. Non valeva la rinuncia al Tour. Il suo posto era lì, a rivaleggiare con Froome e Contador. Questo è il senso dello sport, la competizione. Più che la vittoria.
Peraltro, se in Francia un buon corridore, ma non certo un campionissimo come Bardet, è giunto secondo, la vittoria, o comunque il podio, al Tour di quest’anno erano largamente alla sua portata. Peccato.
Al Tour gli è anche sfuggita quella vittoria di tappa che aveva inseguito, per lasciare comunque il segno. Gli è sfuggita per non aver rischiato il tutto per tutto in discesa, quella discesa che invece a Rio gli è stata fatale. Un segno del destino.
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