Doping ciclismo, presentata la scioccante biografia di Thomas Dekker

Pubblicato il autore: Andrea Biagini
Doping ciclismo

La copertina del libro-confessione “Thomas Dekker, mijn gevecht (la mia battaglia)”

Squalificato per doping nel 2009 (positività all’EPO) e ritiratosi definitivamente dal mondo del ciclismo professionistico nel 2015, Thomas Dekker ha deciso di svelare, attraverso la propria biografia “Thomas Dekker, mijn gevecht (la mia battaglia)”, incredibili retroscena sulla sua carriera da pro’, tra casi di doping e serate a luci rosse. Compagno di stanza del reo confesso Boogerd al team Rabobank, Dekker ha messo in luce gli scandali che a quel tempo venivano giudicati come un stile di vita naturale, con riferimenti particolari al Tour de France 2007.
In un estratto del libro, scritto con la collaborazione del giornalista olandese Thijs Zonneveld e pubblicato da AD.nl, Dekker racconta di come fosse riuscito ad ottenere Dynepo, l’EPO di seconda generazione, usato 8 volte durante quel Tour de France, e di come facesse abuso delle TUE, vale a dire delle esenzioni concesse dall’UCI  per l’utilizzo di farmaci (altrimenti non autorizzati) a scopi terapeutici.

“Prendevamo cortisone ogni giorno. Il nome del prodotto era Diprofos, per il quale avevamo un certificato medico. Non volevamo nemmeno sapere per cosa fosse, si trattava di un imbroglio. Con il cortisone eri in grado di dare di più durante la gara. Inoltre, ero bello e magro: 68 kg per 1,88 m, non ero mai stato così magro prima d’ora”, scrive Dekker nel libro.
A quel tempo, infatti, l’abuso di corticosteroidi era una cosa normale, come dimostra il fatto che nel 1999, dopo un controllo antidoping che rilevò una positività al cortisone, Lance Armstrong riuscì ad ottenere un’esenzione retrodatata.

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Doping ciclismo, quell’ematocrito troppo alto e le flebo d’acqua per abbassarlo

Continuando a parlare del Tour 2007, Dekker rivela altri scandali che riguardarono lui e il compagno Boogerd: “La partenza era da Londra. Noi arrivammo con una settimana di anticipo. Il giovedì prima del Tour avevamo un controllo dell’UCI. Il mio ematocrito era a 45, mentre quello di Michael era a 50. Era al limite, e dunque a rischio: un punto sopra e sarebbe caduto anche lui nella trappola dell’antidoping. I dottori del team gli consigliarono di iniettarsi ogni giorno, alle 6 di mattina, prima che i controllori bussassero alla porta, una flebo di acqua nelle vene. In questo modo l’ematocrito sarebbe sceso di due o tre punti”.

Dekker prosegue quindi raccontando di come, per rendere più vivace una serata in hotel passata a bere vino, lui e Boogerd decisero di chiamare due escort trovate su internet.
“Io e Michael restammo un po’ delusi: erano molto meno belle delle foto nel sito”.

Doping ciclismo, l’esclusione di Rasmussen dal Tour

In quel Tour, l’uomo della Rabobank che avrebbe dovuto fare classifica era Michael Rasmussen, che fin da subito cercò di comportarsi da leader durante i meeting nel pre-gara.
“Noi ancora non sapevamo che lui avesse mentito sulla sua rintracciabilità, né tantomeno che fosse dopato fino al collo, sebbene potessimo sospettarlo. Non sapevamo che i dottori gli avevano fatto delle iniezioni di Dynepo utilizzando le nostre scorte”.
“Rasmussen era l’uomo giusto, era molto bravo. Nella prima vera tappa di montagna decise di partire a 60 km dall’arrivo. Lo rivedemmo solamente al traguardo di Tignes, in maglia gialla”.

Dekker descrive quindi l’atmosfera gioiosa che si respirava all’interno del team, fin quando non venne fuori che Rasmussen aveva mentito agli agenti dell’antidoping in merito alla sua posizione prima del Tour.
“Non domandammo nulla a Rasmussen, lo rispettavamo. Era stato furbo, così come Boogerd. Penso. Aveva trovato un sistema che all’apparenza funzionava, visto che era in maglia gialla. Molto semplicemente, il doping era ovunque: sia nel nostro team che negli altri. Dynepo, cortisone, sacche di sangue, terapie endovenose e sonniferi: quando sei circondato da assurdità, inizi a pensare che queste siano la normalità”.

Le cose sembravano quindi andare per il meglio, con il danese sempre più al comando della generale, finché un giorno il telefono di Theo de Rooij, l’allora direttore sportivo della Rabobank, suonò:
“Non potevamo credere che gli affari in Messico avrebbero potuto avere conseguenze del genere, finché Rasmussen non venne a bussare alla porta della camera mia e di Boogerd. Appena entrato, potei notare le sue lacrime. “Mi hanno escluso dal Tour”, disse. Boogerd quindi gli chiese: “Cosa? Che intendi?”, così Rasmuessen balbettò:”E’ stato Theo. Theo mi ha escluso dal Tour”.”

La squadra infatti non riusciva a capire come mai Rasmussen fosse stato cacciato dal Tour per aver mentito sulla sua posizione.
“Rasmussen aveva mentito, e quindi? Non avevamo fatto tutti cose che non erano consentite? I dottori della squadra si occupavano solo ed esclusivamente del doping. Personalmente, non avevo mai parlato con De Rooij di doping, ma non potevo immaginare che lui pensasse che Rasmussen potesse vincere il Tour senza doping. Era forse stupido? La politica che lui ed Erik Breukink conducevano era al meglio della tolleranza. Loro ci chiedevano di dare il massimo in ogni competizione, senza voler sapere come. Loro non ce lo domandavano, quindi non sapevano esattamente come andavano le cose”.

Biografia Dekker, la festa rimandata di Parigi

Dekker racconta poi di come fu difficile per i corridori della squadra presentarsi al via della tappa il giorno seguente, e di come i festeggiamenti a Parigi non andarono come da programma.
“Quando raggiungemmo la sede di partenza gli spettatori iniziarono a fischiarci. Ci urlavano “dopati”, “imbroglioni”. Micheal (Boogerd, ndr) colpì addirittura con un pugno un ragazzo che gli aveva detto qualcosa riferito al doping in olandese”.
“Era stata programmata una grande festa, avremmo dovuto raggiunto il quartier generale della Rabobank su un treno tutto giallo, ma invece andammo tutti insieme in un hotel di Parigi. Non c’era niente da festeggiare”.

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