Paga e Corri: Federciclismo assolve i manager

Pubblicato il autore: Doro Thea Segui

Si facevano pagare per passare dal dilettantismo al mondo del professionismo. Questo, in estrema sintesi, il “Paga e Corri”, che implica i direttori sportivi di ben tre squadre professionistiche in Italia. Tali direttori, facevano correre gli atleti ad una condizione: pagando o, in alternativa, chiedendo di fornire gli sponsor necessari alla società. Il Tribunale Federale della Federciclismo, però, non si è sentito di andare contro a tali direttori sportivi. La sentenza ha fatto oltremodo discutere e si è, per adesso, conclusa con l’assoluzione di Angelo Citracca, Gianni Savio, Bruno Reverberi e dell’atleta Marco Coledan.

Accusa che aveva richiesto l’inibizione per un anno e sei mesi per Gianni Savio, un anno per il Manager Angelo Citracca e due anni per Bruno Reverberi. Tre mesi di inibizione, invece, per il corridore Marco Coledan, autore della denuncia che ha fatto scoppiare tutto il caso. Nome di Coledan che è stato fatto a causa di Elia Viviani: il suo compagno, infatti, gli aveva confermato di aver ricevuto alcune richieste di denaro per poter correre. Ha dovuto, inoltre, pagare una penale per potersi svincolare dal club, anche se nel contratto non era inserito l’importo a cui ammontava il pagamento di tale penale.

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Adesso, la “palla” passa alla Corte d’Appello Federale, nel caso in cui ci sia necessità di fare ricorso. Fatti che non costituiscono reato, secondo il Tribunale. Dal punto di vista sportivo, emerge che farsi pagare per poter passare professionisti non costituisca un reato.

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Con tutta probabilità, il farsi pagare per diventare professionisti implica anche, nella testa degli atleti, un voler diventare professionista a tutti i costi, aprendo le possibilità a tutte le strade possibili per raggiungere il proprio sogno sportivo. Perchè no, anche al doping. Una sentenza specchio e, forse, frutto di un’Italia sempre più “raccomandata”, sempre meno meritocatica, dove basta pagare per ottenere quello che vuoi. Ed è tutto lecito. Sovente erano i familiari dello stesso atleta che, per vedere il proprio parente correre tra i professionisti, pagavano cospicue somme di denaro. Ancora, una chiara immagine di un agonismo che non c’è più. L’abilità che viene scalzata dalla ricchezza, i risultati sportivi che sono commisurati al pagamento di denaro. Cosa sta diventando il mondo dello sport? Diventa prevaricazione, diventa ricatto. Dov’è finita la correttezza? Dove sono i tanto sospirati valori?

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L’assoluzione dei tre sopracitati direttori sportivi farà certo discutere tutto il mondo del ciclismo e, più in generale, il mondo dello sport. “Non credo che sia reato” ha dichiarato ai giudici Gianni Savio, facendo forse riferimento al fatto che, il criterio di selezione per far passare l’atleta a professionista (che paga!) è sempre quello dell’abilità sportiva del corridore in questione. Ma allora, che senso ha pagare?

Certo, non è solo il mondo del ciclismo ad essere sporcato da tale crisi dei valori. Colui che ha fatto partire l’indagine, grazie ad un’inchiesta datata 2015, il giornalista del Corriere della Sera Marco Bonarrigo, ha messo in evidenzia come tale pratica venga spesso utilizzata anche nel calcio, specialmente nella Lega Pro. Cambia lo sport, ma non il risultato: diventi professionista soltanto se paghi.

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