Doping nel ciclismo: in arrivo una inchiesta rivelatrice sui motorini nelle bici? Landis esagera: “L’antidoping è una mafia, i ciclisti hanno paura”

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Giro d’Italia 2015: il misterioso cambio di ruota di Alberto Contador fece discutere i complottisti se si fosse trattato di un caso tecnologico di doping nel ciclismo, ovvero l’uso di motorini nascosti nella bici

Si torna purtroppo a parlare del doping nel ciclismo (sport che comunque ha fatto dei passi avanti notevoli in questi ultimi anni nel contrasto alle sostanze illecite) con due storie che riguardano da una parte l’uso di sostanze illecite con l’amara riflessione di un ciclista che ha vissuto in prima persona gli anni più bui di questo sport e dall’altra con le nuove frontiere delle pratiche scorrette, ovvero i famigerati motorini nelle bici.

Doping nel ciclismo: parla l’inventore dei controversi motori elettrici nelle bici

Cominciamo da quest’ultimo caso con la rivelazione di Istvan Varjas, l’ingegnere ungherese considerato l’inventore del marchingegno montato (o meglio, nascosto) nei mezzi dei ciclisti e che consente di sviluppare una potenza di watt superiore, e che vanta tra i suoi clienti Eddy Merckx.
Varjas ha annunciato infatti in una intervista a Le Monde che l’ultima versione dei famigerati motori potrebbe consentire all’atleta di usufruire di 15 secondi in più di potenza che potrebbero essere molto più efficaci di qualsiasi forma di doping nel ciclismo.
Secondo l’ingegnere, che lo scorso ottobre rivelò di aver firmato un accordo esclusivo con un non meglio specificato cliente importante decidendo di conseguenza di non condividere la tecnologia da lui inventata con nessun’altro per dieci anni, potrebbe però essere imminente (probabilmente verrà trasmessa a gennaio) una grande inchiesta televisiva che sveli tutti i dettagli ancora sconosciuti su questa forma tecnologica di doping nel ciclismo. Inchiesta che secondo Le Monde potrebbe avere gli stessi effetti dello scandalo Festina, che ricordiamo esplose a fine anni 90 coinvolgendo un intero team e soprattutto i suoi dirigenti, rei di aver creato un sistema basato sul doping di squadra.
Secondo Varjas per individuare un motore nella bici di un corridore bisogna guardare la cadenza di pedalata, perché secondo lui i piccoli motori funzionano al meglio con una cadenza alta e un rapporto basso : il quotidiano Le Monde in effetti ha avuto modo di vedere come lavora l’ingegnere e come i motorini in questione siano molto piccoli e le centraline siano grandi come le batterie di uno smartphone.
Tra l’altro Varjas spiega che questi congegni che rappresentano una delle nuove frontiere del doping nel ciclismo possono essere attivabili in remoto tramite Bluetooth, con un telecomando o uno smartwatch, magari da qualcuno che si trova nell’ammiraglia durante la corsa. Ciò significa che un corridore potrebbe non essere neppure consapevole di avere un motore nella sua bici.
La frontiera tecnologica del doping nel ciclismo passa anche dalle ruote ad induzione magnetica, scoperte tempo fa dal settimanale sportivo Stade 2 di France Télévisions: all’interno della tela sono inserite delle placche mangetiche al neodimio che permettono di liberare una potenza pari a 60 watt che difficilmente potrebbe essere scoperta dagli ispettori dell’UCI. Varjas infatti è scettico sui metodi usati per rivelare le anomalie magnetiche per scoprire eventuali truffe e abusi e suggerisce invece di pesare semplicemente la ruota posteriore: “Se c’è un congegno, la ruota posterie pesa almeno 800 grammi in più di una normale. Se questa ruota pesa due chili, allora deve essere smontata per essere controllata“.
Come se questo quadro fosco sul doping nel ciclismo di tipo tecnologico non bastasse, l’ingegnere ungherese cita una vecchia conoscenza degli scandali in questo sport come il medico Michele Ferrari, il controverso preparatore di Armstrong inibito a vita dall’USADA, l’agenzia antidoping americana. Varjas rivela di aver ricevuto tre anni fa la visita di Ferrari, interessato a saperne di più su questi nuovi sviluppi tecnologici del doping nel ciclismo, e quello che l’ingegnere afferma sul medico assume toni grotteschi:”Ferrari voleva capire se [davanti a queste innovazioni] avesse perso il suo tocco,  voleva capire se non era più all’altezza dei metodi per frodare o se ciò dipendesse dalla nuova era dei motori“.
Infine resta una domanda: chi potrebbe essere l’azienda di bici misteriosa con cui Varjas sta collaborando in questo momento? Secondo Le Monde il controverso ingengere potrebbe aver stretto accordo con la famiglia italiana Zechetto proprietaria del marchio Cipollini. Attendiamo conferme o smentite.

Leggi anche:  Fabio Aru parla del suo malessere. E ora che cala il sipario, si alzi il rispetto

Doping nel ciclismo, le rivelazioni choc di Floyd Landis

Come se questo quadro non fosse già abbastanza sconfortante di suo, ecco arrivare le dichiarazioni di Floyd Landis, grande accusatore di Armstrong e del sistema criminale attorno ad esso, oggi impegnato – ironia della sorte – nel business di prodotti derivati dalla cannabis.
L’ex corridore americano a L’Equipe lancia accuse pesantissime al mondo dell’antidoping, etichettato come mafia: “Gli atleti di oggi meritano controlli migliori, perchè vi posso garantire che nessuno di essi ha fiducia in questo sistema. Ma nessuno dice niente perché temono ritorsioni: chi osa muovere una critica potrebbe ritrovarsi un test positivo nel giro di sei mesi. E’ una mafia, esattamente come il CIO“.
Landis offre come esempio la storia della sua positività al testosterone, da lui mai assunto a differenza di EPO e trasfusioni di sangue per cui invece non c’era traccia nei test.
E conclude, più amaro che mai: “Ad ogni modo, lo sport non sarà mai pulito e quelli che assumono doping nel ciclismo e negli altri sport saranno sempre un passo avanti [rispetto ai metodi di contrasto].

  •   
  •  
  •  
  •  
Tags: