ESCLUSIVA SuperNews, Luca Panichi: “Vi racconto come sono diventato lo scalatore in carrozzina”

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui
Luca Panichi

Luca Panichi alle prese con lo sterrato del Colle delle Finestre al Giro d’Italia 2015.

In continuo movimento, nella vita come nello sport (che in fondo un po’ metafora ne è) ma pur sempre pronto a liberarsi per un saluto o, come nel nostro caso, per un’intervista. Non si smentisce mai Luca Panichi, magionese doc (ma, se volete, va bene anche perugino), una carriera nel ciclismo dilettantistico alle spalle con buone possibilità di passare tra i pro’, prima che un’auto travolgesse lui e i suoi sogni, costringendolo a vivere su una sedie a rotelle. Ma se è vero che gli eroi moderni sono proprio quelli che trasformano le loro sventure in storie da raccontare, così Luca non ha smesso di coltivare il suo sogno di rimanere un vero ciclista, scalando una dopo l’altra quelle montagne rese celebri da campioni come Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, passando per l’indimenticato Marco Pantani e il suo idolo d’infanzia Francesco Moser.


«Spingere in carrozzina per me è diventato da subito la prosecuzione naturale del gesto della pedalata. […] In fondo, il limite non è una barriera ma un punto di partenza»


Era il 18 luglio 1994, e durante il cronoprologo del Giro dell’Umbria un terribile incidente ti negò l’uso delle gambe, sebbene le prime diagnosi fossero ben peggiori. Chi era però Luca prima di quel giorno?

“Come hai ben detto, il 18 luglio del ’94 fui travolto da un’auto durante una cronoscalata al cronoprologo del Giro dell’Umbria, a coronamento di 17 anni di ciclismo al quale mi sono dedicato dall’età di 8 anni, attraversando tutte le categorie dei giovanissimi fino ad approdare nei dilettanti, correndo per squadre umbre, toscane e marchigiane, con l’obiettivo di conseguire il passaggio al professionismo. Quell’anno correvo con la Penna Fioriti, nella quale si era raggruppati i migliori dilettanti umbri tra cui l’ex pro’ Gianluca Brugnami e Massimiliano Gentili, passato poi tra i professionisti nei due anni successivi, guidati dal direttore sportivo Giancarlo Montedori, con l’intenzione di mettersi in mostra così da approdare nel ciclismo che conta. Purtroppo però l’incidente mi negò questa possibilità, avendo subito una grave lesione cervicale midollare per fortuna incompleta, a cui seguirono dopo 9 mesi un intervento chirurgico di stabilizzazione in Germania e successivamente un’intensa riabilitazione nei dintorni di Stoccarda durante la quale, potendo beneficiare della mia lunga carriera sportiva, riuscii a recuperare ben oltre le aspettative indicate dalla lesione stessa, salvando l’uso delle mani, riacquistando il controllo delle funzioni fisiologiche e la sensibilità, pur sempre continuando ad essere ciclista in qualsiasi luogo mi fosse possibile: spingere in carrozzina per me è diventato da subito la prosecuzione naturale del gesto della pedalata, permettendomi di mantenere alta quell’autostima fondamentale per l’atleta che è in me, così da accettare questa nuova condizione occorsa, perché in fondo il limite non è una barriera ma un punto di partenza”.

Durante gli anni da dilettante hai avuto la possibilità di correre il Giro d’Italia di categoria, sfidando un romagnolo che presto avrebbe scritto la storia di questo sport, Marco Pantani. Quali furono le tue impressioni nei suoi confronti?

“Partecipai al Giro d’Italia in due occasioni, sia con la selezione umbra che con quella marchigiana. Proprio in questo caso, era il 1992, corsi contro Marco, che alla fine terminò la corsa al primo posto. Ricordo che durante una tappa dolomitica sfruttai il treno dell’Emilia-Romagna così da prendere la salita nelle prime posizioni, senza che Pantani mi disse niente. Poi lui attaccò come previsto, ma io riuscii comunque ad ottenere un buon piazzamento, oltre che il quarantesimo posto nella classifica finale. Senza dubbio, l’impressione che mi fece fu buonissima: Pantani ha dimostrato di saper vincere tra i giovanissimi, tra i dilettanti ed infine tra i professionisti, a differenza delle meteore vittime del doping che da un giorno all’altro si sono trovati a competere con i più grandi scalatori senza tuttavia aver mai avuto certe caratteristiche. Inoltre, Marco nelle sue azioni mostrava quella sofferenza che lo rendeva umano, sebbene alla fine riuscisse a scavare distacchi importanti”.

Tornando a parlare dell’incidente, proprio mentre tu eri ricoverato in Germania, Fabio Casartelli moriva sulle strade del Tour de France, in seguito ad una rovinosa caduta lungo la discesa del Col de Portet-d’Aspet. Cosa ha significato per te quel tragico evento?

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“Prima di allora non mi era mai capitato di versare lacrime per quello che mi era accaduto, anche perché fin da subito mi ero concentrato nel recupero. Durante la riabilitazione però, il 19 luglio 1995, vale a dire un anno ed un giorno dopo il mio incidente, mi venne mostrata la foto di Fabio esanime, il volto insanguinato, che mi fecero piangere e riflettere su quella che era la mia situazione. In fondo, io avevo avuto quell’occasione che a Fabio era stata negata, e per questo mi sentivo in dovere di continuare a lottare per cercare di recuperare il più possibile, con un atteggiamento ancor più determinato e propositivo nei confronti della vita. Forse anche per questo ogni anno, in occasione del GP di Capodarco, intitolato proprio a Fabio, consegno il premio all’atleta più combattivo della giornata, perché lo sport non è solo una conta delle medaglie conquistate ma anche volontà di perseguire una passione”.


«Le difficoltà a volte sono secondarie, se confrontate con l’obiettivo preposto. Ciò che conta è l’approccio mentale, prima ancora che l’esercizio fisico»


Quando hai capito che saresti potuto diventare lo scalatore in carrozzina?

“E’ successo tutto per caso, nel corso del Giro d’Italia 2009. La passione per le salite era rimasta intatta anche dopo l’incidente, tanto che per andare all’Università (è laureato in Scienze Politiche con un Master in Comunicazione e Consulenza politica alla LUMSA di Roma, ndr) lasciavo volutamente la macchina lontano della facoltà per poi raggiungerla a bordo della mia carrozzina, affrontando le numerose salite che conducono alla città di Perugia. Quell’anno, accompagnando David (il fratello gemello, ndr) sul Blockhaus, invitato nel dopo tappa, sfruttai l’occasione per tornare a respirare quell’aria che avevo già vissuto in passato. Scalai quindi il tratto finale dell’ascesa, anticipando l’arrivo dei corridori. Quando raggiunsi il traguardo venni inquadrato dalle telecamere Rai, con i cronisti che commentarono l’arrivo in diretta. Da lì , l’idea di scalare montagne con difficoltà sempre crescenti: ecco quindi che a quella salita seguirono nel 2010 il Passo del Tonale, poi il Grossglocknerlo Stelvio, le Tre Cime di Lavaredo, lo Zoncolan  e nel 2015 l’accoppiata Colle delle Finestre e Sestriere, tutte documentate dal mio amico Mirko Loche. Quest’anno mi sono preso un anno sabbatico, ma sono pronto a tornare nel 2017 con l’intenzione di affrontare nuovamente il Blockhaus, stavolta per intero, poi la cronometro Foligno-Montefalco cercando di anticipare l’arrivo del primo corridore sul traguardo, ed infine la salita di Piancavallo a completare un tris che rappresenterebbe il giusto omaggio in occasione del Centenario del Giro.
In più, ho come obiettivo quello di battere il tempo stabilito lo scorso anno nella Maratona d’Italia da Maranello a Carpi, proseguendo nel forte connubio con la Granfondo Terre di Varano a Camerino, nel sostegno all’AVIS Frecce Azzurre capitanata da Sandro Santacchi, il quale lo scorso anno mi ha accompagnato nella scalata al Terminillo sotto una bufera di neve, nella tappa della Tirreno-Adriatico vinta poi da Quintana. Quindi, ci terrei anche a migliorare il tempo di percorrenza della Maratona dei Valori da Barchi a Fano, di cui sono testimonial, misurandomi con i podisti per trasmettere quel messaggio di sport integrato che porto anche nelle scuole, grazie allo CSEN (Centro Sportivo Educativo Nazionale,
ndr), al Comitato Paralimpico e al CONI. Un episodio che spesso racconto ai ragazzi è quello di una caduta che mi capitò durante una gara, mentre ero in fuga. Venni così ripreso dal gruppo, ma riuscii ad andare nuovamente in fuga dando poi il là all’azione decisiva. Arrivai ottavo, ma in quel momento mi resi conto che le difficoltà a volte sono secondarie, se confrontate con l’obiettivo preposto. Ciò che conta è l’approccio mentale, prima ancora che l’esercizio fisico, e questo è anche il motivo che mi ha spinto a fondare, assieme a David, la BiciCuoreDiabete Onlus, in cui si legano ai valori di questo sport anche i problemi di salute di mio fratello, che contrariamente a quanto si pensi non precludono la possibilità di svolgere un’attività sportiva la quale, nelle giuste misure, può portare a miglioramenti della propria qualità di vita. Proprio in questo senso, entrambi ci serviamo della professionalità e dei consigli del dottor Giovanni Boni di Foligno, con il quale si è instaurata anche un rapporto di stima ed amicizia reciproca”.

La famiglia ha sicuramente avuto un ruolo chiave nel tuo periodo di riabilitazione. In che modo ti hanno aiutato, in un momento così delicato?

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“Probabilmente, grande merito va al ciclismo, uno sport da sempre presente nella mia famiglia. L’aver condiviso parecchi anni di gare assieme ci ha permesso di approcciare nel migliore dei modi con questa nuova situazione, senza perdersi d’animo ma anzi, cercando il riscatto nel minor tempo possibile. Indubbiamente, la mia positività mi ha aiutato, ma senza l’appoggio dei miei familiari non so se sarei riuscito ad andare avanti come ho fatto. Ricordo che mio padre, dopo aver visto la palestra a Firenze nella quale facevo riabilitazione, me ne costruì una in casa praticamente identica, per permettermi di continuare l’allenamento una volta tornato a Magione. Allo stesso modo, non posso che ringraziare il mio fratellone Umberto e mia madre Milena, che non hanno mai smesso di sostenermi con grande energia, oltre che il mio generoso cugino Mario (ex Campione del Mondo Master a St. Johann, ndr), presidente del team dilettatistico Maté di cui sono socio da due anni, e co-proprietario dell’omonimo negozio di ciclismo. Da questo punto di vista anche l’intero paese si è mostrato solidale, facendomi sempre sentire tutta la vicinanza nei miei confronti. Ci tengo infatti a ricordare come nel 1996 venne organizzata in occasione della Tirreno-Adriatico una semitappa a cronometro (vinta da Evgenij Berzin, ndr) con partenza proprio da Magione ed arrivo a Castiglione del Lago, per trasmettere quello che era il mio messaggio di speranza e per raccogliere fondi così da finanziare la riabilitazione stessa“.

Il Luca Panichi ciclista invece, a chi si ispirava?

“Mi sono avvicinato al ciclismo negli anni in cui Francesco Moser stava esplodendo, quindi non posso che essermi ispirato a lui sviluppando, di conseguenza, un bel campanilismo nei confronti di Giuseppe Saronni. Di Checco, come lo chiamavamo in casa, mi piacevano la sua caparbietà, la sua determinazione e la sua capacità di soffrire. E’ stato un punto di riferimento durante la mia infanzia. Ricordo che quando il Giro passò per le strade del paese organizzai una sfida, assieme ai miei amici, divisi tra moseriani e saronniani, in cui avrebbe vinto il gruppo più rumoroso: ovviamente, vincemmo noi moseriani. Inoltre, quando Moser vinse la Milano-Sanremo nel 1984, ricordo che mio padre ed io ci inginocchiammo davanti alla televisione proprio nel momento in cui Checco attaccò, al termine della salita del Poggio, festeggiando poi per la vittoria”.

Moser è famoso per aver introdotto nel ciclismo alcune novità aerodinamiche ancora oggi in uso, come per esempio la ruota lenticolare. Non pensi di assomigliargli in questo, in riferimento ai materiali utilizzati per la tua carrozzina?

“Mi piace il parallelismo, non ci avevo pensato! In effetti, la scelta di optare per una carrozzina monoscocca in fibra di carbonio, ideata e realizzata dalla Progeo di Treviso con il funambolico Francesco Barbon, mi ha consentito di ottenere benefici soprattutto durante le scalate più impegnative. Al contempo, ci tengo a precisare che da sempre utilizzo quella stessa carrozzina che è anche il mio mezzo quotidiano, per sottolineare una volta di più che il ciclista oltre che essere uno sportivo, è anche un cittadino del mondo, in grado di vivere nella massima libertà insieme al proprio mezzo”.

Come te, purtroppo anche Marina Romoli è stata vittima di un gravissimo incidente. Che rapporto c’è tra voi?

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“Quest’anno con Marina Romoli abbiamo sancito un’alleanza durante il GP di Capodarco dove lei, a differenza degli altri anni, ha deciso di seguirmi percorrendo tutto il percorso con il suo triride, agevolandomi con la sua scia e rifornendomi quando necessario. Essendo il suo incidente più recente, la risposta del suo fisico è ovviamente diversa dalla mia, ma comunque Marina ha dimostrato la medesima determinazione nei percorsi  di riabilitazione, stimolandomi addirittura a riprendere la deambulazione sperando che un giorno la ricerca scientifica possa trovare dei rimedi a questi inconvenienti (a proposito, Luca sostiene anche le attività della Fondazione Vertical del suo amico romano e compagno di stanza a Firenze Fabrizio Bartoccioni, per la ricerca sulle lesioni midollari). Parlando di deambulazione, la mia intenzione è quella di compiere grandi passi avanti, in tutti i sensi, per il 2019, quando saranno passati 25 anni dall’incidente. Sarebbe un bel modo per dimostrare come la mia forza di volontà mi abbia permesso di non abbattermi di fronte ad una sventura simile”.


«Chiappucci è stato l’emblema della lucida follia, mentre non riesco a guardare Froome: somiglia più ad un automa che ad un essere umano»


Nel ciclismo di oggi, chi è il corridore che ammiri di più?

“Bella domanda! Nibali mi attrae perché non è un vincitore che domina, ma soffre. Tra gli scalatori, ammiro moltissimo il secondo Contador (con il quale ha “pedalato” sul Passio Gavia nel 2013, ndr), meno forte a cronometro ma sempre agile quando la strada sale. Un altro che mi ha entusiasmato è stato Claudio Chiappucci, l’emblema della lucida follia. La mente dell’atleta è quella che fa la differenza in una gara, ben oltre la tecnologia che si sta diffondendo nel ciclismo di oggi: per questo non amo Froome ed il suo modo di pedalare, poiché assomiglia più ad un automa che ad un essere umano”.

Cosa pensi invece del ciclismo malato degli anni ’90 e delle esenzioni a fini terapeutici (TUE) venute alla ribalta negli ultimi tempi?

“A quel tempo, il problema era rappresentato da un sistema corrotto completamente, ed a farne le spese fu Marco Pantani, probabilmente vittima degli invidiosi, nonché della mafia che controllava le scommesse clandestine. Come ho detto prima, Marco ha fatto la differenza durante tutta la sua carriera, sia da juniores che da professionista, per questo non fatico a credere che sia stato fatto fuori di proposito. Oggi per fortuna il ciclismo si sta muovendo bene nella lotta al doping, facendo grandi passi avanti anche grazie al passaporto biologico: basta vedere i podi finali delle ultime edizione dei Grandi Giri, dove i distacchi sono minimi ed i vincitori finali hanno attraversato almeno un momento di difficoltà durante le tre settimane di corsa. Per quanto riguarda le esenzioni a fini terapeutici, invece, penso che queste siano un modo per nascondere qualcos’altro, perché se un atleta è affetto da problemi che ne limitano la performance, sarebbe più corretto tutelare la sua salute anche impedendogli di continuare a misurarsi con il mondo professionistico, che costringe il fisico ad effettuare sforzi massimali”.

Per concludere, qual è la scalata che sogni di fare?

“Ne sogno diverse, ma quelle che mi affascinano di più sono il Mortirolo e la Marmolada. All’estero, invece, vorrei scalare l’Alpe d’Huez al Tour de France, in memoria di Casartelli e di tutte quelle persone che purtroppo non ci sono più. Finché c’è vita, c’è sorriso, e pensando a questo mi faccio forza per affrontare in modo positivo le difficoltà che si presentano, cercando di trasmettere lo stesso atteggiamento anche a chi mi sta intorno”.

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