A una settimana dalla morte di Michele Scarponi, ripercorriamo alcune delle più grandi tragedie nella storia del ciclismo

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La scomparsa inaspettatamente drammatica del ciclista Michele Scarponi, avvenuta giusto appunto una settimana fa, ci fa riflettere, ancora, su come sia beffarda, a volte, la vita, tanto preziosa quanto labile e fragile nella sua volatilità; il vento dell’esistenza, improvvisamente, spazza via tutto quello che è stato fatto, che è stato costruito, tutte le cose per cui si è lottato, ogni traguardo raggiunto svaniscono così, senza preavviso, senza darti la possibilità di reagire, sorprendendoti, magari, alla spalle, come chi, un po’ codardamente, è consapevole di farti del male, ma non ha il coraggio di guardarti negli occhi.

Deterministi o no, fatto sta che appare per lo meno sorprendente il modo, quantomai sadico, con cui il destino, da sempre incontrollabile e imprevedibile, pare divertirsi nel crudele gioco di darci un dono e, per mezzo di quello, poi, toglierci tutto, semplicemente.
Scarponi, come altri prima di lui, celebri o meno non è rilevante, ha vissuto sulla propria pelle, sette giorni fa, la cruda, barbara, azione di un fato che gli ha dato fama e soddisfazioni sulla stessa sella che, successivamente, ha messo la parola fine alla sua esistenza; quella bici che è stata, per lui, leitmotiv di gioie e fatiche si è trasformata, all’improvviso, in una lancia che lo ha trafitto, in un proiettile che lo ha colpito, in una ferrosa bara che lo ha sepolto.
Per chi non crede nel destino, questa vicenda, così come tutte le tragedie ciclistiche del passato, rimane, di certo, una curiosa seppur terribile coincidenza, un dramma senza dubbio evitabile, tuttavia pronosticabile considerate la pericolosità di questo sport e la sfrontata spericolatezza dei suoi interpreti.

Sta di fatto che, ancora una volta, la pagina sportiva si tinge di rosso e si bagna del pianto di chi, appassionato o meno delle due ruote, riconosce l’uomo che sta dietro al campione Michele Scarponi, la sua umiltà e la generosità dimostrata, per esempio, con ormai raro altruismo, nel semplice ma inconsueto gesto di mettere il piede a terra, di fermarsi per aspettare il proprio capitano, Vincenzo Nibali, e portarlo a vincere il Giro d’Italia.
La morte di Scarponi chiude, solo per ora purtroppo, una lunga serie di fatalità che, da sempre, investe il mondo del ciclismo, ne ricordiamo alcune.

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Da Cepeda a Serse Coppi fino a Weylandt, quando una rovinosa caduta si trasforma in tragedia

Fin da bambini siamo abituati a cadere, a ritrovarci per terra con, al massimo, un ginocchio sbucciato o, mal che vada, con qualche graffio qua e là, ma mai pensiamo, a quell’età, che con dinamiche, velocità e presupposti, ovviamente, diversi, perdono la vita persone che con quella stessa bici, sì, ci lavorano, ma, alla fine, si divertono come noi, quando, dopo scuola, eravamo soliti correre e gareggiare contro i nostri amichetti.

I drammi che nascono in seguito alle cadute sono i più ricorrenti e, purtroppo, anche i più imprevedibili e comuni nel mondo del ciclismo su strada.
A metà degli anni ’30 lo spagnolo Armando Cepeda fu vittima di un rovinoso, terribile e sfortunato ribaltamento nei pressi di Bourg d’Oisans durante il Tour de France; l’incidente si rivelò subito fatale,non ci fu nulla da fare e il suo corpo senza vita venne recuperato in fondo a un precipizio.
Stessa sorte toccò nel 1951 a Serse Coppi, fratello del ben più noto Fausto; il ciclista, professionista dal 1946 e in forza al team Bianchi, morì all’ultimo chilometro del Giro del Piemonte; nei pressi del Motovelodromo, a Torino, infilò la ruota in un binario del treno e, sbalzato dalla sella, picchiò violentemente la testa contro le rotaie; morì il giorno seguente, in ospedale, a causa di un’inarrestabile emorragia celebrale.
Recentemente, nel 2011, perse la vita il belga Wouter Weylandt, passato quell’anno alla squadra statunitense Leopard Trek dopo i cinque trascorsi alla Quickstep; la tragedia si realizzò alla terza tappa del Giro d’Italia del 2011 (tra l’altro lo stesso vinto da Scarponi), durante la discesa del Passo del Bocco, nei pressi di Mezzanego; dopo più di mezz’ora di inutile rianimazione, venne dichiarato alla stampa il decesso.

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Jensen e Simpson, vittime della fatica, e non solo

Il ciclismo è, senza dubbio, uno degli sport più faticosi e ardui, soprattutto se praticato a certi livelli; come qualsiasi altra attività agonistica richiede un allenamento specifico, un’alimentazione corretta e, in particolare, un’acquisizione controllata e regolare di farmaci e integratori.

Nella storia delle due ruote si sono verificati, anche se in numero limitato, decessi più o meno misteriosi dovuti a malori e mancamenti; uno dei primi casi, sicuramente il più rilevante dal punto di vista dell’influenza e dell’eco mondiale, è stato quello occorso al danese Knud Jensen durante i giochi olimpici di Roma 1960; il ciclista, dilettante come tutti i partecipanti alle Olimpiadi fino agli anni Novanta, morì mentre partecipava alla disciplina dei 100 km a squadre. Inizialmente il motivo della fatalità venne attribuito a un’insolazione causata dalle alte temperature, che, secondo fonti dell’epoca, sfioravano i 42 gradi, tuttavia, l’autopsia successiva dimostrò che il fattore scatenante fu l’assunzione di farmaci in quantità eccessiva; l’episodio è rilevante e degno di nota in quanto rappresenta, in un certo senso, il crocevia fondamentale per l’introduzione dei primi test antidoping.
Analoga e drammaticamente celebre è la vicenda del britannico Tommy Simpson; ciclista professionista dal 1959, vincitore del Giro delle Fiandre, della Milano-Sanremo, del Giro di Lombardia e campione del mondo nel ’65, fu vittima, il 13 luglio 1967, di un malore durante l’ascesa al Mont Ventoux, famosa tappa del Tour de France. Il corridore del team Peugeot collassò a un certo punto della salita e ogni tentativo di rianimazione fu vano; anche in questo caso la fatalità fu una conseguenza del mix caldo e anfetamine.

Il dramma degli incidenti stradali, oltre a Scarponi i casi Noriakhi, Casarotto e Demoitié

Una settimana fa la cronaca ha riportato la sconvolgente notizia della prematura scomparsa di Michele Scarponi in seguito all’impatto con un mezzo pesante, probabilmente un camion. Ebbene, questo, non è un episodio isolato né tanto meno raro nel panorama ciclistico mondiale; la storia, infatti, è piena di vicende testimoni della fragilità di uno sport tanto avvincente quanto rischioso, pericoloso nella debolezza e nell’esposizione dei suoi partecipanti. Col tempo le misure di sicurezza e prevenzione sono sicuramente migliorate, si sono evolute e ne hanno permesso una pratica più serena e tranquilla, malgrado ciò, però, ancora oggi, troppo spesso, si va a parlare di disgrazie evitabili e, per certi versi, incomprensibili.

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Nel 1992 il ciclista giapponese Sirassaka Noriakhi trovò la morte durante gli allenamenti in preparazione del mondiale juniores che si sarebbe disputato ad Atene; la dinamica dell’incidente è molto simile a quella di Scarponi, il giovane nipponico, infatti, non avrebbe rispettato la precedenza nei pressi di un passaggio a livello e sarebbe, pertanto, stato investito da un camion.
Stessa sorte che ha colpito, anche, la giovane promessa del ciclismo italiano Thomas Casarotto; il diciannovenne di Schio (Vicenza), impegnato nella terza tappa del Giro del Friuli under 23, è stato travolto il 10 settembre 2010 da un Suv che viaggiava avventatamente sulla corsia opposta; vane le cure all’ospedale di Udine, dove è deceduto quattro giorni dopo, il 14 settembre.
Ormai a un anno fa risale, invece, l’ultimo, sciagurato, dramma sulle due ruote, la vittima fu, in quel caso, Antoine Demoitié; il venticinquenne ciclista belga, fresco membro del team Wanty, si trovò nel domino delle cadute di gruppo durante la Gand-Wevelgem e venne investito da una motocicletta al seguito della gara il 27 Marzo 2016. La lotta per la sopravvivenza si concluse la notte stessa e il compagno di squadra Bill Gaetan, secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport, ci tenne subito a ricordare il gesto eroico di Antoine che, donando gli organi, contribuì a salvare ben tre vite.

Per gli antichi guerrieri non c’era gloria maggiore che morire combattendo a cavallo e penso che anche per questi ciclisti, in qualche modo, possa valere la stessa cosa.

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