L’Elogio della Follia – I ciclisti

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui
ciclisti

Paolo Tiralongo con il volto tumefatto in seguito ad una caduta.

L’immagine di Carlos Alberto Betancur all’arrivo di Sagunto di ieri, sfigurato dopo una caduta, è solo l’ultima di una lunga serie di scatti che nel mondo del ciclismo appartengono oramai alla quotidianità. La collisione con l’asfalto infatti, soprattutto in considerazione dell’elevato numero di mezzi al seguito del plotone, del grande numero di corridori e delle alte velocità, è diventata quasi inevitabile ed è forse proprio per questo che i ciclisti stessi non la considerano più come un evento tragico, bensì come un ordinario ed inevitabile evento che non può fermare la loro corsa fino all’arrivo. Si cade, si fa una rapida conta dei danni, si sostituisce la bici se questa risulta essere danneggiata e si riparte, doloranti o meno, cercando di rientrare il prima possibile. E’ questa la prassi da seguire in caso di caduta, evidentemente in forte contrasto con altri sport in cui al solo contatto con l’avversario si vede gente urlare e cadere per terra impossibilitata a continuare, salvo poi rialzarsi più in forma di prima dopo l’applicazione del miracoloso ghiaccio spray, accompagnato da una spruzzata d’acqua. Per i ciclisti la cosa più importante è tagliare il traguardo entro il tempo massimo, a tutto il resto ci si penserà nel dopo tappa, quando con calma verranno eseguiti i controlli di rito e pulite le ferite dai corpi estranei conficcatisi nella pelle.
E’ così che, facendo un salto storico-letterario nel passato, ci si domanda come mai Erasmo da Rotterdam non diede voce alla Follia nell’Elogio a lei dedicato per vantarsi di aver contagiato anche loro, veri e propri esponenti della pazzia dei giorni nostri.
Ci abbiamo provato noi qui sotto, aggiungendo un possibile capitolo alla celebre opera di Erasmo per rendere il meritato omaggiato ai ciclisti.

L’Elogio della Follia – I ciclisti

E che dire, per Giove, di quella schiera di individui che tanto divide le genti di tutto il mondo? Chi li esalta, chi li insulta, chi cerca di imitarli con risultati ben lontani dalle aspettative. Infatti, in pochi sanno che loro, i ciclisti, sono tutti miei figli. Chi altrimenti oserebbe mai salire su quei temibili passi alpini in condizioni tutt’altro che favorevoli, sotto la neve o al sole cocente? Chi pedalerebbe così tanto da attraversare in poche settimane Stati interi in sella alla sola bicicletta? Nessuno ovviamente, a meno che questo non sia vittima di me, della Follia, che tutto rende possibile. Vi racconterò ora di come questi ciclisti cadono e si rialzano come se niente fosse, come se in fondo colpire il terreno ad alte velocità sia uno dei giochi più divertenti da fare nel tempo libero. Come quella volta in cui un olandese di cui non ricordo bene il nome andò a sbattere contro un muro di neve nascosto dalle nuvole, tanto era in alto la cima della montagna appena scalata. Il suo impatto fu talmente tanto forte che gli procurò due piccole fratture alle coste, che tuttavia non gli impedirono di arrivare al traguardo con le sue gambe e di ripartire il giorno seguente e l’altro ancora. Per non parlare poi di quel danese in maglia celeste che, caduto mentre provava a prendere il pranzo al volo, si ruppe il polso e per il dolore fu costretto a continuare a pedalare senza tenere le proprie mani sul manubrio: ecco, quello di certo non fu merito di Afrodite, Dea dell’ingegno, ma della Follia. Diversamente fece un belga in maglia bianca e nera, che ispirato anche da Iuventas, Dea della gioventù, e da Bacco, Dio dell’ebbrezza e del piacere, riuscì ad arrivare prima di tutti al traguardo, forse per abbreviare la propria agonia, nonostante anch’egli avesse un polso rotto.
Ecco, avete visto gente? Potrei continuare per giorni e giorni raccontandovi episodi come questi, ma a poco servirebbe perché tutti descrivono sempre e soltanto quello che vi ho detto fin dall’inizio: il ciclismo è il gioco preferito della Follia.

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