La vittoria in Turchia di Diego Ulissi e la rinascita del ciclismo italiano nel 2017. Nonostante tutto

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Ciclismo Italiano

Diego Ulissi trionfa nella classifica generale del Giro di Turchia, corsa che non è propriamente di secondo piano visto che parliamo di una competizione WorldTour, sebbene sia inserita in coda al calendario e nel mezzo di un interregno conclusivo costellato da corse esotiche (come le ha definite il nostro Andrea Biagini). E la vittoria del toscano della UAE Emirates (e ricordiamo il terzo posto finale di Fausto Masnada, neo pro con l’Androni Giocattoli da questa stagione) è la chiusura di un cerchio perfetto, di un 2017 che ha visto la rimonta dei corridori italiani sui più prestigiosi palcoscenici del ciclismo su strada.

Da Gianni Moscon a Diego Ulissi: segnali di rinascita nel ciclismo italiano

Moscon, Trentin, Nibali, Visconti, Ulissi, Viviani, Colbrelli, Oss, Bettiol sono alcuni dei rappresentanti del movimento italiano impegnati nelle più importanti competizioni internazionali che quest’anno, chi più chi meno, si sono fatti notare raccogliendo successi o dando prova di buone prestazioni. Mancherà forse l’exploit definitivo che possa definire il prossimo grande corridore italiano che raccolga il testimone di un Nibali dato continuamente per spacciato (almeno in Italia, vai a sapere perché) ma che ha raggiunto l’apice della sua carriera ed è in rampa di lancio per il colpo di grazia tra quella classica che insegue da una vita (la Liegi Bastogne Liegi) e un Mondiale 2018 disegnato su misura per lui.
Il suo erede designato soprattutto in ottica grandi giri, Fabio Aru, è reduce da un 2017 in chiaroscuro, tra la conquista della maglia tricolore, la vittoria di tappa sulla Planche des Belles Filles e una maglia gialla conquistata al Tour e dall’altra parte il resto della stagione vissuta tra mille difficoltà, infortuni poco tempestivi, la rinuncia al Giro che partiva proprio dalla sua Sardegna e il dolore per la perdita di Michele Scarponi (e chissà che stagione ci avrebbe regalato anche l’indimenticata Aquila di Filottrano dopo quel trionfo nella prima tappa del Tour of the Alps). Ma anche il sardo, che potrebbe voltare pagina alla UAE Emirates, è una pedina fondamentale, in costante crescita, nello scacchiere di un movimento italiano dato solo all’inizio dell’anno per agonizzante.

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Il 2017 del ciclismo italiano: da spacciato a risorto
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Alla vigilia del Giro del Centenario infatti fece discutere la presenza di sole due squadre italiane (wild card, tra l’altro, essendo Professional), oltre all’esclusione con coda polemica della Androni Giocattoli-Sidermec e Nippo-Vini Fantini. Il quadro era desolante, considerando il fatto che nel circuito World Tour, dopo il face off dell’italiana Lampre Merida nell’emiratina UAE, non esiste una squadra battente bandiera nazionale.
A primavera di quest’anno, nel pieno della stagione, sembravano insomma finiti: è vero, Gianni Moscon concluse al quinto posto una Parigi Roubaix da lui condotta in maniera sorprendente, Nibali aveva vinto il Giro di Croazia, Daniel Oss si era messo a completa disposizione della sua BMC in maniera egregia alla Roubaix, e ancora il successo sfiorato di Formolo alla Liegi e quello centrato da Colbrelli alla Freccia del Brabante, ma per come si stava mettendo questo 2017 e considerato un Giro d’Italia avaro di soddisfazioni italiane sembravamo rassegnati all’ennesimo cupio dissolvi che da qualche anno affligge il movimento italiano. La razionalizzazione delle corse nostrane, seppur organizzate nel nuovo format della Ciclismo Cup (un’ottima idea a livello mediatico, con il senno di poi, necessaria per rispondere all’offensiva delle nuove gare in Paesi senza una solida tradizione ciclistica ma con molti petroldollari in tasca), pareva a molti un altro campanello d’allarme.
E invece le prestazioni strabilianti di Gianni Moscon, che dà l’idea di aver seminato quest’anno per iniziare la raccolta di vittorie il prossimo (glielo auguriamo), e di un ritrovato Matteo Trentin che centra quattro vittorie alla Vuelta, la Parigi Tours e viene investito del grado di capitano al Mondiale di Bergen, oltre alla strepitosa vittoria di Nibali al suo secondo Il Lombardia da trionfatore hanno ridato fiato ad un ciclismo italiano in apnea.
Il prossimo anno possiamo partire da certezze come un Aru in cerca di riscatto e che ha ancora il tempo per conseguire un successo di livello come potrebbe essere un grande Giro, per non parlare di Moscon che stupisce per la sua completezza (sperando che la guerra fredda con i francesi si plachi e non diventi il Fognini del ciclismo) e un Trentin che forse alla Orica Scott potrà avere il suo posto al sole che la Quick Step Floors gli ha riservato solo nel finale di stagione. E poi ancora Formolo, Ulissi, Viviani, Marezcko… Il materiale per riuscire a lasciare il segno c’è, nonostante i fichi secchi di un movimento che non esprime squadre al vertice e si presenta al matrimonio del WorldTour in ordine sparso.
Forse non stiamo benissimo visto che la concorrenza è spietata e il livello degli altri team diventa sempre più raffinato e potenziato finanziariamente, ma non siamo neppure agonizzanti come questo inizio di stagione – e come qualche ex corridore con la polemica sempre in canna – sembrava intendere. Al di là del fatto che dal 2008 non esprimiamo un campione Mondiale e che i buoni spunti tattici del ct Cassani non hanno dato frutti tangibili in ottica podio (sorvoliamo sugli scivoloni di Bergen) i nostri corridori, pur non avendo dei ruoli di capitani nei loro team, riescono da soli a coprire le falle di un sistema che non deve adagiarsi sugli allori dei loro risultati.
E forse è paradossalmente un bene che i nostri corridori si possano confrontare con il livello internazionale espresso dai team WorldTour stranieri, fondamentale per la loro crescita (vedi Moscon, Viviani e Trentin), e non è un caso che Cassani abbia scelto soltanto un corridore da un team Professional, e perlopiù come riserva. Ma non bisogna comunque sminuire il ruolo della squadre italiane come la Bardiani, serbatoio di giovani promesse, o la Androni Sidermec vincitrice del circuito della Ciclismo Cup. Senza però una guida centrale da parte della Federazione che possa investire direttamente in formazioni giovanili e collaborare nella ricerca di sponsor di peso questa linfa dei nostri corridori un giorno tenderà ad esaurirsi e i buoni spunti offerti dai nostri ragazzi che si fanno notare nei grandi appuntamenti sia su pista che su strada rischiano di rimanere dei casi isolati senza futuro. Le spalle di Moscon sono solide, ma non così ampie da reggere l’intero ciclismo italiano.

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