Nytro Pinarello elettrica, la fine del ciclismo eroico

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui
Pinarello elettrica

La nuova Nytro Pinarello elettrica.

C’era una volta il ciclismo eroico di Coppi e Bartali, di Charly Gaul e Fiorenzo Magni, di Eddy Merckx e di Josè Manuel Fuente. C’era una volta quel ciclismo in cui la fatica era il pane quotidiano, dove le biciclette di acciaio, pesantissime e con rapporti oggi impensabili, spesso portavano su strade dissestate alla scoperta di Passi mai attraversati prima, infernali. C’era una volta quel ciclismo oggi entrato nella storia grazie a imprese figlie di tenacia, resilienza, coraggio. C’era una volta quel ciclismo in bianco e nero di cui oggi abbiamo poche tracce, ma che nonostante tutto continua a vivere grazie ai racconti tramandati di generazione in generazione, come aedi greci o druidi celtici. Tramandare e memorizzare, che in inglese si dice learn by heart: imparare col cuore, innamorarsi di certe gesta mai viste ma ascoltate, quello sì, sognando di poter un giorno imitare i protagonisti di queste storie quasi leggendarie.
Ma il tempo scorre inesorabile senza guardare in faccia nessuno, e con lui anche il ciclismo va avanti. Le salite che un tempo erano quasi impraticabili oggi sono tutte completamente asfaltate, così come le bici sono diventate sempre più leggere e dotate di rapporti agili per superare anche le pendenze più ardue. Ciò che però negli anni è sempre rimasto immutato, lasciando intatto il fascino insostituibile del vero ciclismo epico, quello che da sempre spinge i tifosi a riversarsi sulle strade per ore ed ore solo per godersi il transito del gruppo e per incitare propri i beniamini, dal primo all’ultimo, è stata sempre la fatica visibile sul volto dei corridori, perché sinonimo di una perpetua lotta tra la Natura e l’uomo, fragile e vulnerabile, alla ricerca di qualsiasi goccia di energia disponibile per riuscire a dare continuità a quella pedalata sempre più lenta man a mano che la strada si inerpicava verso l’alto, verso il cielo.
Quella fatica che adesso sembra però scomparire dietro ad un motorino che sembrava fantascienza ma che ora è realtà, a tal punto da essere arrivato a contagiare persino le bici da corsa e per di più sotto la firma di una della case produttrici più importanti del panorama ciclistico: la Nytro Pinarello elettrica è di fatto la prima bici da strada dotata di motore, impiantato sul tubo diagonale, che però può nascondersi senza problemi tra le sue sorelle Dogma “normali”, quelle dove a fare la differenza restano le sole gambe dell’atleta.

Una scelta discutibile quella dell’azienda trevigiana, giustificata e giustificabile secondo Fausto Pinarello poiché “i migliori panorami e la più grande passione dei ciclisti sono le montagne. Più sali e più è bello. Ma la salita è anche il maggiore ostacolo per molte persone. Così, a godere delle situazioni migliori, è solo la punta dell’iceberg di tutto il movimento turistico-amatoriale. Una bici di questo tipo, invece, è il miglior aiuto per chi, a causa di vari problemi (peso, età, poco tempo per allenarsi…) vuole godere completamente il ciclismo”.
Un’idea che può essere apprezzata, se solo però in questo modo non si spiani la strada a trucchi ed inganni che rischiano di contagiare anche il mondo dei professionisti, per la verità già circondato da dubbi. Una scelta importante che finirà irrimediabilmente con il mutare per sempre la concezione di salita, di sofferenza, di sacrifici e di costanza. Perché pedalare con un aiuto, talvolta anche importante (fino a 400W la potenza del motore della Nytro Pinarello elettrica), magari superando altri ciclisti in piedi sui pedali, ingobbiti dallo sforzo “naturale”, desterà inevitabilmente perplessità e nostalgia per quel ciclismo pionieristico che fu.

C’era una volta il Tour de France 1949 in cui Fausto Coppi, maglia gialla a Parigi, superava i Pirenei e le Alpi con il 50-47 all’anteriore e cinque corone dal 15 al 24 posteriormente.
Da oggi, al massimo, ci sarà un amatore qualunque che senza troppo strazio supererà le stesse asperità grazie al suo motorino.
Peccato.

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