Il caso Froome: la necessità di fare chiarezza sulle esenzioni ad uso terapeutico

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Doping Froome

Non è stato il migliore avvio di giornata per il mondo del ciclismo: Chris Froome è stato trovato positivo all’antidoping (o per utilizzare la formula corrente, “non negativo”), per la precisione al salbutamolo, farmaco broncodilatatore utilizzato per curare l’asma e le crisi associate, durante un controllo il 7 settembre scorso in occasione della diciottesima tappa di quella Vuelta che poi vinse.
Ancora una volta il ciclismo ripiomba in quella zona oscura di sospetti, accuse, pregiudizi (“tra le 17esima e la 18esima tappa della Vuelta Froome diede a Nibali, nella generale, venti secondi di ritardo!”) e la cosa è inevitabile visto che nella rete dell’antidoping ci è finito il pesce più grosso.
Lungi da rivestire il ruolo di avvocati del diavolo con una difesa di ufficio, consentiteci però di non partecipare al tribunale dell’Inquisizione che si sta aprendo nell’opinione pubblica, ma di spostare il focus su una questione su cui WADA e UCI sarebbe ora mettessero ulteriore ordine ed un punto fermo, ovvero le famigerate TUE, esenzioni ad uso terapeutico.

Secondo il Team Sky i valori di Salbutamolo raddoppiati (2.000 nanogrammi per millilitro, rispetto alla soglia WADA posta non oltre i 1.000 ng / ml) si spiegano con i problemi di asma di Froome sofferti durante la Vuelta, tali da aver spinto il medico della squadra ad aumentare le dosi del farmaco broncodilatatore entro però i limiti consentiti dalla WADA (“massimo di 1.600 microgrammi (mcg) per un periodo di 24 ore e non più di 800 mcg per 12 ore“, si legge nel comunicato ufficiale del Team Sky, e si tratta della dose consentita dalla massima autorità antidoping mondiale senza giustificazione di TUE). Dalla squadra inglese si specifica inoltre che il salbutamolo potrebbe concentrarsi in maniera elevata nelle urine, dal momento che tale sostanza viene metabolizzata e secreta in maniera differente da persona a persona.

Se la situazione fosse così come ci è stata raccontata, se fosse dimostrata la buona fede saremmo allora di fronte ad un caso simile a quello del tennista Filippo Volandri, trovato positivo alla stessa sostanza ma a cui fu riconosciuta la volontà di non alterare le proprie prestazioni, un po’ come avvenne anche per Diego Ulissi, reo “semplicemente” di “negligenza” per aver assunto un farmaco con il principio attivo del salbutamolo in dosi non consentite.
Più che a un caso di doping come ci fu nel Medioevo del ciclismo, a cavallo tra gli anni novanta e il duemila di Armstrong, Riccò, Epo, Cera e via dicendo, forse (e ribadiamo forse, lasciamo lavorare le autorità competenti) siamo di fronte quindi ad una svista appena fuori i limiti del consentito. Ma qui si apre un altro fronte, non meno grave, quello appunto delle esenzioni a scopo terapeutico.

Caso Froome: quando il corridore del Team Sky denunciò gli abusi nelle esenzioni ad uso terapeutico

Le TUE sono una zona grigia in cui si ha l’impressione che squadre, medici ed atleti possano muoversi con estrema disinvoltura, appellandosi a cavilli e ai microgrammi in caso di presunto illecito.
Lo stesso Chris Froome, quando nel 2016 saltò fuori il suo nome (assieme a quello di Bradley Wiggins) nella carte degli hacker Fancy Bears che ha portato alla luce lo scandalo esenzioni nello sport di alto livello, tramite documenti riservati WADA in cui risultava una duplice esenzione per lo steroide prednisone nel 2013 e nel 2014, disse testuale: “Il sistema delle esenzioni terapeutiche è aperto agli abusi ed è una cosa che Uci e Wada devono affrontare con urgenza. Allo stesso tempo ci sono atleti che non solo rispettano le regole in vigore, ma anche quelle del fair play“. Non solo, il quattro volte vincitore del Tour de France invitò gli altri atleti ad “assumersi le responsabilità per sé stessi, fino a quando non saranno messi in atto protocolli più rigorosi“.

Il caso Fancy Bears restrinse ulteriormente le maglie della TUE, ma a quanto pare c’è ancora molto da fare per rendere più comprensibile e determinato il perimetro in cui un atleta può muoversi nell’assumere farmaci consentiti entro una certa soglia. La concentrazione di salbutamolo fuori norma è stata trovata nelle urine di Froome, in occasione della Vuelta, una sola volta, quindi non ci dovrebbe essere stato un tentativo reiterato di doping: questo deporrebbe per la buona fede della squadra e del corridore, ma ci fa sorgere più di un dubbi sull’uso disinvolto dei medicinali e della loro posologia nel ciclismo e nello sport in generale.
Parliamo di sportivi con disturbi come l’asma che in teoria non consentirebbero un’attività agonistica di alto livello, figuriamoci scalare l’Angliru, o con patologie che impongano loro cure con medicinali al limite del doping (il caso della ginnasta Simone Biles, affetta da sindrome da deficit di attenzione e iperattività e perciò “costretta” ad assumere dosi sempre più alte di anfetamine, è l’esempio più lampante e ai limiti dell’assurdità).
Non c’è nulla da nascondere rispetto ai casi di doping del passato più o meno remoto, le dosi sono lecite ed autorizzate dalla WADA e il re è nudo: eppure ancora oggi i sospetti, in particolare sul ciclismo, non sono fugati e lo scivolone di Froome ne alimenta altri. Serve ulteriore chiarezza se non vogliamo che le esenzioni ad uso terapeutico diventino il cavallo di Troia del doping nello sport. Altrimenti la caccia alle streghe proseguirà sino al prossimo presunto colpevole.

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