Riccardo Riccò si confessa alla Gazzetta:”Ho pagato più di altri. Oggi faccio il gelataio, ma sono pronto a tornare a correre”

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

Riccardo Riccò
Un vulcano addormentato che soffre dentro, si rode, in attesa di tornare ad esplodere. Così Melissa definisce suo marito, Riccardo Riccò, al termine dell’intervista rilasciata dal Cobra alla Gazzetta dello Sport questa mattina. Una pagina di domande e risposte che danno l’impressione di come l’atleta di Formigine sia cambiato, sebbene ancora oggi non si senta un pentito ma un appestato, vittima della giustizia che non lo ha mai trattato come gli altri corridore del suo tempo, nonostante i tentativi di collaborazione con il CIRC (Comitato Indipendente per la Riforma del Ciclismo) nel 2014:“A Losanna, un incontro di sette ore in cui ho spiegato i fatti e fatto i nomi. Ma andare alla CIRC non è servito assolutamente a nulla, non ho avuto sconti di pena, perché la FCI e l’UCI sono un appestato. Ma come corridore ho fatto quello che hanno fatto quasi tutti. Mi sono adeguato al sistema, mi sono dopato e sono stato squalificato. Ma mi pare che quasi tutti quelli che lottavano con me qualche problemino lo abbiano avuto, sbaglio? Però per loro è stato usato un altro metodo, perché io non ho mai contato troppo prima di dire quello che pensavo. Ero un giovane molto esuberante e senza filtri, sempre pronto ad esplodere – ha confessato Riccò a Claudio Ghisalberti, continuando poi – Non ho mai avuto vicino una persona che godesse della mia fiducia, ad eccezione di Santuccione (il dottore che lo seguiva, ndr). Ma devo dire che non era neanche facile starmi vicino, aiutarmi. Basso, al contrario, è stato bravo a vendersi bene mediaticamente. E’ un suo merito. In più ha avuto anche la fortuna di avere vicino le persone giuste”. Persone che probabilmente sono mancate, come confermato da Riccò stesso, al suo fianco nel momento del bisogno. Una situazione per certi versi analoga a quella vissuta da Marco Pantani, al quale il Cobra aveva sempre dichiarato di ispirarsi, sognando un giorno di poter diventare “il Pantani del Galibier, il Pantani di Courchevel”:”Appena ho avuto problemi sono spariti tutti. La maggior parte dei manager, i procuratori, pensa solo a far denaro. Mi fanno schifo. Anche sul tema doping ci sono manager che sanno tutto e ti indirizzano dove andare. Nel ciclismo pagano corridore e squadre, io estenderei la responsabilità ai manager e, per i più giovani, ai familiari. I controlli nel professionismo ci sono, va bene anche se sono convinto che serva un tavolo di lavoro per cambiare la normativa. La legge antidoping non può e non deve essere uguale per tutti, amatori e professionisti. Poi bisogna investire molto di più sui controlli ai giovani. Lì si che bisogna lavorare duro”. Un Cobra che, come si legge nell’intervista, non ha quindi fatto sconti a nessuno, accusando anche le squadre di essere “pilatesche”, chiedendo ai corridori solo il risultato e lavandosi poi le mani sul modo in cui questo sia stato ottenuto. Tra i temi tratti emerge però anche quello della setticemia per la quale Riccò rischiò di morire, a causa di “un batterio che era finito nella sacca. Non si trattava di cattiva conservazione come molti hanno detto. Non tenevo il sangue nel frigo con la verdura, non sono scemo. Avevo un frigorifero apposito. Quando ho iniziato a stare male non sapevo cosa fare e la situazione è precipitata. All’Ospedale Baggiovara mi hanno acciuffato per i capelli. La situazione era così critica che non ho avuto neppure il tempo di avere paura. Però il rischio è stato altissimo. Non lo sa nessuno, ma una volta finito tutto sono passato in ospedale a ringraziare i dottori”, ha rivelato Riccò, che è poi passato a raccontare la sua nuova vita in quel di Tenerife, sognando di tornare a correre una volta terminata la sua lunga squalifica:Faccio il gelataio a Tenerife. Tutte le mattine mi alzo e via, a lavorare. Un amico mi ha insegnato l’atte e io ho aperto il Choco Loco a El Palmar. Faccio anche gelati per cani, ho una bella clientela. In Spagna ti lasciano lavorare, alle Canarie il clima è fantastico, ma noi italiani siamo considerati cittadini di serie C. Però sarà la maturità, sarà il lavoro…un po’ come persona sono cambiato. Mi piace fare il gelataio, ma non proverò mai l’amore che ho provato e provo per la bici. Tornerò a correre nel 2023, quando scadrà la mia squalifica (di 12 anni, inflittagli nel 2012, ndr) e avrò 40 anni. Sarò ancora competitivo. Se fossi allenato sarei più forte ora di prima. Fisicamente mi sento così. Ci sono squadre che mi vorrebbero. In caso contrario ne farei io una. Ma io prima o poi torno a correre”, ha così concluso l’ex capitano della Saunier-Duval.

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