Tour De France 2016: The Show Must Go Off

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

 

© ASO/P.Ballet

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L’edizione numero 103 della Grande Boucle va in archivio rispettando il pronostico, con la vittoria di Chris Froome che mai come quest’anno è stata irresistibile: aggettivo scelto non a caso proprio perché i suoi avversari più diretti nulla hanno potuto contro il fortino inespugnabile costruito in maniera implacabile dal Team Sky. Onore ai vincitori, ma il problema che quest’anno si è posto il pubblico è se ci sia mai stata la volontà di assaltare la compattezza del team del corridore britannico da parte delle squadre concorrenti. In altre parole, lo spettacolo al Tour quest’anno ha latitato, salvo alcuni sprazzi.

Ricorderemo questa edizione per alcune sporadiche imprese offerte da alcuni corridori come i trionfi di Peter Sagan, che pareggia i conti con il destino (sic) con la Grande Boucle con tre vittorie di tappa, una maglia gialla conquistata e la maglia verde indossata ai Campi Elisi per la quinta volta consecutiva; oppure il grande ritorno di Mark Cavendish, che beffa grandi avversari come Kittel o i deludenti Greipel e Kristoff e conquista quattro volate superando per successi di tappa al Tour una leggenda come Bernard Hinault.  Ancora, in ordine sparso la grande prestazione di Romain Bardet nella salita finale di Saint-Gervais Mont Blanc, la solidità di Alejandro Valverde, la consacrazione di un futuro uomo mercato come Pantano e poi c’è lui, Chris Froome: domina con la sua squadra per tre settimane, diventa suo malgrado protagonista di un grottesco psicodramma in cima al Mount Ventoux con la prima corsa podistica al Tour e relativa figuraccia per gli organizzatori in mondovisione (così come ci ricorderemo il muso di Richie Porte che impatta sulla moto di ripresa e sui nostri schermi), e soprattutto la prova di estro e fantasia che da un ciclista come lui non ti aspetti, ovvero la discesa spericolata ed impeccabile sul Peyresourde beffando proprio sul GPM il mai-abbastanza-in-gara Nairo Quintana, momento spartiacque che ha fatto capire a tutti chi avrebbe dominato il Tour.

La prova di forza e compattezza mostrata dal Team Sky e dal loro capitano sembra aver annichilito gli avversari, perché se escludiamo i tentativi di resistenza ed attacco da parte degli Astana, anche rischiando paradossalmente di tirare per la squadra di Froome, l’impressione che si è avuta da casa è una certa rassegnazione, soprattutto dopo la conquista della maglia gialla del keniano bianco nell’ottava tappa a Bagnères-de-Luchon. E l’assenza di spettacolo cede il passo al rimpianto di non aver potuto assistere ad attacchi tali da impensierire un Team Sky perfetto nel fare squadra e contribuire alla vittoria finale di Froome, mentre molti si chiedono che gara sarebbe potuta diventare se uno come  Contador non si fosse ritirato.

In ogni caso, i se e i ma non fanno la storia e i fatti parlano chiaro: non mettiamo dubbio che, come ha affermato Tosatto, i ciclisti abbiano dato il massimo ed in alcune tappe c’è stata una notevole andatura (come ha detto Pozzovivo a proposito della 17esima tappa) ma abbiamo anche assistito a scampagnate cicloturistiche del gruppo come nella terza tappa ad Angers e giornate in cui sorprese ed attacchi non erano pervenuti, nonostante le promesse potevano suggerire qualcosa di diverso.  Solo nelle ultime tappe di montagna e soprattutto le ultime salite di Saint-Gervais Mont Blanc e del Col de Joux Plane si sono consumati momenti di gara combattuta che avremmo voluto vedere nelle tappe precedenti (il citato assolo di Bardet, ad esempio, la resistenza di Richie Porte,  l’attacco di Nibali poi ripreso da Pantano e Izaguirre).

Chi ha perlomeno provato a dettare il ritmo come gli Astana alla fine raccoglie meno di quanto abbia seminato: piazzamenti di tappa di Nibali e Aru e il crollo del corridore sardo nella generale, galeotta fu la crisi di fame sul Col de Joux Plane che ha rovinato un Tour con qualche luce e alcune ombre (come la cronometro di Sallanches) nell’esordio francese del Cavaliere dei Quattro Mori.

Le malelingue dicevano che da qualche anno  a questa parte il percorso del Tour è stato fatto per favorire i corridori di casa (con la progressiva diminuzione delle crono: nel 2014 solo una individuale, mentre l’ ultima volta che ci sono state tre prove contro il tempo è stato nel 2013), come gli scalatori Pinot e Bardet; altri approfittano per ricordare come l’ingiustamente snobbato Giro d’Italia e la Vuelta regalino molto più spettacolo ed imprevedibilità ad ogni tappa; al di là delle chiacchiere da bar e dalle scelte di percorso dell’organizzazione, ciò che lascia perplessi ed interdetti è una impressione che forse sarà tale ma che comunque ha scardinato l’interesse per la gara e che si spera che negli anni a venire non diventi la norma: è quella sensazione di assuefazione e di rassegnazione al dominio di  chi indubbiamente è più forte come il Team Sky, squadrone solido e dal meccanismo implacabile, e al suo uomo di punta, quel Chris Froome  che con calma e cinismo ha superato ogni difficoltà e costretto le altre squadre a diventare spettatrici di un trionfo annunciato.

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