Kevin Magnussen, il bad boy che mette a dura prova i nervi della Formula 1

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Kevin Magnussen

Nel panorama abbastanza compassato (almeno rispetto al passato, oggi le scintille covano sotto la cenere) dei piloti della Formula 1 contemporanea c’è una mina vagante che dice ciò che pensa, e spesso pensa ciò che dice, senza preoccuparsi dell’etichetta o del fairplay.
Kevin Magnussen è un roccioso danese classe 1992, figlio d’arte (suo padre Jan corse in F1 negli anni Novanta e venne licenziato dalla Stewart per far posto a Jos Verstappen, guarda caso altro genitore di un pilota, Max, attuale collega di Kevin e dal carattere sanguigno, almeno in pista) che come molti è partito dal kart scalando le varie serie sino ad arrivare alla Formula 1 nel 2014, al volante della McLaren.
Giunto per sua sfortuna alla corte della scuderia di Woking nel periodo del cupio dissolvi di un team che in passato aveva raccolto tante soddisfazioni, via via sempre più sporadiche in seguito alla decisione della Mercedes, che forniva i motori, di mettersi in proprio, Kevin Magnussen ha per il momento raggiunto il meglio che potesse offrire proprio nella stagione del debutto, con l’undicesima posizione alla fine del Mondiale e 55 punti raccolti. Se nel 2015 viene “retrocesso” come terzo pilota e collaudatore, nel 2016 torna come pilota titolare a bordo della Renault per poi passare nella stagione successiva alla Haas, ed è qui che la sua fama di bad boy è venuta alla luce in tutta la sua prorompenza, sia dentro che fuori la pista.

Kevin Magnussen: carattere o arroganza?

Eccesso di carattere o arroganza, sta di fatto che Magnussen in questa stagione sino ad ora ne ha combinate più di Carlo Magno in Francia: il contatto in Malesia con Fernando Alonso (il quale per tutta risposta ha apostrofato il danese come un “idiota“) è solo uno degli ultimi episodi che hanno segnato la fama di ragazzaccio della Formula 1, suffragata dai fatti di Ungheria, in cui dopo un duello all’ultimo sangue con Nico Hulkenberg (Renault) il danese ha disarcionato – per eccesso di difesa della propria posizione – il rivale tedesco sulla Curva 2 dell’Hungaroring, mettendolo fuori pista.
La cosa non è finita qui: durante le interviste post gara il pilota che ha avuto la peggio si è avvicinato a Magnussen, che stava commentando la gara con i giornalisti nella mix zone, per complimentarsi sarcasticamente per la sua condotta scorretta di gara. Il danese non si è scomposto e con serenità olimpica, senza perdere un sorriso che pareva un ghigno, ha risposto al rivale invitandolo ad avere un incontro ravvicinato molto intimo e molto volgare con le proprie parti intime, come testimonia il video qui di seguito:

Finito qui? Nossignore. Il pilota della Haas ne ha avute un po’ per tutti in questo 2017 (e mancano ancora cinque Gran Premi, chissà cos’altro ci riserverà): ad esempio contro il sistema di sicurezza dell’abitacolo Halo che entrerà a regime dal 2018, nato per evitare altri incidenti come quello capitato all’indimenticato Jules Bianchi. Ebbene, questa misura è stata definita da uno scettico Magnussen esteticamente brutta e dichiarandosi d’accordo con la tesi di Hulkenberg (sì, proprio lui) su quanto sia penalizzante per quanto riguarda la visibilità, andando controtendenza rispetto a colleghi come Vettel e Alonso che si sono rivelati più accomodanti con questa nuova introduzione nelle monoposto.
Al grido di “la Formula 1 deve essere pericolosa altrimenti non sarebbe affascinante e la sicurezza non dovrebbe essere al primo posto” (il succo del suo pensiero), Magnussen si pone agli antipodi di piloti come Jackie Stewart che hanno lottato una vita per rendere le gare più sicure possibili e più affine, almeno nello spirito, a driver più spericolati come Jody Scheckter (fatte le dovute proporzioni, ovviamente).
Le persone non devono pensare che l’autostrada sia più pericolosa di quello che facciamo noi“, altra massima di questo danese un po’ spaccone e forse un po’ incosciente, ma certamente con le idee chiare se afferma che “sta al pilota il potere di rendere la F1 più accattivante“, a dispetto di una messe di regole da lui ritenute eccessive nella quantità e “senza senso“, pur non negando l’importanza delle norme: “ma ogni singola manovra non dovrebbe essere oggetto di regolamentazione” sostiene il danese, il cui stile di guida e modo di condurre le gare non sono amati (eufemismo) dagli altri piloti, secondo quanto sostiene Alonso.
Ma Magnussen tira dritto, al costo di commettere delle scorrettezze pur di difendere e magari racimolare punti preziosi in una F1 ipercompetitiva in cui i sedili vengono sfilati con estrema facilità dall’oggi al domani (citofonare Daniil Kvjat). “La questione è semplice: noi della Haas non siamo nella posizione di correre per i punti, ma di proteggere quelli che abbiamo conquistato, per cui dobbiamo combattere duramente in pista“, spiega il danese ai reporter in occasione dell’imminente GP di Suzuka.
E fortunatamente per lui le sue spalle sono coperte dal team principal Guenther Steiner, che ritiene questa immagine da bad boy delle piste il frutto di battaglie ruota a ruota con gli avversari, ma non solo: secondo il suo capo Magnussen non potrebbe comportarsi diversamente, perché in un mondo come è quello delle corse in cui nulla è scontato la propria posizione va difesa con grinta. Kevin insomma non è un bullo, ma è invischiato nella lotta per la sopravvivenza in quella specie di selezione naturale che è la Formula 1. La buona reputazione, alla fine, forse arriverà: prima i risultati.

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