Lewis e Marc, correre per vincere?

Pubblicato il autore: francesca la fata Segui

ARisultati immagini per hamilton lewisnche se, giustamente se vogliamo, mimetizzata fra la gioia della vittoria del mondiale di Rosberg e i numerosi addii che il 2016 ha messo in scena dopo Abu Dhabi, la vicenda della condotta di gara di Hamilton non può non meritare una parentesi di riflessione.

Tra le dichiarazioni di Rosberg a Vienna a proposito del suo ritiro, spicca infatti l’accento sulla figura del fastidioso (in senso agonistico certamente) compagno e della dura tensione che lo ha portato a vivere l’ultima e decisiva gara dell’anno.

Gara che ha visto Lewis partire in testa e percorrere con scioltezza tutti i 55 giri che gli hanno regalato gli ultimi 25 punti dell’anno. Ma non è bastato. E di questo Lewis si è reso ben presto consapevole, optando per una strategia estrema: il rallentamento voluto. Cosa significa rallentamento voluto? Il concetto è molto simile all’entrata in pista di una safety car, che posizionandosi in testa al gruppo di piloti e mantenendo una velocità limitata fa sì che le posizioni si ricompattino, portando così di fatto in pista la possibilità di rimescolare le carte. Come dimenticare a tal proposito l’incidente che coinvolse Nelson Piquet jr durante il gran premio di Singapore del 2008, quando il pilota brasiliano uscì di pista in maniera sospetta e rivelò poi alla FIA di aver eseguito un ordine di scuderia (la Renault con allora Flavio Briatore nelle vesti di team principal) che prevedeva di provocare un incidente con lo scopo di assicurare l’entrata in pista della safety car e facilitare la vittoria di Fernando Alonso, primo pilota del team. Una questione questa che naturalmente scosse non solo il mondo della formula 1 ma quello dell’intero sport, e che ebbe ripercussioni forti, tra cui le dimissioni dello stesso Briatore e del direttore tecnico Pat Symonds.

La storia della formula 1 non è dunque nuova ad episodi del genere, e quella dei motori in senso più ampio nemmeno. Basta scorrere con lo sguardo indietro di solo un anno per ripiombare in un momento storico che gli appassionati di corse non hanno dimenticato, e i tifosi soprattutto non hanno digerito. Gran Premio di Malesia del 2015, si corre sul Sic, Sepang International Circuit, penultima gara di Motogp. Lorenzo sta recuperando punti, Rossi resiste in testa al campionato in cerca del suo decimo sigillo. Quanto successe è noto, e le affinità con la vicenda Lewis saltano alla mente. L’atteggiamento sospetto di Marc era stato smascherato da Valentino già nella conferenza stampa pre-gara, durante la quale l’italiano aveva accusato pesantemente lo spagnolo per la condotta assunta nel gran premio precedente, quello d’Australia. Dati alla mano, le conclusioni sono disarmanti; Marc ha mantenuto un ritmo decisamente incostante durante tutto il Gp, rallentando fino ad un secondo al giro (!) nei tratti in cui aveva Valentino dietro e velocizzando il ritmo, portandolo di fatto alle sue possibilità, quelle mostrate in prova, quando il pesarese era davanti a lui.Immagine correlata

La dichiarazione più esaustiva di quanto successo appartiene all’opinionista Loris Reggiani, che sinteticamente ammise che “Chi ne sa di corse sa che certe cose non succedono“. Ora, Marquez non fu penalizzato per il comportamento, così come non lo è stato Lewis. Il motivo? Non c’è possibilità oggettiva di accusare un pilota di tenere un ritmo inferiore alle possibilità. Una penalizzazione a Marquez sarebbe stata sicuramente e fortemente contestata dal team, in quanto non c’è scritto da nessuna parte che un pilota debba tenere nel corso della gara un certo ritmo. Se nelle prove delle classi minori esiste un regolamento che cancella il giro ai piloti nel caso in cui si mostrino troppo lenti in uno dei 4 settori della pista, in gara questo non accade. Si è chiamati all’esclusione con bandiera nera con cerchio arancione al centro solo nel caso in cui il veicolo mostri danni tecnici che possono essere pericolosi stando in pista (es. perdita di olio o altre sostanze), ma non è possibile accusare un pilota di aver mantenuto un ritmo scostante, neppure se ciò è più che palese. Per quanto riguarda Lewis certamente la questione è ancor più trasparente, per due motivi: 1- Lewis stesso era in lotta per il mondiale, e da ciò scaturisce una maggior comprensione del perchè stesse comportandosi in questo modo (cioè il rallentamento era di fatto l’unica sua possibilità). 2- Il fatto che in Formula 1 ci sia collegamento con il box ha confermato il comportamento dell’inglese, mentre nel caso di Marc il team al termine della corsa si è schierato dalla sua parte difendendolo a spada tratta.

Rimane il fatto che questi due comportamenti hanno fatto (fanno e probabilmente faranno) discutere molto sul limite tra strategia di gara/scorrettezza morale, limite estremamente sottile poichè di fatto, nel caso di Lewis, non c’è stato complotto nè facilitazione di un altro, ma solo tentativo di mettere in tavola tutte le carte a sua disposizione per vincere il mondiale battendo il suo compagno, che, ahimè, negli sport motoristici è il primo avversario.

Il caso Marc non si diversifica tanto per modalità quanto per contesto, non essendo stato il pilota spagnolo in lotta per il mondiale ma avendo giocato per la perdita dello stesso ai danni di un altro.

Atteggiamenti questi che non possono essere puniti dalle federazioni poichè innescherebbero un circolo vizioso di sfumature difficilmente controllabili nel mondo delle corse, dove, avendo a che fare con piloti (ovvero persone), diventerebbe insostenibile decretare oggettivamente chi ha sbagliato e chi no e chi va punito e chi no. Compito delle case e degli sponsor è invece dare un segnale dove comportamenti non corretti sono palesi, cercando anche qui ragionevolmente di comprendere dove si è nei limiti della condotta di una gara che ti vede in lotta per un mondiale, e dove invece sta la scorrettezza che nelle gare non dovrebbe sorgere.

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