Italvolley, Travica: “Vi parlo della notte di Rio”

Pubblicato il autore: Manuela Passarella Segui

Dragan+Travica

“Era palese che ci fosse dell’altro in quella punizione”. Arriva in sordina, lento, ma inesorabile lo sfogo di Dragan Travica che sul suo blog ha deciso di parlare della “maledetta” notte di Rio de Janeiro che gli è costata la cacciata, insieme ad altri 3 giocatori, dall’Italvolley a ridosso della Final six. A poco meno di un mese dal rientro a casa di Ivan Zaysev, Giulio Sabbi, Luigi Randazzo e dall’ormai ex capitano azzurro arriva la sua versione dei fatti: tutti ce lo aspettavamo, nonostante le scuse da parte di tutti e quattro fossero state immediate e nelle quali si parlava di leggerezza, di responsabilità e di pentimento.

In questo mese ne sono successe di cose: abbiamo assistito ad un’Italia che si è piazzata ultima alla Final six; Berruto ha deciso di lasciare la guida della Nazionale di volley; abbiamo passato qualche giorno di suspense per conoscere il suo successore che alla fine non è stato altri che l’ex secondo, Gianlorenzo Blengini; abbiamo visto le convocazioni degli azzurri che si allenano a Cavalese in vista della World cup e, tra i 20 nomi, quello di Travica non l’abbiamo trovato.  Il racconto parte infatti dalla cena dei 4 in un ristorante italiano e dell’arrivo di un messaggio del coach per il rientro che non doveva essere più tardi delle 23.30…

Così dopo lunga meditazione forse l’ex capitano ha pensato di dire tutto ciò che pensava dal momento che non aveva nell’altro da perdere. “Il giorno dopo sarebbe stato libero – ha scritto Travica – solitamente non ci era mai stato dato un rientro preciso quando il giorno dopo era libero, o comunque non ci era mai stato dato prima della mezzanotte. Ovviamente eravamo pienamente consapevoli che stavamo disobbedendo ad una regola, ma in quel momento ci sentivamo tutto tranne che in colpa. Lo sapete anche voi quando si passano quelle serate in compagnia, fatte di poco, di quel poco che basta, di chiacchiere e spensieratezza, e una volta tornato a casa si ha la sensazione di aver passato un momento piacevole, leggero, utile, lo ripeto, utile. In quell’istante, ironia della sorte, veniamo beccati, ovviamente inconsapevolmente. L’avremmo scoperto l’indomani”.

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Dragan racconta quindi di un gruppo distante, che in campo non riusciva a trovare il giusto feeling, e che vedeva sempre più lontana la Federazione. Un dato che già dopo quella cacciata era diventato palese: la punizione infatti a molti sembrò esagerata. “C’era poco dialogo – continua – c’era incoerenza, c’era egoismo, staff e giocatori camminavano su due binari diversi, distanti e in direzioni opposte. Non ci si guardava nemmeno più negli occhi. Io personalmente stavo soffrendo, sia per come stavamo in campo, sia per come ci stavamo preparando ad una finale, sia perchè volevo fare, fare e ancora fare ma c’era come se qualcosa mi tenesse e mi tirasse indietro e una volta voltatomi non vedevo nessuno. Non riuscivo a trovare risposte ai mille “perchè” che mi giravano per la testa. Sembrava di vivere una convivenza forzata. Una sensazione bruttissima, soprattutto nello sport. Sono convinto ancora oggi che stessimo soffrendo tutti tanto. La verità, in poche parole, è che non si doveva arrivare a quel punto. Invece ci siamo arrivati, e di peso. Sono pienamente consapevole di aver disobbedito ad una regola, e sono pienamente d’accordo che quando si disobbedisce ad una regola, giusta o sbagliata che sia, bisogni pagare. E mi sembra di aver pagato più che sufficientemente. Credo fosse giusto prendere provvedimenti nei nostri confronti, come credo anche che se ne potessero prendere molti altri e diversi da quello inflittoci. Ma è successo quello che è successo e andava accettato. Ho avuto l’onore di passare abbastanza estati in Nazionale per averne viste di tutti i colori. Di cotte e di crude. I miei occhi hanno visto molto peggio, le mie orecchie hanno sentito molto molto peggio rispetto a quello che è successo quel sabato sera di Rio”.

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Il resto è storia. I 4 sono rientrati in Italia, si sono scusati, sono stati perdonati, chi più chi meno, ma Dragan doveva togliersi il sassolino dalla scarpa, soprattutto perché la notizia è arrivata alle orecchie di Berruto da un componente dello staff, una quinta persona che, evidentemente non aveva rispettato gli ordini.

A Travica, dunque non è piaciuto il due pesi e due misure, ma soprattutto lamenta di non essere riuscito ad avere un ulteriore confronto con nessuno, né mister, né Federazione.  “E’ finita così. Nemmeno il tempo di uno sguardo. Sarei falso a non dire che mi sarei aspettato un confronto, ma la mia non è una polemica, è solo una considerazione ovvia che faccio quando due parti hanno condiviso tanto insieme e in un attimo le strade si sono biforcate. Non è una questione di regole, non è una questione di logica, è una questione di pancia, di animo, di cuore. Di umanità. Altrimenti a che cosa serve costruire rapporti? Credo nei rapporti umani, mi sono sempre alimentato da questi, e spero di non smettere mai di farlo. Nemmeno dopo tutta questa storia”.

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Non parla dell’esclusione dalla World cup da parte di Blengini, e nemmeno del fatto che due di quei quattro sono a Cavalese con il resto della squadra, ma conclude ricordando i momenti migliori, vissuti indossando la maglia azzurra: “Per quella maglia ci ho messo la faccia, spesso e volentieri, e il cuore in ogni singolo secondo, in ogni singola palla. Lo voglio fare anche ora, in questo ultimo capitolo. Chi mi conosce come atleta sa che ho sempre fatto il massimo per dare il giusto esempio, dentro e fuori dal campo, e credo di aver sempre dato un buon contributo in questo senso. Questa sarà l’unica cicatrice che porterò con me dopo aver vissuto queste ultime settimane”.

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