Sessantasette anni senza alibi e migliorando sé stesso: auguri a Julio Velasco

Pubblicato il autore: Marco Roberti Segui


“Uno schiacciatore non deve parlare dell’alzata, deve risolverla“, “Voglio uno schiacciatore che schiacci bene palle alzate male”, due frasi che condensano bene l’animo istrione e quello da fine competente di Julio Velasco,67 anni oggi. E oltre alle sue novità sul piano del gioco e della mentalità apportate all’Italia e a tutto il movimento nostrano sono anche queste sentenze, semplici nella loro epigrammaticità (sempre piacevole da rilevare quando si è cultori delle lettere come il sottoscritto), che ci hanno fatto innamorare di questo tecnico arrivato da oltreoceano. E definirlo un comune allenatore è anche riduttivo se si pensa all’eredità che ha lasciato.

Già dal suo arrivo nel belpaese si era capito che Julio Velasco non era un allenatore come gli altri. Metodico e maniacale, due aggettivi ambigui, due voces mediae che di solito rappresentano la croce e la delizia della persona a cui vengono riferite. Ma Velasco non ha mai esasperato questo aspetto, temperandolo sempre con una sapiente umanità. Costretto a scappare dall’Argentina a causa della dittatura, arrivò in Italia all’inizio degli anni ’80, dove allenò per 3 anni la Tre Valle Jesi per poi passare nel 1985 a Modena. E qua vince lo scudetto per ben 4 anni consecutivi, incontrando tanti talenti che renderà futuri campioni: Andrea Lucchetta, Andrea Giani, Paolo Toffoli e Lorenzo Bernardi sono solo alcuni dei nomi che porterà con sé anche in nazionale. Dove approda nel 1989. Il muro di Berlino sta per crollare, sta per cominciare sia una nuova fase storica sia un nuovo inizio per la pallavolo italiana. Julio Velasco è il primo ct italiano a tempo pieno. Cambia tutto: dall’alimentazione, ai ritiri, ai metodi di allenamento. E i suoi ragazzi lo seguono ciecamente conquistando 2 Mondiali, 5 World League e 3 Europei con partite epiche che fecero meritare a quella squadra l’appellativo di “generazione di fenomeni”(copyright di Jacopo Volpi che riprese il titolo di una canzone degli Stadio).

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Il suo esempio inoltre ha fatto fare un deciso salto di qualità al movimento pallavolistico italiano invogliando tanti giovani a iniziare questo sport, oppure a intraprendere la carriera da allenatore. Impossibile non citare chi, tra i suoi allievi, è diventato stimato tecnico di club, come mister secolo Lorenzo Bernardi o l’ex centrale Andrea Giani. Ma anche tanti altri come Gianlorenzo Blengini, attuale ct dell’Italia, che proprio dopo la finale di coppa Italia ha dichiarato come grazie a Julio Velasco si siano aperte tante porte nel mondo della pallavolo per tanti. E da ultimo è giusto ricordare la sua battaglia filosofica, da buono studente di filosofia qual era. Ovvero quella contro la cultura degli alibi. La cultura di cercare scuse e pretesti per nascondere delle mancanze e di conseguenza non impegnarsi a migliorare. Un esempio, tratto da uno dei suoi numerosi interventi sul tema: quando giocava sulla sabbia in Argentina c’erano squadre composte anche da giocatori di discreto livello che però perdevano perché non erano abituati a saltare sulla sabbia. E lui si arrabbiava con loro, perché prendersela con la sabbia non aiutava a risolvere il problema; al contrario bisognava modificare le proprie conoscenze, rimettendosi in gioco, per raggiungere nuove competenze. Il vero passo da compiere per passare dalla sconfitta alla vittoria e capire cosa non va e correggerlo. Parole da scolpire nel cemento. Parole immensamente educative. Ma molto, molto impegnative. E forse per questo anche poco ascoltate.

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