Rugby Italia: Sergio Parisse e O’Shea fino al 2019

Pubblicato il autore: Domenico Margiotta Segui

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“So chi sarà il prossimo allenatore dell’Italia. Ho già parlato con lui. Non potrò giocare 80 minuti tutte le partite con lo Stade Francais e con l’Italia, non ho più 20 anni. Ma di tutto ciò ho parlato con il club e con il nuovo staff italiano. Tutto è impostato per giocare altri 4 anni al livello più alto”, queste le parole che Sergio Parisse, nella giornata di ieri, ha rilasciato in un’intervista a L’Èquipe. Il dopo Brunel è quindi già delineato, e ben al di là del solo nome del ct (l’irlandese Conor O’Shea) che il capitano azzurro non cita, per evidente rispetto verso la scelta federale di non ufficializzarlo prima della fine del Sei Nazioni. Lo stesso presidente federale Alfredo Gavazzi, ieri sera ha parlato ai giornalisti della Gazzetta, chiosando sul possibile nome del futuro ct: “Che sappia chi sarà il nuovo allenatore e che ci abbia già parlato lo dice lei. Quello che io so è che fino ad ora io non ho firmato nessun contratto, e che in queste vicende contano i fatti, non gli eventuali accordi verbali. Il prossimo incaricato avrà un contratto di quattro anni, da dopo il Sei Nazione 2016 a dopo il Sei Nazioni 2020, con possibilità di rescindere da ambo le parti”.

Se il presidente Fir non conferma, la scelta tecnica però è stata fatta, e il ruolo dello stesso Sergio Parisse è stato delineato. Parisse ha dato il suo placet su O’Shea, passo fondamentale dopo le recenti difficoltà con Brunel accentuate anche dalla scelta del ct di non concedere l’ultimo cap a Mauro Bergamasco contro la Romania. Più che sull’uomo, quindi, il via libera è arrivato sul piano globale. Innanzitutto tecnico: se deve dilatare il proprio orizzonte azzurro fino al Mondiale 2019, Parisse vuole la garanzia che in Giappone andrà una squadra competitiva. Sul fronte club, il contratto che lo lega in Francia dura quattro anni, ma Parisse vuole testare la propria condizione quando ne avrà 34. La scelta di restare allo Stade apre quindi apre una prospettiva di lungo termine in chiave azzurra: altri club, come il Bath e il Tolone, avevano offerto un contratto migliore a Parisse, ma lo Stade gli ha garantito la disponibilità a continuare con la Nazionale italiana. La differenza, in termini economici, l’ha messa di tasca propria la federazione.

Resta però la singolarità del caso Italia nel panorama internazionale: non c’è squadra, infatti, a livello mondiale cosi dipendente dal proprio capitano. In campo, la differenza tra l’Italia con Parisse e quella senza si è vista e più volte. Lampante, prima e durante l’ultimo Mondiale. Basta raffrontare le prestazioni, indifendibili, contro la Scozia e il Canada con quelle rinfrancanti contro Galles e Irlanda (i due soli incontri giocati dal capitano) per capire che l’Italia del rugby ha un assoluto bisogno di lui in campo, sia psicologicamente che tecnicamente. Il capitano ha dimostrato in tutta la sua carriera, di nazionale e di club, di avere un carattere carismatico che nel panorama italiano lo fa un giocatore unico, grintoso e nerboruto che non lascia nulla al caso.

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