Rugby: Muliaina l’altro Lomu

Pubblicato il autore: Domenico Margiotta

muliaina

Tra le parole che usa di più c’è hopefully e si fa resto a capire che Mils Muliaina non da nulla per scontato. Non è scontato il posto in squadra, non è scontato un buon contrattacco, non è scontato avere un amico a fianco. Bisogna costruire tutto con l’impegno, come ha fatto Muliaina, ma bisogna anche mettere in conto (come del resto ha sempre fatto Muliaina) che tutto possa cadere per un fattore esterno. Un infortunio, la scomparsa di un amico, o magari una ragazzina che ti accusa di averla molestata in un locale di Cardiff e tu ti trovi la polizia fuori dallo stadio di Gloucester che è venuta proprio a prendere te. Può capitare e ti senti solo, anche se sei stato un All Black per cento volte e per questo molti di quelli che ti reputavano un dio sono pronti a rinnegarti, almeno fino a quando un tribunale non riconosca che sei innocente. “Si, ciò che ho imparato negli All Black mi ha aiutato negli ultimi mesi. Ti temperi. Quando giochi però puoi far tacere le critiche giocando bene, mentre io negli ultimi mesi non andavo in campo, non potevo allenarmi né dare la mia versione dei fatti”. Queste le amare parole (rilasciate a un giornalista della Gazzetta) del 35enne estremo che domenica ha esordito nelle Zebre.

Dagli All Black ha imparato l’attitudine, prepararsi all’allenamento come se fosse una partita. Ogni mattina alla sveglia, decidi tu cosa sei o cosa non sei, cosa fare o cosa non fare, cosa essere o non essere. Un cambio di mentalità è stato il frutto del suo incontro con la Nuova Zelanda: prendersi cura dell’altro è l’unica cosa che veramente serve in una squadra. Il suo incontro con gli All Blacks iniziò nel 2003, mentre un anno prima smise in nero Jonah Lomu, un dio che insegnava a essere umili con la gente. Ha seguito la partita finale dell’ultimo Mondiale da casa, credendo che quei giocatori in nero fossero i più grandi di sempre, e a ragione. Infatti la Nuova Zelanda del Mondiale ha espresso un gioco superlativo, ed è riuscita a creare il mix perfetto tra giocatori esperti e giovani. Non bastasse, anche quando un giocatore entrava dalla panchina, il livello del gioco espresso non si abbassava mai. Quella stessa squadra che al ritorno a casa, ha trovato ad aspettarla una distesa umana di gente che si perdeva a vista d’occhio e che erano li sono per loro, per ringraziarli e accoglierli nel migliore dei modi, per essere in fondo in fondo parte (anche se un pezzo piccolo) della storia.

Esordisce anche in Italia nelle Zebre, definendo il popolo italiano molto simile a quello neozelandese: stare insieme alla gene e avere umiltà i due tratti distintivi dei due popoli (cosi lontani ma evidentemente cosi vicini). Il suo apporto di esperienza alle Zebre e il bel gioco che un All Black porta con sé, non fanno altro che arricchire il portato esperienziale del giocatore a contatto con la squadra. E dulcis in fundo gli è stato chiesto di dare l’esempio anche e soprattutto fuori dal campo, se è vero che il rugby non è altro che un’estensione della vita, prima che uno sport per solo maci.

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