Il rugby italiano e il “6 Nazioni”: troppe ombre e poche luci

Pubblicato il autore: Luca Prete Segui


Il 5 febbraio del 2000, gli azzurri esordivano nel 6 Nazioni ottenendo la prima storica vittoria per il rugby italiano in questa prestigiosa manifestazione, una partecipazione ottenuta in seguito alle ottime prove fornite in amichevoli internazionali contro “big” come Irlanda e Francia (vittoria leggendaria nel ’97 contro i transalpini a casa loro) e alle qualificazioni ottenute più volte ai mondiali. Gli uomini guidati da Johnstone  riuscirono a imporsi sulla Scozia per 34-20, guidati dal loro simbolo ossia italo-argentino Diego Domìnguez.  Da quella partita, sembrava che potesse davvero iniziare una era florida per i colori tricolori in questo sport, ma non fu così. Di lì in poi, l’Italia inanellò una serie di sconfitte dalle proporzioni umilianti contro gli altri cinque paesi anche nelle successive edizioni. Punteggi che superavano anche i 30 punti di scarto e piazzamenti all’ultima posizione nella classifica finale si sono verificati con una frequenza troppo alta purtroppo nel corso degli anni,  generando non pochi dubbi nell’ambiente riguardo al fatto che l’Italia non fosse ancora pronta per affrontare una simile sfida.  Gli scarsi risultati positivi in 15 anni (11 vittorie in 77 incontri, un pareggio contro il Galles nel 2006 e buone prestazioni offerte in casa contro la Francia), hanno tuttavia permesso di ottenere un minimo di credibilità tendente almeno a prolungare la nostra permanenza nel torneo. Ma a livello internazionale (come nel caso del Times), ci si chiede per quanto tempo ancora gli azzurri si meritino di competere con nazioni che sembrano di un altro livello, tirando in ballo altri paesi come Romania e Georgia, forse più preparati di noi (tuttavia, i “due” dell’est hanno quasi sempre perso contro l’Italia).
Ma perché il rugby italiano, nonostante sia indubbiamente cresciuto nell’ultimo decennio, non è riuscito a generare risultati un minimo soddisfacenti a livello sportivo? La ragione principale è soprattutto tecnica.  Quasi tutti i giocatori della rosa italiana (eccetto 5-6), provengono dalla lega nostrana (con Benetton Treviso che fa da padrona in questa classifica), un campionato poco competitivo, e lo dimostra anche le  prove deludenti offerte dai club italiani in manifestazioni come la European Rugby Champions Cup.  E’ presente ancora troppa differenza in termini di intensità e agonismo tra le partite di rugby che si svolgono in Italia e quelle che si è soliti vedere nei paesi anglosassoni e in Francia. Ma scontiamo un ritardo anche a livello tattico. Quando gli azzurri incontrano nazioni come Inghilterra e l’Irlanda, raramente danno l’idea di possedere una idea gioco, a differenza dei nostri avversari sempre estremamente organizzati, dalla difesa all’attacco. Problema che nasce già a livello giovanile nelle accademie, dove si dà più importanza all’aspetto fisico. Un gap derivante anche da budget troppo distanti tra le squadre italiane e straniere.
Per quanto concerne il lato organizzativo-economico del rugby italiano, qui gli aspetti positivi sono presenti in misura maggiore rispetto alle ombre, tuttavia presenti. La partecipazione al torneo dei 6 nazioni  ha sicuramente avuto un effetto benefico sul numero dei tesserati che sono quasi raddoppiati (poco più di 104.000, erano 60.000 nel 2000), ma tuttavia l’aumento ha riguardato zone circoscritte del paese e tagliato fuori, invece, il Meridione con aumenti ben più modesti. Infatti, la regione leader è la Lombardia con più di 20.000, seguita dal Veneto con quasi 17.000 e il Lazio con un numero superiore ai 10.000. Cifre più che dimezzate riguardo a Puglia e Sicilia.  Nonostante questo trend positivi,  questi dati sono ancora lontani da quelli relativi ai tesserati presenti in primis in Francia e poi  nei paesi anglosassoni europei.
Da noi, inoltre, è presente da sempre una “cultura calcistica” troppo radicata che fagocita tutto il resto e blocca il crescere di altre discipline. Solo quando accanto a  cambiamenti di tipo organizzativo (il riferimento va anche alla costruzione di impianti idonei solo adibiti ai match di rugby) e relativi al gioco, emergeranno anche mutazioni di carattere culturale, il rugby italiano potrà davvero svilupparsi in maniera soddisfacente grazie anche tipici valori che contraddistinguono questo sport, come la lealtà e la sportività,  i quali non potranno che essere di beneficio al nostro paese.

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