Rugby Eccellenza: massima espressione italiana o semplice punto di passaggio?

Pubblicato il autore: valerio amodeo Segui

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Lo scorso fine settimana si è giocata la XV giornata del campionato di Eccellenza di rugby.

A tre giornate dal termine, la classifica mostra una situazione già ben delineata, con le prime quattro squadre sicure dei playoff (difficile che le Fiamme Oro riescano a recuperare otto punti al Mogliano avendone solo 15 a disposizione) e con il Lyons e L’Aquila a lottare per una salvezza che probabilmente si deciderà con lo scontro diretto di Piacenza nella prossima giornata.

Un campionato, insomma, che avrà ben poco da dire per le prossime tre giornate, momento in cui finirà la stagione regolare.

E proprio per questo fa parlare di sé.

Questa netta spaccatura in classifica tra le prime quattro e le inseguitrici e i pesanti passivi delle ultime della classe (Lyons e L’Aquila hanno incassato insieme più di 130 punti nell’ultima giornata) hanno amplificato problematiche e dubbi che da anni circondano il massimo campionato italiano di rugby.

In primis, perchè la presenza del PRO 12 non lo rende la massima espressione del rugby nostrano, levandogli lustro, sostanza e interesse. Poi, perchè il livello di gioco sembra essersi appiattito, senza alcuna crescita e, in ultimo, perchè si tratta di un campionato semi professionistico spacciato per professionistico, creando non pochi problemi alle società che partecipano, spesso non in grado di fronteggiare le diverse necessità che un campionato pro richiede.

Cosa fare per ridare lustro ad un torneo che rischia di essere un semplice fase di passaggio tra la serie A e le franchigie?

Per prima cosa è necessario trovare la giusta dimensione all’Eccellenza, chiarendo se deve essere un semplice tramite per far arrivare i giocatori più forti al livello celtico o se deve essere un campionato con una sua identità e una sua importanza.

Questo passo, è essenziale, perchè modifica sostanzialmente il lavoro di presidenti, tecnici e staff.

I primi, sicuramente, cambierebbero il tipo di investimento (diminuendo il budget, nella maggior parte dei casi). Gli allenatori, invece, dovrebbero programmare il proprio lavoro non più finalizzandolo solo alla vittoria finale dello scudetto, ma indirizzandolo principalmente alla formazione dei giocatori, in particolar modo dei giovani che hanno maggiori probabilità di fare il passo verso il PRO 12.

Qualora, invece, l’Eccellenza debba essere considerato un campionato importante e attivo, non di passaggio, si deve, necessariamente, aumentare il livello di gioco, rendendolo quindi più interessante, competitivo e piacevole da seguire.

Le polemiche di queste settimane da parte di Cavinato non sono altro che il culmine di un discorso che viene portato avanti dall’inizio della stagione. Poco gioco, squadre che pensano più a difendersi non privilegiando la manovra offensiva, la ricerca eccessiva dei calci di punizione e quindi del risultato e, l’ormai retorico, squadre con due velocità diverse, sono temi che tengono banco da Settembre.

Cosa fare? La risposta non è certo semplice, così come pensare ad una modifica dell’Eccellenza sembra essere una soluzione ad effetto ma poco praticabile, perchè una eventuale riduzione a otto squadre comporterebbe a una diminuzione del numero di partite, in controtendenza con la necessità di giocare spesso, imposta dall’alto livello; un allargamento a dodici squadre con formula simile all’attuale serie A (due gironi geografici da sei squadre con le prime tre dei due gironi che partecipano a una fase playoff e le ultime a una fase palyout) porterebbe a risultati con passivi ancora più imbarazzanti degli attuali.

Un passo, però, deve essere fatto.

Bisogna aumentare la collaborazione tra le franchigie e le squadre di Eccellenza e, soprattutto, i ragazzi della accademia under 20 devono giocare in eccellenza e non essere costretti in un campionato di serie A che li vede partecipare senza la possibilità di essere promossi (per regolamento).

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