Italrugby, il termometro azzurro dopo un buon 2016

Pubblicato il autore: andrea nervuti Segui

Anno zero. Anzi, anno uno.

Tralasciando lo sciagurato 6 nazioni d’inizio stagione, quello in cui la sbrindellata gestione transalpina firmata da Jaques Brunel confinava l’Italia oltre il 14esimo posto del Ranking Mondiale, si può dire che sia stato un buon anno per il movimento rugbystrico italico. Quantomeno per la nazionale.
Riavvolgiamo il nastro. Giugno 2016. La selezione azzurra affidata al nuovo staff guidato dall’irlandese Conor O’Shea, parte per il consueto tour estivo nelle Americhe.
Primo appuntamento all’ “Estadio Colon” di Santa Fe, l’11 giugno contro i “cugini” argentini guidati da Daniel Hourcade. Sconfitta onorevole (24 a 30), davanti ad una formazione stabilmente dentro alla “Top Ten” della graduatoria. Un bel segnale a cui seguiranno due trionfi più pratici che esaltanti.
Il 18 giugno 2016, allo Stadio “Avaya” di San Jose, gli azzurri s’impongono (pasticciando un pochino) per 24 a 20 contro i padroni di casa statunitensi. È la prima vittoria dell’Italrugby dopo una serie infinita di sconfitte consecutive. Nell’arsura californiana facevano i loro esordi Mbanda e Negri, mentre Favaro cominciava ad assumere i galloni del leader.
“Le trenta ore di viaggio da Santa Fe, così come il caldo sono stati un fattore, ma la squadra ha reagito nei momenti difficili ed è sempre stata aggressiva come avevo chiesto”. Queste le misurate parole del selezionatore britannico al suo primo successo alla guida degli azzurri.
Una vittoria bissata nel fresco canadese di Toronto. Il 25 giugno, di fronte alla nazionale dei Canucks gli azzurri s’impongono per 20 a 18. Successo di misura, ma fondamentale per alzare l’asticella dell’autostima.
Al rientro dalla tournée nel nuovo continente, gli azzurri brindano a due successi ottenuti in tre partite.

Novembre 2016. Il primo dei test match autunnali vede gli All Blacks scendere in campo all’Olimpico di Roma. Oltre 50 mila presenze, grande entusiasmo e tanto, troppo, divario tecnico – tattico. Nella città eterna il risultato parla chiaro: Italia 10, Nuova Zelanda 68. Disfatta ovviamente prevedibile, anche se i modi potevano e dovevano esser diversi.

La leggenda. Nel secondo e penultimo test match autunnale, gli azzurri affrontano il Sud Africa al “Franchi” di Firenze. Nella tana dei gigliati, il XV diretto da Conor O’Shea compie il miracolo, addomesticando clamorosamente gli Springboks con il punteggio di 20 a 18. Per la primissima volta gli azzurri decapitano una “top Four” e persino le grandi testate nazionali e britanniche riempiranno di gloria l’Italrugby. Sabato 19 Novembre, Conor e le sue coraggiose scelte entreranno prepotentemente nella storia dell’ovale italico.
Dall’altra parte dell’emisfero, il day after, è un disastro: per il memorabile quotidiano in lingua “afrikans” cons sede a Johannesburg, rifilerà un clamoroso 0 (zero), a tutti i membri della spedizione toscana.
Parliamoci chiaro: una goduria mai provata prima.
La settimana successiva, ci si attenderebbe la consacrazione contro Tonga, ma tra lo sgomento dell’Euganeo di Padova, gli isolani s’impongono in terra veneta per 19 a 17 grazie ad un piazzato a tempo scaduto. Uno scivolone inaspettato, probabilmente indotto dalla giovane età e dai pochi caps internazionali di alcuni nostri nuovi giocatori cardine (Gega, Panico e Bronzini su tutti).

Tuttavia, un sentiero tracciato verso la crescita collettiva è stato scavato. L’aver battuto i “boks”, ha riportato entusiasmo in un movimento che stava lentamente avvitandosi su sé stesso.

Una folata di ottimismo che dovrà indubbiamente trovare conferme nel 6 Nazioni 2017!

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