Rugby, Italia fuori dal Sei Nazioni? Secondo Clive Woodward gioverebbe agli Azzurri

Pubblicato il autore: Simone Del Latte Segui

rugby sei nazioni italia woodwardDi critiche al rugby italiano ne siamo abituati. Ne abbiamo lette e sentite in tutte le salse da quando la nostra Nazionale ha intrapreso la sua avventura nel Sei Nazioni. Quando però provengono da un tecnico del calibro di Clive Woodward (coach dell’Inghilterra campione del mondo nel 2003) ricevono una certa autorevolezza. A cinque giorni dalla sfida di Twicenham l’ex tecnico inglese ha sottolineato in un’intervista al Daily Mail quali sono i principali limiti alla crescita della Nazionale italiana di rugby nel Sei Nazioni. Due sostanzialmente.

Il primo è intrinseco all’attuale format della competizione e riguarda l’assenza del rischio di retrocessione. La garanzia di poter continuare a confrontarsi con giocatori come Laidlaw, Sexton, Warburton, Hartley, Guirado e con tutti i più grandi esponenti del rugby europeo alla prossima edizione, anche qualora si termini il percorso all’ultimo posto in classifica, ha reso gli Azzurri, secondo Woodward, “soft and complacent” (molli e compiacenti), facendo perdere loro la fame e l’ambizione che li contraddistingueva non molti lustri or sono e che li ha portati ad entrare di diritto all’interno del torneo. La formula dei play out è parte integrante della maggior parte degli eventi sportivi internazionali più importanti, mentre la lotta per non retrocedere di categoria è la linfa vitale che anima lo sport competitivo. Qualora l’ipotesi di far fronteggiare la sesta classificata nel Sei Nazioni con la vincitrice del Rugby Europe International Championship (da sei anni ad oggi la Georgia) per stabilire chi meriti realmente l’Europa dei grandi fosse più che ventilata, l’Italia potrebbe ritrovare il suo sopito “fighting spirit”.
Woodward ricorda poi la grande stagione del rugby italiano degli anni ’90, il periodo d’oro che ha sfornato veri e propri talenti come Massimo Giovanelli, i fratelli Cuttitta, Carlo Checchinato, Ivan Francescato, Carlo Vaccari e ovviamente Diego Dominguez. Un’Italia capace anche di impensierire seriamente la sua Inghilterra nel 1998 in una gara di qualificazione alla Coppa del Mondo ad Huddersfield. “All’epoca io ero allenatore della Nazionale inglese – afferma Clive Woodward – Abbiamo vinto 23 a 15, ma il successo sarebbe dovuto essere degli Azzurri. Erano mentalmente e fisicamente impressionanti.” Ma sono discorsi nostalgici, poiché ora come ora “their legacy has been squandered” (la loro eredità è stata sperperata).

Se il primo problema non riguarda propriamente l’Italia, ma il modo in cui è concepito il Sei Nazioni, il secondo decisamente si ed è attribuito al ct Conor O’Shea. A detta di Woodward, a penalizzare la crescita del movimento rugbistico italiano sarebbero anche le troppe responsabilità assunte dal tecnico della nostra Nazionale, il quale ha voluto fin da un primo momento impegnarsi in un lavoro di riformazione del rugby in Italia. “Non si può riuscire a fare tutto, pena il ridimensionamento del tuo impatto effettivo in tutti i settori in cui operi.” Sarà invece più opportuno, continua Woodward, che Conor O’Shea si dedichi al solo lavoro in campo, lasciando le questioni organizzative alla Federazione, proprio come fece Eddie Jones quando fu chiamato a sostituire la panchina vacante lasciata da Stuart Lancaster, e chissà se gli esiti ci saranno altrettanto propizi.

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