Rugby, alle radici di Swing low, sweet chariot: la storia di un’appropriazione culturale

Pubblicato il autore: Simone Del Latte Segui

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Twickenham Stadium, Londra, 4 marzo 2017. Non era trascorso neanche un minuto dall’inizio del match tra Inghilterra e Francia che dagli spalti comincia a crescere l’amato coro del rugby inglese. “Swing low, sweet chariot” cantavano decine di migliaia di spettatori. Si tratta di un celebre ritornello, di un’altrettanto famosa melodia che negli Stati Uniti è considerata come uno dei più intensi brani spiritual afro-americani del XIX secolo, invocata per far luce sull’oscurità della schiavitù e per spezzare metaforicamente le catene dell’oppressione razziale. La sua forza è stata tale da oltrepassare l’Oceano Atlantico, acquisendo una nuova ed inedita dimensione, dalla forma invariata ma dalla funzione decisamente differente, ossia quella di un inno sportivo.

Negli Stati Uniti la canzone è stata pubblicata per la prima volta come testo scritto negli anni ’70 del 1800, entrando nei canzonieri dei Jubilee Singers della Fisk University, un coro nero in tour per l’America e per l’Europa, le cui esibizioni permisero l’originaria diffusione del canto in Gran Bretagna. Nel corso degli anni ’50 del XX secolo, mentre i brani spiritual venivano declamati come catalizzatori del movimento afro-americano per i diritti civili, nel Regno Unito “Swing low, sweet chariot” stava progressivamente diventando un coro goliardico da pub canticchiato davanti alle partite di rugby in tv.

La prima volta che è stata intonata a Twickenham era il 18 marzo 1988 durante una partita dell’allora Cinque Nazioni tra Inghilterra e Irlanda. Alcuni studenti della Douai School presenti allo stadio erano soliti cantare la melodia ogni qual volta la loro squadra era in procinto di segnare. Tempo dopo i giornali inglesi affermarono che la genesi dell’inno era indissolubilmente legata alla grande prestazione in campo di Chris Oti, il primo giocatore nero a vestire la maglia della Nazionale, il quale segnò ben tre mete in quell’occasione, forse particolarmente ispirato dal coro. Da allora “Swing low, sweet chariot” fa sistematicamente la sua comparsa ad ogni partita casalinga (e non solo) della Nazionale inglese di rugby ed è stata accolta dalla Rugby Football Union come una componente centrale della sua commercializzazione. Il brano, definito “di proprietà dei tifosi inglesi” dalla cantante Ella Eyre, è stato riprodotto in tantissime versioni ed è diventato addirittura spunto per molte campagne di marketing pubblicitario (recentemente della BMW per citarne una).
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Josephine Wright, professoressa di musica e cultura afro-americana al College di Wooster in Ohio, ha dichiarato al New York Times che “queste appropriazioni transculturali delle canzoni originarie degli schiavi afro-americani tradiscono una totale mancanza di comprensione del contesto storico in cui quei brani vengono concepiti.” Effettivamente, la percentuale dei supporters inglesi a conoscenza delle radici del rinomato ritornello è minoritaria, benché circa due anni fa la questione era stata sottoposta all’attenzione pubblica da alcuni media britannici. Il 1 marzo 2015 apparve sul Telegraph un articolo firmato Gareth May dal titolo Is it time England kicked their rugby anthem in to touch?”, mentre pochi mesi più tardi Thomas Bagnall pubblicava sull’Indipendent Why it’s time for England to stop singing Swing low, sweet chariot”. Tuttavia come sottolinea John Williams, direttore del Centro di Sociologia dello Sport all’Università di Leicester, “la tipica folla che va a vedere l’Inghilterra del rugby allo stadio non si pone neanche lontanamente questi interrogativi.”

E’ facile sminuire l’essenza delle canzoni quando siamo immersi nel contesto di un evento sportivo. Se siamo però disposti ad attribuire allo sport una valenza pedagogica, non possiamo non riconoscere che il silenzio che circonda Swing low, sweet chariot è un’occasione mancata. Un’occasione mancata per educare tifosi, giocatori e allenatori riguardo l’intento di un inno, che non celebra solamente le vittorie di un Paese, ma anche quell’uguaglianza razziale di cui il rugby tende a farsi sponsor e garante.

 

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