Peter Fill: da carrozziere a “revenant” dello sci sul tetto del mondo

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

peter fill sci mondo
I valligiani altoatesini, generalmente, non amano troppo le ciarle e le fanfare dei carrozzoni mediatici. In 50 anni di coppa del mondo di sci la casistica non mente. Da Gustav Thoeni e Herbert Plank, mansuete “gemme” della valanga azzurra degli anni ’70, fino alla baronessa della velocità Isolde Kostner, passando per i filibustieri dell’Ital-jet anni ’90 Peter Runggaldier e Wener Perathoner, i portacolori del Sud Tirolo ci hanno fatto capire una cosa: chi nasce ai piedi dei monti pallidi è più abituato a fare che a dire. Forse perché lassù, in quella terra redenta ora ai vertici di ogni ranking Istat sulla qualità della vita, si parla il ladino più che l’italiano. Mezzo secolo, già: tanto ci è voluto per vedere un atleta in tuta azzurra alzare al cielo la coppetta della specialità regina dello sci alpino, quella discesa libera spettacolo immaginifico di potenza e acrobazia, genio e sregolatezza. “Per sfrecciare a 140 chilometri all’ora su due sci qualche venerdì fuori posto lo devi avere” – era l’opinione infingarda di Kristian Ghedina, con ogni probabilità il discesista più forte e sfrontato mai nato nel Belpaese. Lui che quella sferetta di cristallo l’ha sfiorata tante volte, fino ad arrivare quasi a maledirla.

Era un tabù da disintegrare, quello della coppa del mondo di discesa, per tutto il clan azzurro delle nevi. Ed è toccato a Peter Fill spazzarlo via. Ragazzo di Castelrotto con occhi teneri da cerbiatto, mite e sempre disponibile, lavoratore indefesso, innamorato pazzo dei suoi monti e delle loro nevi, “Pietro” è quell’eroe che in quattordici anni di carriera ha parlato più con i silenzi che con le dichiarazioni a mezzo stampa. Tanto è che quelle urla belluine all’arrivo della pista Corviglia di St.Moritz (che hanno fatto il giro dei tg) sono parse come grida liberatorie dopo anni passati a sibilare o poco più.

Leggi anche:  Dove vedere slalom gigante Santa Caterina Valfurva: streaming gratis e diretta tv Coppa del Mondo Sci alpino maschile

Il vissuto di Fill è fatto di graduali ascese, dolorosi tonfi e grandissime aspettative che lo accompagnano a braccetto già dall’età puberale. Infatti già a 13-14 anni viene subito considerato un “predestinato” della neve: a scuola zoppica e dopo una breve parentesi in un istituto professionale va a lavorare come carrozziere in un’officina vicino casa. Ha deciso: il suo mestiere sarà quello. Però è ancora un ragazzino e scia. E lo fa bene: nei week end di gara (quando la carrozzeria è chiusa), rifila sonore legnate a tutti i suoi avversari. Nel ’97, scoccati i 15 anni, decide di dedicarsi anima e corpo allo sci. Nel ’99 ai campionati italiani juniores vince l’oro in tutte le specialità: Flavio Roda, storico tecnico di Tomba, è in brodo di giuggiole. L’oro in super-G ai mondiali juniores di Tarvisio nel 2002 è il primo urrà internazionale degno di nota: nel marzo dello stesso anno, a 19 anni, esordisce in coppa del mondo ad Altenmarkt, in quell’Austria che ci invidia un talento così cristallino.

Leggi anche:  Dove vedere slalom gigante Santa Caterina Valfurva: streaming gratis e diretta tv Coppa del Mondo Sci alpino maschile

I primi anni nel circo bianco sono tosti: l’obiettivo è la polivalenza e Fill gareggia in tutte le specialità disperdendo un po’ troppe energie. Il suo habitat naturale è la velocità, così mano a mano abbandona subito lo slalom e poco dopo pure il gigante. A Wengen, nel gennaio 2006, arriva il primo podio (3° in combinata). Una settimana dopo è 3° in super-G sulla Streif di Kitzbuhel, tempio dello sci che segnerà la sua carriera. I podi iniziano ad arrivare a go go, ma manca la vittoria. Arriva in Canada, nella libera di Lake Louise, nel novembre 2008. Pochi mesi dopo, ai mondiali di Val d’Isère, c’è invece l’argento in super-G. Nel 2010 in estate, si strappa di netto un muscolo e va sotto i ferri: la stagione è andata. Torna l’anno dopo e ai mondiali di Garmisch, quelli che consacrano il suo grande amico Christof Innerhofer, conquista il bronzo in combinata. Vivacchia poi per anni: ai Giochi di Sochi in Russia non va oltre il 7° posto in discesa. Fino a quest’anno: a novembre parte con la seconda piazza a Lake Louise a un solo centesimo da Svindal. Grida alla jella, ma da lì è un’escalation. In discesa è sempre nella top ten, tranne a Santa Caterina dove perde uno sci. A metà gennaio, a Kitzbuhel, il capolavoro: zittisce 35 mila tifosi austriaci vincendo sulla Streif, gara più importante dell’anno. Nel frattempo Svindal, suo grande rivale norvegese, si fracassa il crociato. Ha però in agguato un altro avversario tosto: Dominik Paris, compagno di squadra di 7 anni più giovane, che stravince a Chamonix e a Kvitfjell. Il resto è cronaca di ieri: Paris arriva all’atto finale malconcio, e lui finalmente demolisce il tabù azzurro. Quindi l’urlo, le lacrime, l’inno di Mameli che riecheggia per il Canton Grigioni. “Nel 2011-2012, quando mio padre si ammalò, pensai di mollare. Devo dire grazie a mia moglie che mi ha spinto ad insistere” – sono le sue parole da “revenant” dello sci azzurro. Non lo ha fatto, meno male. E ora alla sua Manuela porterà in dote un bel boccione di cristallo al centro del salotto.

  •   
  •  
  •  
  •