Wimbledon, gli italiani e quell’erba maledetta

Pubblicato il autore: Valerio Nisi Segui

giorgi

WIMBLEDON – Sarà il clima, sarà l’erba, mettiamoci anche la sfortuna. Una cosa è certa: gli italiani e Wimbledon non hanno un bel rapporto. Anche quest’anno nessuno degli azzurri è riuscito a raggiungere la seconda settimana dello Slam, il che significa che anche questa volta siamo fuori dagli ottavi di finale. Il terzo turno a Church Road è ormai una maledizione. Il miglior piazzamento risale al 1960, grazie alla semifinale giocata e persa al quinto set da Nicola Pietrangeli contro l’australiano Rod Laver. Poi due quarti di finale con Adriano Panatta nel 1979 e Davide Sanguinetti nel 1998. Per il resto il baratro.

ERBA MALEDETTA – Wimbledon resta così lo Slam che ci ha regalato poche, pochissime soddisfazioni. La scuola tennistica italiana c’è da dire che ha quasi nulla da spartire con l’erba, vero e proprio tabù. Meglio invece sulla terra battuta e sul cemento, dove i maggiori risultati sono stati raggiunti dalle donne e soprattutto nell’ultimo decennio. Pensiamo a Flavia Pennetta, a Francesca Schiavone, a Sara Errani e Roberta Vinci. Gli ottimi risultati ottenuti dalle nostre ragazze lasciavano ben sperare. Nello sport si sa, basta un campione che faccia venire voglia alla gente di mettersi alla prova, per cercare di superare ostacoli e record. L’exploit di qualche anno fa di Camila Giorgi, classe 1991, lasciava sperare molto bene. Chiaro è che la Giorgi ha ancora tempo, ma le lacune mostrate in questi giorni fatte di errori forzati e distrazioni evidenti, fanno pensare che il problema principale sia mentale. Problema che pare accompagnare anche gli uomini. Nulla di più si poteva chiedere a Seppi, che ha cercato di resistere ad un Murray in splendida forma (chissà come sarebbe andata comunque se lo scozzese sul centrale di Wimbledon non avesse finto un problema alla spalla, spezzando il ritmo di sei games consecutivi vinti per il nostro Andreas).

TENNIS ITALIANO IN CRISI? La sensazione è che, anche quando la tecnica è buona o quantomeno perfettibile, i nostri ragazzi perdono un po’ la testa. E dal punto di vista caratteriale, inutile parlare delle sceneggiate di Fabio Fognini (che resta, credo, il migliore giocatore del nostro Paese), ma anche da quello puramente mentale, della concentrazione costante per tutte le ore di gioco. La costanza. Questo è che manca alla scuola italiana. Mi viene da penare facile a Simone Bolelli, classe 1985, che aveva raggiunto il 36esimo posto del ranking ATP, per poi precipitare al 55esimo piazzamento. Buoni prospetti ce ne sono: Gianluigi Quinzi, Matteo Donati, Marco Cecchinato, Salvatore Caruso e Stefano Travaglia su tutti. E se ci sono i buoni prospetti restano alte le speranze. Ma si deve fare in fretta. Tutte le scuole tennistiche del mondo sfornano talenti che nel giro di pochissimo tempo restano in pianta stabile nelle posizioni più alte del ranking ATP. Investire su questi prospetti sembra l’unica via perseguibile. Vogliamo fare il tifo per i nostri ragazzi, e lo faremo comunque. Vorremmo anche arrivare alla seconda settimana di Wimbledon con speranze più accese, anche con il brivido del rischio sospensione per pioggia, vogliamo essere noi a consumare quella maledetta erba sulla linea di fondo, e vogliamo lanciare più palline possibili in tribuna, firmando occhi di telecamere. È possibile, vogliamo e dobbiamo crederci. Mai come oggi ci rendiamo conto di quanto lo sport italiano in generale abbia bisogno di un rinnovamento, non tanto di uomini quanto di idee. Il difetto più grande del nostro modo di pensare è sempre stato quello di cullarci, perché abbiamo la storia che ci sostiene le spalle. Arriva il momento in cui però la storia viene dimenticata e le giustificazioni o gli alibi non sono più credibili. È meraviglioso poter parlare di Panatta, ricordare Pietrangeli. Ma poi bisogna andare oltre. E allora testa alta, allenamento, cultura dello sport, e mai come in questo caso tanto “olio di gomito”.

 

 

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