Grande Slam per Djokovic? Solo se passa a Parigi

Pubblicato il autore: Alessandro Legnazzi Segui

Contesa e discussa ma sempre affascinante. L’espressione Grande Slam ha una storia talmente originale da renderla unica nel panorama dello sport internazionale: era il 1933 quando il giornalista americano John Kieran accostò l’eventuale impresa di Jack Crawford al massimo punteggio totalizzabile in un famoso gioco di carte. “Se vincerà lo US Open, sarebbe come assegnare un grande slam nel bridge” scrisse. Crawford non vinse, anzì crollò malamente sotto i colpi di Fred Perry, divenuto noto più per le magliette, piuttosto dell’indiscutibile bravura.

Nella storia ben pochi atleti possono fregiarsi di aver vinto un Grande Slam, sono due signori e tre signore, iscritte all’immortalità. Nel 1938 Donald Budge, californiano di Oakland ma di padre scozzese, fu il primo tennista a vincere nel medesimo anno solare i quattro major della stagione: Open d’Australia, Open di Francia, Wimbledon e Open degli Stati Uniti. Il trionfo di Budge fu vidimato dall’invenzione del cronista del New York Times, il primo Grande Slam. Il tennis viveva ancora nella distinzione tra dilettanti e professionisti, un’assurda ghettizzazione sportiva terminata nel 1968, data che rappresenta il crollo del Muro del Tennis: l’inizio dell’Era Open.

Rod Laver-Tennis

Rod Laver, in una foto di repertorio

Sei anni prima, nel 1962, un fuoriclasse nato in Australia, entrò in questo cerchio magico a suon di serve and volley: Rod Laver. Il Rockhampton Rocket è, ancora oggi, una Leggenda del tennis detentore di un record impossibile da emulare: non solo vinse il Grande Slam da dilettante, ma si confermò il migliore anche nel 1969, da professionista, in periodo Open appena iniziato.

Le gesta femminili di graziose donne rubate all’eleganza della danza classica ha fatto conoscere tre tenniste uniche nel loro modo di affrontare una partita. Nel 1953 miss Maureen Connoly, mancata cavallerizza, portò a casa a soli diciannove anni il Grande Slam. Ben più grande della californiana è stata Margaret Smith, una gentil signora del Nuovo Galles del Sud: era il 1970 e, di rientro da un anno sabbatico nel quale si era sposata con Barry Court, strapazzò le sue colleghe nei quattro major stagionali.

In epoca più recente, 1988, Steffi Graf non solo vinse Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open, ma andò oltre vincendo anche la medaglia d’oro olimpica a Seul: è il Golden Grande Slam. Suo marito Andre Agassi avvicinò il record della compagna tedesca nel 1992 e 1999 ma non a comprendere le cinque vittorie nello stesso anno solare. Stesso discorso per Rafa Nadal nel 2005 e 2010.

Oggi Novak Djokovic non ha rivali, il suo stile di gioco dalla meccanica ed elasticità esasperata è il prodotto che meglio impatta nel tennis moderno, ultrafisico e poco tecnico. L’ultimo Open australiano è stato vinto dal serbo con una facilità disarmante, il suo undicesimo titolo slam che lo ha affiancato a Rod Laver (ne avrebbe vinti di più senza distinzioni tra pro e dilettanti) e Borg (si è ritirato, la prima volta, a soli 27 anni).

Boris Becker è il coach di Nole, i due si conoscono da tanto tempo ormai e il tedesco è stato determinante nel rendere il n.1 al mondo continuo nei risultati. Il punto debole di Djokovic resta sempre Parigi, l’Open che – paradossalmente – meglio si adatta a un iron man come lui sotto il profilo della resistenza: se Novak riuscirà a vincerlo allora non ci saranno più dubbi sulla possibilità di Grande Slam.

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