La consacrazione di un nuovo giocatore spagnolo nel mondo del tennis: Ricardo Bautista-Agut

Pubblicato il autore: marco.stiletti Segui
photo_verybig_173000A Gennaio 2014, su uno dei campi principali del complesso degli Australian Open, un omino con la testa grossa e i polsini extralarge prendeva a pallate un gigante di due metri. Il piccoletto aveva il look di un impiegato qualsiasi al circolo per il dopolavoro, mentre l’energumeno era Juan Martin Del Potro, campione Slam cinque anni prima e testa di serie numero 5 in quell’edizione del Major di Melbourne. Il successo sull’argentino, con conseguente quarto turno perso contro Dimitrov, segnava l’inizio della stagione in cui Roberto Bautista-Agut si faceva finalmente conoscere ai piani alti del tennis internazionale. Nella carriera di Bautista, 14esimo nel ranking maschile, ci sono solo vittorie nei master 250. E ora contro uno tra Murray e Simon potrebbe arrivare il primo successo di portata importante. Aspettando uno dei quattro grandi Slam al momento può arrivare un vero e proprio formidabile traguardo. Onore a Bautista, giocatore senza lampi ma solido e intelligente, con buone soluzioni di dritto e stavolta accompagnato anche da un servizio incisivo (7 palle break su 9 annullate).
La vittoria su Djokovic nella semifinale di ieri notte a Shangai, terminata 2-0 (6-4, 6-4,) è la definitiva consacrazione del tennista spagnolo. Anche Bautista puà essere uno degli eredi di Nadal per quanto riguarda la selezione iberica. Recente finalista a Mosca e premiato come “Most Improved Player” lo scorso anno. Un fisico normalissimo, che nasconde un gioco e una personalità fuori dal comune. Nel penultimo Masters 1000 della stagione il tennista spagnolo è cresciuto notevolemente. Ha eliminato negli ottavi prima Troicki e poi Tsonga. Il tennista iberico ha conquistato la prima finale in un ‘1000’, riuscendo nell’impresa di battere per la prima volta in carriera il più forte giocatore al mondo. Djokovic aveva vinto tutti e cinque i precedenti tra i due.
Una volta superato il suo aspetto, a impressionare è sicuramente il timing e la pulizia dei suoi colpi: piatti e penetranti da entrambi i lati del campo, supportati da una eccezionale abilità di lettura del gioco, che lo porta ad anticipare i colpi e disegnare geometri acutissime. Il fisico è quello che è, ma la ridotta potenza dei suoi fendenti è compensata dall’istinto tipico di chi ha più cervello che muscoli. Colpi piatti, volèe, gioco verticale: la tipica scuola spagnola, insomma… Non c’è nulla che faccia spiccare Bautista oltre la coltre di colleghi ben più blasonati e glamour, ma è proprio questo suo essere nessuno, a renderlo qualcuno.
Taciturno ed entusiasta della sua vita al tempo stesso, lui che fino a 14 anni era considerato una futura stella del football, a soli 14 anni rifiutò il Villareal per la busta con dentro la racchetta, che la mamma Ester gli aveva messo in mano a cinque anni. Non carismatico come i suoi connazionali, non un trascinatore di folle: normale, ma non banale, anzi, un riflessivo, introverso ma non chiuso. E suoi interessi sono l’emblema del mondo che si nasconde al di là del suo viso disteso ma vispo: in viaggio per quaranta settimane l’anno.
Colpi meno penetranti, killer instinct latitante, nervosismo latente: solo le prossime settimane ci diranno se per il dominatore delle ultime due stagioni si tratta di una debacle passeggera o dei sintomi di un cedimento strutturale.
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