Tennis, Coppa Davis: 40 anni fa la vittoria dell’Italia

Pubblicato il autore: Daniele Caroleo Segui

coppa davis

Uno dei successi più importanti della storia sportiva italiana. Una vittoria unica, conseguita dalla squadra azzurra composta da Nicola Pietrangeli, lo storico capitano non giocatore del team ed eterna leggenda del tennis italiano, Adriano Panatta, che era, di fatto, il giocatore di punta della formazione italiana e che, tra l’altro, in quello stesso anno riuscì anche ad aggiudicarsi il Roland Garros, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e la riserva di lusso Tonino Zugarelli. Un successo per altro storico e per certi versi piuttosto particolare, visto e considerato anche il contesto geopolitico in cui tale impresa venne portata a termine.
Parliamo della Coppa Davis del 1976, vinta, per l’appunto, dall’Italia, in una finale giocata a Santiago, nel Cile di Pinochet, contro la compagine di casa. Una finale che qualcuno, in terra nostrana, avrebbe addirittura voluto non giocare, per protesta contro il regime dittatoriale di quel paese: il Cile, tra l’altro, arrivò in finale anche perché alcune delle nazioni che avrebbero dovuto affrontarlo nelle varie fasi ad eliminazione optarono proprio per la soluzione “boicottaggio”, consentendo quindi alla squadra sudamericana di passare il turno senza problemi. Ad esempio l’ultima, in ordine cronologico, a decidere di non sfidare la squadra cilena, fu la formazione dell’URSS in semifinale. E per questa decisione la squadra sovietica venne anche esclusa dalle due seguenti edizioni della Coppa Davis.
Anche in Italia moltissimi giornali, politici vari e dirigenti sportivi avevano spinto fortemente affinché la squadra capitanata da Nicola Pietrangeli non si imbarcasse per il Cile. Cosa che poi non avvenne, anche se la formazione italiana decise di scendere comunque in campo indossando, in occasione del doppio, una vistosa maglietta rossa, in segno di provocazione nei confronti di Pinochet.
Lo stesso Pietrangeli, in una recentissima intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, ricorda: “Dissi subito che l’eventuale decisione di non giocare la finale di Coppa Davis sarebbe stata stupida e scellerata, che la politica non poteva fermare lo sport e che trent’anni dopo nessuno si sarebbe più ricordato del Cile e di Pinochet, ma solo della vittoria. E lasciare che sulla Coppa ci fosse il nome di un’altra squadra perché ci eravamo rifiutati di andare là era da irresponsabili.
Per quei pochi che non lo sapessero è doveroso specificare che la Coppa Davis è la massima competizione mondiale a squadre del tennis maschile. E’ una competizione riservata unicamente alle squadre nazionali. Giocata con cadenza annuale, viene disputata con la formula dell’eliminazione diretta. Ideata, di fatto, nel 1899 da quattro membri della squadra di tennis dell’Università di Harvard, la Coppa Davis è il più antico torneo per squadre nazionali di qualsiasi disciplina sportiva.
Fino al 1976 l’Italia era riuscita a guadagnarsi la finale solo due volte: nel 1960 e nel 1961. Successivamente tornerà a giocarsi l’ambitissimo trofeo anche nel 1977 nel 1979, nel 1980 e nel 1998, ma, nonostante gli azzurri possano vantare, anche tutt’ora, l’atleta che ha giocato e che ha vinto più incontri in assoluto in questa competizione (parliamo dello stesso Nicola Pietrangeli, che ha all’attivo ben 164 incontri e 120 vittorie in Coppa Davis, per altro tutti giocati prima della finale del 1976), l’Italia non è più riuscita ad alzare quella coppa al cielo.
L’edizione del 1976 della Coppa Davis è stata la sessantacinquesima di questo prestigioso torneo. Vi parteciparono cinquantasei nazioni: trentadue appartenenti alla zona europea, dodici della zona dell’est e altrettante del continente americano.
Il percorso della squadra italiana per giungere alla finale fu tutt’altro che agevole. Dopo aver superato, quasi in scioltezza, i primi due incontri, contro la Polonia e la Jugoslavia, vincendo per cinque a zero, nel mese di luglio l’Italia si trovò ad affrontare la fortissima nazionale svedese, detentrice del trofeo. In questo incontro, giocato a Roma, gli azzurri ebbero la meglio sui propri avversari anche grazie al forfait di Biorn Borg, che, tra l’altro, aveva appena vinto il suo primo torneo di Wimbledon. Nel turno successivo, la cosiddetta “finale europea”, ad attendere l’Italia c’erano gli inglesi, ai quali spettava anche la scelta della superficie su cui disputare la sfida. I britannici optarono per l’erba di Wimbledon, ritenendola ostica per gli atleti azzurri. In questa occasione Pietrangeli scelse di far giocare Zugarelli, viste le sue caratteristiche, sicuramente migliori, sui campi veloci, al posto di Barazzutti, .
Una mossa azzeccatissima: Zugarelli, infatti, vinse il primo singolare contro Taylor, mentre Panatta superò Lloyd. Gli azzurri, nel secondo giorno, persero il doppio, nonostante ben tre matchpoint, ma si assicurano, nella giornata successiva, il punto decisivo grazie alla vittoria di Panatta contro Taylor. Nella quinta sfida, seppur ininfluente, Zugarelli riesce comunque a conquistare anche l’ultimo punto in palio.
Si giunge quindi alla semifinale della Coppa Davis. L’Italia ospita la quotatissima formazione australiana contro la quale, per altro, gli azzurri avevano già perso le finali del 1960 e del 1961. Siamo nel mese di settembre e, nella prima giornata di incontri, Barazzutti riesce ad imporsi contro Newcombe mentre Panatta è costretto ad arrendersi ad Alexander. Nella seconda giornata, la formazione azzurra per il doppio, composta da Panatta e Bertolucci, sconfigge con estrema disinvoltura la coppia australiana formata da Newcombe e Roche. Decisivi quindi sarebbero stati gli incontri della terza giornata: nel primo Alexander riuscì a battere Barazzutti, ma l’ultima sfida, quella tra Panatta e Newcombe, venne interrotta per oscurità. L’incontro venne recuperato nella giornata di lunedì e si concluse con la vittoria dell’atleta italiano, che conquistò quindi l’ultimo punto utile per staccare il biglietto della finale.
Gli incontri, previsti nelle giornate del 17, 18 e 19 dicembre 1976, si sarebbero giocati presso l’Estadio Nacional de Cile, a Santiago. Ma prima che ciò avvenga, in Italia si scatenano tutta una serie di polemiche infuocate tra chi propendeva per boicottare la finale e chi invece voleva che gli azzurri andassero a giocarsi la vittoria in Coppa Davis.
Nel 1973, infatti, in Cile, Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, grazie ad un golpe militare, si autonominò presidente instaurando una vera e propria dittatura nel paese sudamericano. Come in ogni regime totalitario, anche la dittatura del generale Pinochet ha cercato di utilizzare lo sport, e i successi dei propri atleti, come uno strumento di propaganda politica ed ideologica. La vittoria in un torneo così importante come la Coppa Davis era quindi considerato, di fatto, fondamentale per il governo cileno.
E mentre in Italia si organizzavano addirittura manifestazioni e cortei al grido “Non si giocano volée con il boia Pinochet”, qualcuno si rende anche conto che il non andare a giocare la finale di Coppa Davis, e consegnare, conseguentemente, il titolo alla nazionale cilena, sarebbe stato addirittura controproducente sopratutto a livello puramente politico, perché la propaganda del regime totalitario di Pinochet ci avrebbe sicuramente guadagnato.
E’ Adriano Panatta, anni dopo, a raccontare alcuni importanti retroscena di quei giorni, rievocati anche nel film “La maglietta rossa” del regista Mimmo Calopresti: “Fu Ignazio Pirastu, al tempo responsabile della Commissione Sport del Pci, a farci arrivare l’inattesa notizia: per Berlinguer dovevamo andare in Cile. E voleva lo sapessimo. Per il segretario del Pci non sarebbe stato giusto che la Coppa finisse nelle mani del Cile del regime-Pinochet piuttosto che nelle nostre. Da lì in poi la strada verso la partenza si fece in discesa. Fu come un liberatutti. Il governo Andreotti disse che lasciava libero il Coni di decidere, quest’ultimo lasciò libera la Federazione e di fatto ci ritrovammo a Santiago, liberi di vincere.
Dopo numerose incertezze, divieti, appelli e polemiche, alla fine, dunque, la squadra azzurra parte alla volta del Cile.
Sul campo non c’è praticamente storia. Nonostante l’impianto sportivo sia affollatissimo, gli atleti italiani si impongono agilmente nei primi due singoli: Barazzutti sconfigge Fillol e Panatta vince su Cornejo. Il 18 dicembre si gioca la sfida del doppio, decisiva nel caso di vittoria dell’Italia. La coppia azzurra è composta da Panatta e Bertolucci. Ma la squadra italiana decide di scendere in campo indossando una vistosa maglietta rossa. Ed è proprio Bertolucci a raccontare il motivo di tale scelta, in un’intervista rilasciata al Quotidiano.net nel maggio di quest’anno: “La notte prima della partita Adriano è entrato in camera mia in albergo e mi ha detto che avremmo dovuto lanciare un segnale forte, indossando delle magliette rosse contro il regime e Pinochet. Io l’ho guardato e gli ho detto: ‘Ma sei scemo, questi ci sparano!’. Lui ha insistito, ha cominciato a dire che sarebbe stato un gesto simbolico, che dovevamo farlo. A quel punto, era notte fonda, ho visto che ci teneva tanto e allora ho ceduto: ‘Senti Adriano, io scendo in campo anche in mutande, quindi facciamo come ti pare ma basta che vinciamo’.”.
Una provocazione bella e buona che, pare, i militari cileni non gradirono tantissimo. Così come non gradirono il risultato del campo. La formazione italiana, infatti, si impose sulla coppia Cornejo-Fillol per tre set a uno (3-6/6-2/6-3/9-7) e si aggiudicò, per la prima ed unica volta nella sua storia, la Coppa Davis.
Nella giornata successiva si giocarono anche gli ultimi due incontri, totalmente ininfluenti, che videro l’affermazione di Panatta su Fillol e la sconfitta di Zugarelli contro Prajoux. Ma oramai i giochi erano fatti e gli azzurri avevano conquistato il prestigioso trofeo.
Una vittoria, come detto, storica, ma in pratica vissuta solo a metà dai protagonisti di quell’impresa. Il capitano Pietrangeli, infatti, non nasconde ancora oggi l’amarezza vissuta in quei giorni. Le sue parole rilasciate nel corso dell’intervista alla Gazzetta dello Sport precedentemente citata non lasciano molto spazio all’interpretazione: “Quello che è successo fu una vergogna. Vincemmo la Davis e fummo costretti a tornare di nascosto, senza poter condividere quella gioia. Sportivamente, è stata una delle pagine più belle della nostra storia, ma come paese l’Italia fece una figura pessima“.
Oggi sono trascorsi esattamente quarant’anni da quella finale. Quarant’anni che hanno sostanzialmente spazzato via ogni genere di polemica, accusa, veleno e quant’altro sia stato detto o fatto in quei giorni, lasciando giustamente spazio al ricordo, emblematico, di un’impresa, compiuta da una generazione di tennisti, di atleti, di assoluto valore. Un’impresa di fatto senza precedenti e che, purtroppo, non si è mai più ripetuta nel nostro paese.

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