Paolo Orlandoni a SuperNews: “Alleno i portieri del Sassuolo, felice di essere in questa società. Inter? Sento spesso i miei ex compagni del Triplete nella nostra chat di gruppo…”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui

SuperNews ha avuto il piacere di intervistare Paolo Orlandoni, ex portiere, tra le tante, di Inter, Reggina, Bologna, Lazio, Piacenza, e oggi preparatore dei portieri del Sassuolo. Da terzo portiere dell’Inter, dal 2005 al 2012 Orlandoni vince 5 Campionati, 3 Coppe Italia, 1 Champions League, 4 Supercoppe Italiane e 1 Mondiale per club. L’ex giocatore di Bolzano, classe 1972, ricorda gli anni dello storico Triplete, la figura del condottiero Josè Mourinho e il gruppo che è riuscito in quell’impresa storica. Orlandoni si esprime, poi, sull’attuale Serie A, in particolare sull’Inter di Simone Inzaghi, e sul suo ruolo da allenatore dei portieri del Sassuolo.

 

Paolo, perché proprio il ruolo del portiere? Solitamente, i ragazzi, sognano di essere attaccanti per far gol. Come mai, tu, ti sei appassionato al ruolo quasi opposto?
Da piccolino mi affascinava il ruolo del portiere. Mi veniva naturale. Già all’età di 6 anni, in casa mi divertivo a tirare la palla contro muro e a tuffarmi per pararla. Credo che si nasca con determinate caratteristiche per fare quel ruolo, e così è stato nel mio caso.

Sei approdato all’Inter nel 1990-1991, e poi, non trovando spazio, sei stato dato in prestito, fino a vestire la maglia della Reggina nel ’98-99. Con gli amaranto hai totalizzato circa 47 presenze e sei stato parte del gruppo che è riuscito a conquistare la prima promozione in Serie A. Che ricordi hai della chiamata da parte dell’Inter? E che esperienza è stata quella con la Reggina?
Sono cresciuto nell’Inter. Per me, che venivo da un’altra città, è stato un salto nel buio andar via di casa a 14 anni per andare a giocare nel settore giovanile dei nerazzurri. E’ stato difficile. Tuttavia, i sacrifici si fanno per inseguire i propri sogni. Quando sono diventato più grande, verso i 18 anni, sono andato in giro per la Serie C, in varie città d’Italia, per “farmi le ossa”, per poi approdare nella Reggina, in Serie B, giocando da titolare e conquistando la prima storica promozione in A con la maglia amaranto. Fu un successo inaspettato e incredibile, per la città, il gruppo e anche per me, perché non eravamo una squadra costruita per vincere un campionato. Questo traguardo ha rappresentato un salto di qualità per la mia carriera, perché vincere un campionato di Serie B da protagonista e disputare un campionato di Serie A l’anno dopo mi ha permesso di affermarmi in un’altra categoria, realizzando il sogno di giocare nella massima serie.

Dopo essere stato un giocatore di Bologna e Lazio, squadre in cui non avevi un ruolo da titolare, sei stato al Piacenza dal 2001 al 2005, e nell’ultimo anno sei riuscito a giocare titolare totalizzando 64 presenze. Come sei approdato al Piacenza? E che ricordi hai di quella parentesi?
Ho un bel ricordo di Piacenza. Ho giocato per due anni in Serie A e per due in Serie B. Il primo anno abbiamo raggiunto la salvezza con mister Novellino, mentre nel secondo anno di Serie A siamo retrocessi, e sono stato a Piacenza per due altri anni nel campionato cadetto. Sono stato bene, eravamo un buon gruppo e sono cresciuto molto. E’ stata una parentesi lunga della mia carriera. Successivamente, ho avuto la fortuna di essere stato richiamato dall’Inter e sono tornato a Milano.

Esattamente, proprio nel 2005 ritorni all’Inter e diventi il terzo portiere della squadra dopo Julio Cesar e Toldo. Con i nerazzurri vivi l’esperienza di uno storico Triplete raggiunto nel 2010 sotto la guida di Josè Mourinho. Ci dici in che modo Josè è riuscito a conquistare subito l’ambiente e il gruppo? Ci racconti un aneddoto divertente di quell’anno e uno particolarmente significativo per te?
Quando sono ritornato all’Inter ho trovato mister Mancini, con cui per due anni abbiamo vinto il campionato. Per questo, credo che il primo cambiamento decisivo dell’era Moratti sia stato raggiunto con Mancini. Poi, nel 2009, è arrivato Mourinho. Grazie ad un gruppo incredibile e una società che stava costruendo cose importanti, anche con il tecnico portoghese abbiamo continuato a conquistare titoli, fino ad arrivare alla conquista di tutti e tre i trofei nel 2010, l’anno del Triplete, e soprattutto arrivare a vincere la Champions League, obiettivo primario del presidente Moratti e di tutti noi. Di aneddoti ce ne sono tanti. Per me, che sono cresciuto nell’Inter e che tifavo per quei colori, far parte di un gruppo così era un sogno. Eravamo tanti ragazzi, di tante nazionalità diverse, ma con un intento comune. Una società solida può arrivare a vincere tutto quello che è stato vinto con un grande gruppo.

Hai modo di sentire ancora i tuoi ex compagni?
Sì, abbiamo una chat dove scriviamo molto spesso. Il legame è rimasto intatto, nonostante siano passati 11 anni. A volte ci si sente telefonicamente, a volte ci si mette d’accordo per vedersi da qualche parte. E’ come se ci vedessimo ogni giorno. Questo è il bello di quel gruppo: tutti partecipano attivamente in questa chat, e questa è la dimostrazione di un affetto a cui basta poco per essere alimentato.

La tifoseria interista ti ha sempre molto amato, anche quando non hai ricoperto un ruolo da titolare. Hai sempre sentito questo calore e questo supporto nei tuoi confronti?
Sì, devo essere onesto, ho avuto sempre più di quello che ho dato, sia da parte della tifoseria sia da parte della società e dei miei compagni. Personalmente, ho sempre cercato di comportarmi bene, rendendomi disponibile con tutti e allenandomi al 120%. Penso che questa mia qualità sia stata riconosciuta da tutti, e mi ha permesso di esaudire qualche ambizione personale. La gratificazione che ricevo dalla gente e dai compagni mi permette di essere felice e appagato della scelta che ho fatto.

Che gruppo ti sembra quello dell’Inter di Inzaghi? Che impressione ti hanno fatto i nerazzurri in queste prime due giornate di campionato?
Mi sembra un gruppo importante, ben assortito, cementato dal lavoro svolto in questi anni  e da mister Conte, che ha portato l’Inter alla vittoria dello scudetto. Quest’anno sono state fatte delle cessioni importanti, ma sono stati acquistati dei giocatori altrettanto importanti. Inoltre, penso che la scelta di Simone Inzaghi sia stata molto intelligente, perché lo ritengo un allenatore di prospettiva, molto empatico, che sa far giocare bene la squadra. Affidare a Inzaghi questo gruppo, secondo me, è stata una scelta perfetta. Sono sicuro che faranno bene, hanno alle spalle un bel progetto sportivo e penso che lo porteranno avanti.

C’è un portiere che in Serie A ti piace particolarmente?
Andrea Consigli, che alleno, è un portiere di alto livello, con una carriera alle spalle importante e si sta confermando da parecchi anni. Rientrano nelle mie preferenze anche Alessio Cragno e Audero, che credo siano i portieri più importanti e di prospettiva che il panorama italiano abbia in questo momento.

Oggi sei preparatore dei portieri del Sassuolo. Come ti stai trovando? Senti tuo il ruolo di “allenatore”?
Sì, è quello che ho sempre sognato di fare. Adesso sono quasi 10 anni che alleno, ho avuto esperienze sia in Italia sia all’estero. Sono felicissimo di essere approdato al Sassuolo, una società importante, seria, con prospettive importanti. Per questo, essere chiamato per allenare i neroverdi mi ha fatto piacere, ne sono onorato, mi ha stimolato nuovamente a cambiare, ancora una volta, i piani della mia vita. Cerco di trasmettere quello che è stato il ruolo del portiere per me, quali siano le cose importanti sia da un punto di vista tecnico che psicologico, a ragazzi di nuova generazione ma già di altissimo livello. Per questo, essere arrivato qui a Sassuolo è uno step importante della mia carriera.

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