NBA Rising Stars: Tim Frazier

Pubblicato il autore: Guido Vaccarini Segui

Tim Frazier

Tim Frazier

Torna l’appuntamento con la nostra rubrica dedicata ai giocatori che – contro ogni pronostico – si stanno mettendo in mostra sui parquet NBA. Se si tratta soltanto di fuochi di paglia saranno il tempo e il campo a dirlo ma a noi piace pensare che questo per loro sia soltanto l’inizio. Nella puntata di oggi parleremo di un personaggio arrivato alle luci della ribalta soltanto negli ultimi giorni dopo tanta gavetta, Tim Frazier. Un giocatore che negli anni ha dovuto lottare contro le avversità e la diffidenza di chi lo vedeva come un talento discreto ma poco più. Uno che con la sua intelligenza e la sua preparazione avrebbe potuto guardare tutti dall’alto in basso, assecondando i pronostici che lo accreditavano di un futuro professionale e accademico di tutto rispetto, ma che ha preferito cambiare prospettiva cercando di farsi largo a spallate in un contesto in cui tutto sembrava giocare a suo sfavore. Perché a volte la (gran) testa ti suggerisce la cosa giusta ma il cuore (e gli attributi) ti dicono che sarebbe troppo bello guadagnarsi rispetto e considerazione in un mondo in cui – per forza di cose – dovrai invece guardare gli altri praticamente sempre…dal basso in alto. Andiamo a conoscerlo meglio.

Gli esordi
Tim Frazier nasce a Houston il 1° novembre 1990, figlio di Billy e Janice. Ha un fratello – William – e una sorella – Krystal – che si è distinta nel basket a livello collegiale venendo inclusa nella selezione All-Conference USA. Spinto dal suo esempio, inizia a giocare a basket già all’età di 5 anni: negli anni dell’infanzia per il suo fisico esile viene considerato come inadatto per gli sport di contatto ma d’altro canto la velocità innata e la destrezza con il pallone tra le mani fanno di lui una potenziale buona guardia sul parquet. Krystal ha dichiarato che Tim fin dalla tenera età ha sempre dimostrato un innato altruismo in campo, preferendo migliorare i compagni di squadra piuttosto che mettersi in mostra dal punto di vista individuale: in sostanza quello che – manuale alla mano – dovrebbero fare tutti i playmaker.

Gli anni della High School
Iscrittosi allo Strake Jesuit College Preparatory, Frazier non si muove dalla sua città Natale per gli anni della High School. Qui si mette in buona luce portando la squadra a risultati mai raggiunti in precedenza. Nel suo anno da junior chiude con 11.5 punti, 5.5 rimbalzi e 3.0 palle recuperate di media, portando la squadra al titolo del District 17-5A e guadagnandosi la nomina a Difensore dell’Anno. L’anno successivo migliora ulteriormente il proprio rendimento: andando avanti a medie di 15.5 punti, 7.7 rimbalzi, 5.5 assist e 3.6 palle recuperate per allacciata di scarpe, trascina la squadra al 2° titolo distrettuale consecutivo e successivamente alle semifinali del torneo statale e – a livello individuale – si porta a casa i titoli di MVP del District 17-5A e di All-Greater Houston Player of the Year. Con simili prestazioni Tim si guadagna la stima degli scout: per il 2009 viene considerato al 110° posto tra i migliori giocatori di High School, 20° per il ruolo di point guard e miglior prospetto in assoluto per lo stato del Texas. Tutto questo non gli impedisce tra l’altro di conseguire il diploma “cum laude”.

Leggi anche:  Basket, Italia-Macedonia del Nord streaming e diretta tv in chiaro? Dove vedere Qualificazioni Europei 2022

Il passaggio a Penn State: gioie e dolori
Come da tradizione, alla vigilia dell’anno da Senior, per Frazier arriva il momento di scegliere il college con cui proseguire la propria carriera: il suo talento chiaramente non può lasciare indifferenti e tra settembre e ottobre del 2008 bussano alla sua porta delegazioni mandate da Bradley, Colorado State, New Mexico State, Santa Clara, Stanford, Stephen F. Austin, e UTEP. Il 23 ottobre del 2008 arriva il momento della decisione: Tim Frazier si impegna con Penn State, preferita alle altre non solo per la squadra di basket molto competitiva ma anche per il prestigioso programma accademico. Prima dell’inizio dell’anno da freshman, mette in vetrina tutto il suo talento fisico arrivando a 34 pollici nel salto verticale e concludendo il test della “Lane Agility” in 10.3 secondi (le migliori prestazioni ottenute dai giocatori presenti alla NBA Combine 2009 sono stati rispettivamente di proprio 34 pollici in una e 10.44 secondi nell’altro). Per quanto riguarda i risultati ottenuti sul parquet, Frazier chiude la stagione 2009-10 con medie di 5.0 punti, 2.3 rimbalzi e 2.4 assist con un season high di 19 punti contro Robert Morris il 16 novembre. Cifre non altisonanti ma comunque promettenti, tanto che Tim riesce a guadagnare sempre più spazio nelle rotazioni di coach DeChellis finendo per partire in quintetto in 10 delle 31 partite giocate. L’anno successivo per la guardia nativa di Houston lo spazio in campo e le responsabilità aumentano: parte infatti titolare in 33 delle 34 partite giocate, mettendo insieme 6.3 punti, 3.9 rimbalzi e 5.1 assist in una media di 30.8 minuti, aiutando la squadra a raggiungere la finale del torneo della Big Ten Conference e il tabellone NCAA. L’anno da Junior è probabilmente quello migliore nella carriera collegiale di Frazier: pur in una stagione avara di soddisfazioni per la squadra, riesce a chiudere con medie di 18.8 punti, 4.7 rimbalzi, 6.2 rimbalzi e 2.4 palle recuperate e a guadagnarsi la nomination per svariati riconoscimenti individuali. La stagione 2012-13 parte per lui in maniera ancora più promettente, dopo 3 partite il nostro viaggia a 21.7 punti, 6.0 rimbalzi e 5.8 assist ma – all’improvviso – il dramma: trascorsi 5 minuti e 30 secondi del quarto incontro, il tendine d’Achille fa crack…campionato finito quasi prima di cominciare. Considerati i tempi di recupero previsti, Frazier opta per la redshirt e decide di riprovarci l’anno successivo. Un infortunio tanto devastante non poteva non lasciare delle scorie e infatti Tim chiude la sua carriera a Penn State con un’annata in calo: 14.9 punti, 4.5 rimbalzi, 5.4 assist e 1.6 palle recuperate sono medie buone ma non quanto il suo talento poteva lasciar presagire. Meglio è andata a livello accademico: nei 5 anni trascorsi in Pennsylvania Frazier è riuscito infatti a conseguire un diploma in “Catena di Distribuzione e Sistemi di Informazione”, una laurea in “Arti e Scienze della Comunicazione” e tre nomine per l’Academic All-Big Ten.

Leggi anche:  Basket, Italia-Macedonia del Nord streaming e diretta tv in chiaro? Dove vedere Qualificazioni Europei 2022

2014-15: primi tormentati approcci con il basket professionistico
Dichiaratosi eleggibile per il Draft 2014, Tim Frazier sostiene provini con diverse squadre tra cui Phoenix Suns, New York Knicks, Boston Celtics, Minnesota Timberwolves, Philadelphia 76ers e Washington Wizards ma non viene selezionato da alcun team NBA. Subito dopo la conclusione del Draft però, coach Brett Brown lo invita per giocare tra le fila dei Sixers la Summer League di Las Vegas. Il 29 ottobre 2014 i Boston Celtics gli offrono un contratto non garantito per prendere parte al Training Camp, salvo poi tagliarlo il 27 ottobre e “girarlo” ai Maine Red Claws, squadra NBDL affiliata alla franchigia del Massachussets. Qui il nostro eroe riesce finalmente a trovare lo spazio di cui aveva bisogno: parte subito col botto segnando 18 punti (conditi da 4 rimbalzi e 9 assist) all’esordio. Da lì in poi è un crescendo rossiniano: nel corso dei mesi Frazier porta infatti i suoi season high rispettivamente a 34 punti, 11 rimbalzi, 14 assist e 4 palle recuperate aggiungendo poi per sovrannumero anche 3 triple doppie. Tanto splendore non poteva passare inosservato e infatti puntuale arriva il decadale offerto dai Philadelphia 76ers. Con la squadra della Città dell’Amore Fraterno Tim si conferma passatore sopraffino ma tira malissimo e il suo contratto non viene rinnovato. Il tempo di tornare ai Red Claws per la 4^ tripla doppia stagionale ed ecco un nuovo decadale offerto dai Sixers: stavolta però l’avventura dura soltanto 4 giorni, visto che Philadelphia lo “taglia” subito dopo aver acquisito Thomas Robinson. Ma Tim Frazier non è tipo da scoraggiarsi, giusto un attimo per raccogliere le idee e torna a fare quello che gli riesce meglio difendendo ancora una volta i colori dei Maine Red Claws. Dopo aver segnato più di 20 punti per altre 4 volte e aver innalzato i suoi season high a 13 rimbalzi e 16 assist (con anche la 5^ tripla doppia dell’annata) arriva la chiamata dei Portland Trail Blazers: contratto garantito fino a fine stagione. Con la squadra dell’Oregon lo spazio sul parquet non è moltissimo ma Frazier riesce comunque a togliersi la soddisfazione di chiudere l’ultima partita della regular season con 13 punti, 4 rimbalzi e 10 assist e partecipare pure ai playoff. Ah…nel frattempo il 21 aprile 2015 era arrivata pure la nomina a MVP e Rookie of the Year della NBDL dopo una sfavillante stagione da 16.1 punti, 7.1 rimbalzi, 9.5 assist e 1.7 recuperi in 41 partite.

2015-16: l’anno della consacrazione?
Confermato dai Portland Trail Blazers anche per la Summer League e il Training Camp successivi, Tim Frazier riesce a superare il taglio e a garantirsi un posticino in roster anche per la stagione in corso. Lo spazio è sempre poco, se si eccettua la partita contro gli Atlanta Hawks del 22 dicembre in cui parte in quintetto, rimane in campo per tutti i 48 minuti e chiude con 12 punti, 7 rimbalzi, 7 assist e 2 recuperi. Non abbastanza per tenerlo al riparo dal taglio che arriva – inevitabile e forse un po’ ingeneroso – il 18 febbraio successivo. Ridisceso di nuovo in NBDL sempre con i Maine Red Claws, il gioco di Frazier è parso salito di livello: in 8 partite 15.0 punti, 9.1 rimbalzi e 9.4 assist con la 6^ tripla doppia della carriera (10^ di sempre della squadra). In un momento di grossa difficoltà, con la stagione ormai del tutto compromessa e il roster falcidiato dagli infortuni, qualcuno al piano di sopra ha pensato di affidarsi a lui: ecco quindi arrivare il decadale offerto dai New Orleans Pelicans.

Leggi anche:  Basket, Italia-Macedonia del Nord streaming e diretta tv in chiaro? Dove vedere Qualificazioni Europei 2022

Tim Frazier

Il resto è cronaca di stretta attualità. Il giorno dopo aver firmato il contratto, giunto in città da poche ore e con nessun allenamento con la squadra alle spalle, l’esordio con i Pelicans è di quelli da ricordare: 14 punti, 3 rimbalzi e 9 assist che permettono al team della Louisiana di stendere i Sacramento Kings. Due giorni dopo la sfida più suggestiva, contro la squadra che lo aveva tagliato soltanto poche settimane prima: i Blazers si portano a casa la vittoria ma Frazier si toglie più di qualche sassolino dalla scarpa, chiudendo con 13 punti, 3 rimbalzi e 4 assist. Nel back-to-back del giorno successivo si sale di livello, vittoria prestigiosa contro i Los Angeles Clippers. E il nostro eroe? 17 punti, 7 rimbalzi, 2 assist e 4 recuperi. Così, tanto per gradire…

Prospettive
Osservando le cifre complessive di questa stagione non si ha un’idea molto attendibile dell’impatto avuto dal giocatore in questo suo ennesimo esordio: Frazier sta infatti viaggiando a 2.7 punti, 1.4 rimbalzi e 1.6 assist di media. Non lo si immagina facilmente correre per il campo con la velocità di una pantera, infilarsi in ogni minimo varco con l’agilità di un gatto, saltare come una gazzella, avvicinarsi al canestro incurante dei contatti fisici con la caparbietà di un toro. Magari ci viene più facile riflettere sui problemi legati alla sua stazza ridotta, la leggerezza eccessiva, il tiro da fuori ancora abbastanza approssimativo e che porta chi difende su di lui a “battezzarlo” il più delle volte per non lasciargli troppo spazio per le penetrazioni. Poi però ti fermi a riflettere un po’ di più, non fermandoti alla superficie delle cose: vedi la sua faccia da bambino (che tanto ci ricorda B.J. Armstrong), il suo sorriso, la sua estrema intelligenza, il talento fisico fuori del comune. E ci aggiungi pure l’innato istinto per il passaggio, la buona efficacia nel mid range, la capacità di trovare l’equilibrio reggendo il contatto, gli imprevedibili e immarcabili tiri in corsa, la tecnica difensiva sopraffina, il senso della posizione e l’elevazione che gli permettono di raccogliere di gran lunga più rimbalzi di quanto sarebbe logico pensare per un nanerottolo di neanche 1 metro e 85. E ancora, guardando sempre quelle maledette statistiche, ti accorgi che con la canotta dei Pelicans sta viaggiando a 13.8 punti, 3.8 rimbalzi, 4.8 assist e 1.2 recuperi di media. E ti esalti pensando a questo piccolo grande uomo che – sfidando ogni probabilità – ha deciso di provare a guadagnarsi il suo posto al sole guardando tutti dal basso in alto.

  •   
  •  
  •  
  •