Paolo Poggi a SuperNews: “Il gol più veloce in Serie A? Icardi mi fece sudare. Cleto Polonia il difensore più ostico, Udinese-Ajax la partita che vorrei rigiocare”

Pubblicato il autore: Rudy Galetti Segui


SuperNews ha avuto il piacere di intervistare Paolo Poggi, ex attaccante, tra le altre, di Udinese, Roma e Mantova e attuale Direttore Tecnico del Venezia. 10 stagioni di Serie A, oltre 250 presenze e 50 gol, con 1 Coppa Italia vinta con il Torino: insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe più importanti della sua lunga carriera, ricca di aneddoti inediti.

Partiamo da un record personale: è tuo il gol più veloce della Serie A, 8 secondi, siglato quando giocavi al Piacenza nella gara al Franchi contro la Fiorentina. Una grande soddisfazione.
Un record che dura dal 2001, da 19 anni, tantissimo tempo. Anche se nel calcio di oggi sono cambiate un po’ le regole e potrebbe essere più semplice batterlo. Ricordo che qualche anno fa Icardi, calciando direttamente da metà campo, prese la traversa contro il Napoli. Che sudata! Come tutti i record è fatto per essere battuto, ma questa longevità fa piacere.

Tu hai iniziato la carriera nella tua città, al Venezia in C1: cosa significa difendere i colori “di casa”?
È una grande responsabilità. E soprattutto è un grande onore, è forte il senso di orgoglio. In una città come Venezia, poi, dove non si gira con l’auto, i tifosi ti circondano ad ogni fine partita, la loro vicinanza si sente ancora più forte.

Nella prima avventura in Laguna, durata fino al 1992, c’è una partita su tutte che ancora resta indelebile nella mente dei tifosi veneti: lo spareggio per salire in serie B giocato nel giugno 1991 contro il Como. Qual è il tuo ricordo di quella gara?
È un ricordo vivissimo, una grande emozione. Lo spareggio si giocava a Cesena: c’è stato un grande esodo da Venezia, con migliaia di tifosi al nostro seguito per seguire la partita secca che valeva un posto in Serie B. Una sfida tutt’altro che semplice: è stata una battaglia. Sul 2-1, a qualche minuto dalla fine, il nostro portiere Bosaglia ha neutralizzato un rigore. Le nostre coronarie sono state messe a dura prova.

In Serie B, l’anno successivo, sei stato il miglior cannoniere del Venezia di Zaccheroni. Una grande impresa per un ragazzo appena ventenne che già godeva della piena fiducia del tecnico.
L’anno della Serie B ha rappresentato per il Venezia il ritorno allo Stadio Sant’Elena, dopo anni passati a Mestre, e anche per questa ragione è stata una stagione molto significativa per me, essendo nato proprio a Sant’Elena. Questo mi ha spinto a dare ancora di più in campo. In quell’anno ho conosciuto Zaccheroni: era un tecnico giovane che, dopo 2 campionati vinti al Baracca Lugo, arrivava con un’idea di gioco ben chiara. Il suo modo di essere è stato fondamentale per coinvolgere un gruppo che aveva tanti giocatori di spicco con forti personalità.

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Nella stagione successiva arriva la chiamata del Torino e il 22 novembre 1992, a 21 anni, fai il tuo esordio in serie A contro la Juventus. Il tuo ricordo?
È stata una chiamata un po’ a sorpresa quella del Torino. Mi ero appena affacciato ad un calcio “da grandi” con il Venezia, i granata arrivavano da una finale di Coppa Uefa persa male con l’Ajax e Luciano Moggi, direttore sportivo granata dell’epoca, aveva scelto me per sostituire Lentini appena venduto al Milan. In quel novembre tremavano le gambe, esordire al Delle Alpi nel derby di Torino, particolarmente sentito dai tifosi granata, è stato qualcosa di molto bello.

Tra l’altro, la Juventus, nella tua esperienza al Torino e non solo, ha rappresentato una squadra a cui hai segnato gol pesanti.
È vero. Nelle 2 semifinali della Coppa Italia 1992-93 vinta con il Torino ho segnato sia all’andata che al ritorno. E poi nello spareggio UEFA, qualche anno dopo con l’Udinese, ho messo a segno il gol dell’1-1 che ci ha permesso di qualificarci alla “vecchia” Europa League, mandando la Juventus all’Intertoto.

A proposito di Udinese: nell’estate del 1994 approdi in Friuli, nonostante i bianconeri fossero appena retrocessi. Cosa ti ha spinto a questa scelta?
C’erano stati avvicendamenti societari a Torino ed ero stato invitato ad andare via. Mi è arrivata la proposta dell’Udinese e in quel momento per me significava ritrovare la titolarità del ruolo e la confidenza con il campo in una squadra costruita per vincere il campionato cadetto e tornare subito in serie A. Tra l’altro da quella stagione la famiglia Pozzo aveva deciso di dare una svolta al progetto dell’Udinese e non a caso dal 1995 i friulani non sono più retrocessi. È stata un’opportunità che ho preso al volo senza pensarci un attimo.

Prima di ritrovare in panchina Zaccheroni, dopo la promozione in serie A, il primo tecnico che hai conosciuto all’Udinese è stato Galeone. Com’è stato il tuo rapporto con lui?
Galeone è un allenatore a cui devi piacere per starci bene. Era un precursore dei tempi, con una filosofia di calcio offensiva, completamente opposta rispetto a quella che andava per la maggiore in quel periodo. Io mi sono trovato benissimo con il mister: avevamo uno scambio di impressioni quotidiane, tutte esperienze che mi sono rimaste nel tempo.

In serie A hai scritto alcune delle pagine più belle dell’Udinese, conquistando 2 qualificazioni europee e arrivando a lottare, nella stagione 1997-98, anche per lo Scudetto.
Fino alla 27^ giornata di quel campionato, in una partita in casa con la Lazio (ndr persa 0-2), eravamo in lotta per il primo posto. È stato un sogno durato a lungo: la Juventus e l’Inter erano tecnicamente superiori, ma noi avevamo un gruppo molto difficile da affrontare. Alla fine abbiamo conquistato un grande 3° posto: l’unico rammarico è che la qualificazione alla Champions League è stata estesa alle prime 4 classificate soltanto nella stagione seguente.

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Tu, insieme ad Amoroso e Bierhoff, componevate un tridente pazzesco in quell’Udinese.
Aggiungo anche Locatelli e Jorgensen. Era ormai una squadra forte non solo nell’undici iniziale, ma avevamo una rosa molto competitiva anche in panchina. Il gruppo era diventato forte di testa e chiunque giocasse faceva poca differenza. Avevamo l’abitudine di fare le cose ad altissima intensità: ormai era stata acquisita una mentalità di gioco che faceva la differenza. Un po’ come accade oggi con l’Atalanta. Con Amoroso e Bierhoff mi trovavo benissimo non solo in campo, ma anche a livello caratteriale.

Sempre nella stagione 1997-98 c’è stata la curiosa vicenda della tua figurina introvabile nelle chewing-gum, insieme a quella di Volpi del Bari. Come ti ricordi quell’episodio?
Erano state stampate pochissime figurine. Non sbaglio a dire che più del 99% dei ragazzi che ha fatto quella raccolta non l’ha completata. C’è stata anche un’interrogazione parlamentare e un’inchiesta sulla vicenda che ha portato a capire che fosse una truffa.

La stagione 1999-2000 è stata la tua ultima all’Udinese. In panchina c’era mister De Canio: com’è stato il tuo rapporto con lui?
All’inizio il rapporto era molto bello. Io ero il capitano di quell’Udinese, c’era molta condivisione tra noi. All’improvviso qualcosa si è interrotto, probabilmente non solo per volontà sua. Io avevo percepito nell’aria che fosse cambiato qualcosa nei miei confronti. Quello che mi è molto dispiaciuto, oltre al fatto di non aver potuto giocare nemmeno un minuto nell’ultimo match disputato con l’Udinese, è stata la poca chiarezza nei miei confronti. Mi avessero detto come stavano le cose, anche se non condivise, le avrei professionalmente accettate.

Tra i tanti gol che hai fatto all’Udinese, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
Ce ne sono diversi: quelli all’Ajax e al Widzew Lodz in Coppa UEFA, ad esempio. Ma la rete che ricordo con più soddisfazione è nella stagione 1996-97 ed è il gol che ha sbloccato la partita contro la Roma all’Olimpico, nell’incontro poi terminato 0-3 che ci ha permesso, per la prima volta nella storia dell’Udinese, di qualificarci in Europa.

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Qualche anno dopo approdi al Mantova, sfiorando, con una cavalcata incredibile dalla C1, la promozione in Serie A.
La scelta che mi ha permesso di andare a Mantova mi inorgoglisce ancora, un’esperienza bellissima. Nonostante il doppio passaggio indietro, dalla A alla C1, c’erano un paio di cose che mi trasmettevano fiducia: la presenza di Dario Hubner, con cui siamo stati compagni al Piacenza, il presidente Lori e la piazza che, dopo aver vinto la C2, mi raccontavano avere una fame di calcio incredibile. Sono stati 2 anni stupendi. Abbiamo anche sfiorato la serie A nel play-off contro il Torino: Gasparetto ha avuto una grande occasione a pochi minuti dalla fine dei supplementari. Meritavamo noi di vincere quello spareggio: quella finale persa ha tolto tanto anche al romanticismo del calcio.

Gli ultimi 3 anni di carriera li hai trascorsi a “casa”, tornando a Venezia. Una scelta di cuore?
C’è un momento da calciatore, dopo un’intera carriera, in cui ti accorgi che per continuare a giocare ti servono emozioni quotidiane per svolgere al meglio il tuo lavoro. E il Venezia, a casa mia, era la squadra ideale perché mi dava stimoli importanti e questo mi ha consentito di giocare fino a 38 anni.

Ripensando a tutta la tua carriera, qual è la partita che vorresti rigiocare per le grandi emozioni che ti ha regalato?
Senza dubbio, Udinese-Ajax. Gli olandesi sono stati molto fortunati in quell’occasione, erano una squadra fortissima con Van Der Sar, i fratelli De Boer, Witsel, ma noi avevamo giocato nettamente meglio sia il match d’andata (ndr perso 1-0) che quello di ritorno (ndr vinto 2-1). Vorrei rigiocarla per eliminarli, meritavamo noi di passare.

Il difensore più ostico che ti ha marcato?
Cleto Polonia. Giocava al Piacenza ed è stato uno di quei difensori che ti davano preoccupazioni già prima di giocare la partita: forse un po’ sottovalutato durante la sua carriera, ma era un difensore davvero molto forte, il più fastidioso che ho incontrato.

E il giocatore più forte in assoluto che hai ammirato in campo?
Troppo facile, Ronaldo. Il fenomeno. Era una sintesi delle qualità attuali di CR7 e Messi, era impressionante. Un giocatore senza difetti, se non legati a fragilità e sfortune fisiche, ma in un’ipotetica pagella sulle qualità da calciatore avrebbe preso tutti 10. Non aveva punti deboli: forte, veloce, faceva gol, aiutava la squadra, umile. Un giocatore che non ha paragoni nella storia del calcio.

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