L’Italia conquista il mondo (VIDEO)

Pubblicato il autore: Mario Massimo Perri Segui

Simone Moro ce l’ha fatta. Il migliore alpinista italiano del momento ha conquistato la vetta del Nanga Parbat nella stagione invernale. Insieme a lui il pakistano Ali Sadpara e lo spagnolo Alex Txikon. Non ce l’ha fatta, invece, a raggiungere la vetta l’altoatesina Tamara Lungher, fermatasi a pochi metri dalla vetta per ragioni di freddo, probabilmente. Da scalare, adesso resta il K2, mai scalato nella stagione più fredda (anche se solo tre sono stati i tentativi).
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MONTAGNA KILLER – Sul Nanga tutto appare immenso, come il terzo versante (Rupal) dotato della parete più alta della terra: ben 4500 metri di dislivello. Dal 1988 ad oggi, erano stati vani i tentativi di 31 coraggiosi alpinisti sempre respinti dal Nanga Parbat in inverno. 8125 metri, nona montagna più alta del nostro pianeta, la ‘Montagna Killer’ fece la sua prima vittima nel 1895, quando l’inglese Mummery provò la scalata solitaria. Questa volta, il gigante non ha respinto la spedizione guidata dall’italiano. Dopo il campo 4, a 7200 metri, è iniziata l’interminabile scalata agli 8125 metri, durata quasi 13 ore. Dopo la ‘zona della morte’, rappresentata dagli 8000 metri e così ribattezzata dal re degli ottomila, il nostro connazionale Messner, l’ossigeno viene a mancare, il sangue si fa più denso e la respirazione faticosa. Si distruggono dei neuroni, ogni piccolo movimento diventa faticosissimo, come se le gambe pesassero dieci volte tanto.

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SIMONE MORO – E’ l’unico alpinista, nella storia di questo sport estremo, ad aver conquistato quattro prime invernali su un Ottomila (Shisha Pangma 2006, Makalu 2009, Gasherbrum II 2011, Nanga Parbat 2016). Nessun altro alpinista in attività ha più di due prime invernali nel proprio curriculum. Sulla vetta, l’italiano si lascia andare, ammettendo di aver “compiuto un’impresa assurda, senza ossigeno e con un vento che ti buttava giù. Ci siamo fermati pochissimo (in vetta, ndr), abbiamo fatto un filmato e qualche foto. Fermarci di più sarebbe stato impossibile a causa delle condizioni proibitive. Ma che vista meravigliosa, uno spettacolo. Perfetto per terminare la mia carriera nelle scalate invernali. Adesso ho bisogno di riposare. Queste imprese ti sfiniscono sia dal punto di vista mentale sia dal punto di vista fisico.” ha concluso il recordman italiano.

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CHE GRUPPO – Il gruppo, come spesso accade in questi casi, ha fatto la differenza. Il legame creatosi tra i quattro della spedizione ha permesso loro di resistere, mentre tutti gli altri si ritiravano. La scalata invernale del Nanga Parbat richiede una grandissima pazienza e un gioco di squadra perfetto, oltrechè ad una grande capacità di resistenza di oltre due mesi. “Siamo stati una grande squadra. Sarebbe stato impensabile farcela senza i miei compagni, con i quali ci siamo reciprocamente spronati ogniqualvolta si presentavano delle difficoltà apparentemente insormontabili. Quassù si fa fatica, non si è sempre lucidi e capita spesso il bisogno di parlare con qualcuno” ha chiosato Moro al campo 4 a 7200 metri di altezza.

L’ALTRA ITALIA – A far parte della spedizione c’era anche un altro italiano, Daniele Nardi. Non si sa – con esattezza – cosa sia accaduto tra il laziale e i suoi compagni di team prima della vetta, fatto sta che Nardi ha lasciato il campo base per delle divergenze insanabili con gli altri membri del gruppo. “La vetta la sento anche un pò mia. Fino ai 6700 metri ero là. Ho avuto un litigio con Txicon, ma la questione sarà risolta nelle sedi opportune”.

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Nel video, Moro che filma una valanga sul gigante innevato:

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