NBA, l’arte del trash talking è a rischio?

Pubblicato il autore: alerosi Segui


Cos’è esattamente il trash talk?
Se si volesse tradurre letteralmente, equivarrebbe a “linguaggio spazzatura”, o meglio, “parlare sporco”. D’altra parte il trash-talking non è altro che una maniera sgarbata di rivolgersi – spesso anche in modo scurrile – nei confronti di un avversario per infastidirlo ed annientarlo psicologicamente: in poche parole, metterlo fuori gioco. Il trash-talking non è tuttavia una semplice istigazione; il trash-talking è una vera e propria provocazione seriale con l’obiettivo specifico di neutralizzare il rivale.
Tra i casi più celebri vi è quello che vide coinvolti Doctor J e Larry Bird. Nella partita tra Philadelphia e Boston, il secondo registrò ben 42 punti, ricordando all’avversario dopo ogni canestro realizzato quanti punti avesse segnato ciascuno di loro. Erving chiuse a soli 6 punti, e la sua frustrazione fu talmente insopportabile da indurlo a scatenare una rissa con Bird a fine partita.

Il trash-talking non è quindi un insulto, come spesso si è portati a credere, bensì è un’azione verbale diretta a denigrare l’opponente, senza però offenderlo; ci sono dei confini che non si possono valicare, altrimenti si finisce per toccare la sfera personale e si valicano le regole non scritte del trash talk.

“Il trash-talking è divertente finché non diventa irrispettoso” afferma Zach Randolph. Non ci deve essere perciò alcun riferimento alla famiglia, l’importante è che la provocazione resti sul campo.
Questa è solo una delle leggi che si sono cristallizzate nel tempo tra trash talkers, le altre riguardano prevalentemente lo status di chi vuole fare trash-talking.

Se siedi in panchina, non puoi permetterti di fare trash talk.
Una delle recenti eccezioni a tale regola non scritta ha visti coinvolti Draymond Green e Paul Pierce. Nell’ultimo anno da professionista di quest’ultimo, durante una gara tra i suoi Clippers e gli Warriors, dalla panchina l’ex stella di Boston apostrofava l’ala grande dei Golden State affermando che non era in grado di marcare il suo compagno di squadra, Blake Griffin, poiché non era bravo abbastanza a difendere, nonostante fosse stato premiato come miglior difensore della lega. Green spostò la conversazione su di un altro piano, rispondendo a Pierce che il suo addio annunciato era alquanto pietoso, un’imitazione riuscita male rispetto a quello di K. Bryant. In quel momento The Truth era stato ‘onorato’ di una risposta per il pedigree che portava con sé, altrimenti non sarebbe stato neanche considerato.

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Non solo alle riserve non è consentito il trash-talking, anche chi non si è ancora affermato nella Lega è meglio che eviti tale pratica. Il trash talk è appannaggio solo di chi l’ha meritato con i risultati. E ciò lo dimostra quanto accaduto a Devin Booker, giovane guardia dei Phoenix Suns, che mentre provava ad innervosire Westbrook con i suoi commenti negativi, l’MPV del 2017 si è girato nella sua direzione e gli ha detto: “Non so chi tu sia. Perché continui a parlare?”.

Chi riesce con maestria a giocare con le regole del trash talking è sicuramente Joel Embiid. Lui ha portato il trash talking ad un altro livello, usando i social network come mezzo per sfidare gli altri. Uno degli esempi più eclatanti è quando ha condiviso una foto di lui che segnava contro Karl-Anthony Towns a seguito di una vittoria sui Timberwolves. Il talento di Minnesota ha commentato l’immagine scrivendo “pessima qualità” e la star di Philadelphia ha risposto ironicamente “sempre meglio della tua difesa”.

Rispetto però a quanto avveniva trent’anni fa la situazione è indubbiamente cambiata, l’NBA si è modificata ed a farne le spese è stato sicuramente il trash talking. Oggi i microfoni presenti in ogni angolo del parquet consentono di ascoltare ogni singola conversazione, ogni singolo commento. Tutto è registrato e non si può più sfuggire alle telecamere. E persino il semplice sguardo intimidatorio o di sfida è punito con una sanzione disciplinare.

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Dopo l’inasprimento delle sanzioni verso chi dileggia l’avversario, dopo la crescita dell’attenzione nei riguardi di ogni atteggiamento equivocabile, è dunque ancora possibile parlare di trash talking?
“Si può ‘parlare sporco’ su Twitter, sui social network, su Instagram. Ma non è trash talk. Il vero trash talk era quello degli anni Ottanta e Novanta. Ora è tutto per i media, così possono creare meme e far ridere il pubblico”, è quanto sostiene la stella degli Oklahoma City Thunder, Russell Westbrook.

Dunque esiste ancora il trash-talking? Oppure, come afferma l’attuale MPV, il trash talk era solo quello degli anni Novanta?
Di sicuro il trash talking si è modificato ed ha assunto caratteri diversi, non ha la stessa forza di un tempo. Quanto oggi consideriamo offesa, un tempo era ritenuto un insulto più che legittimo. Spesso però quel modo di parlare sfociava in incresciose risse post partita, che ledevano l’immagine dell’NBA e dello sport nel complesso. Ne deriva che il trash talk si è modificato per garantire una maggior sicurezza ed evitare episodi di violenza, anche se ha perso gran parte del suo fascino.

Se molte regole sono cambiate, una però è rimasta la stessa: “Se sei un bidone, non puoi fare trash talk” (James Harden).

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