Esclusiva SN – Jenny Narcisi:”Mi sentivo una povera sfortunata, poi il ciclismo mi ha salvato la vita”

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

jenny narcisi
“Ciao Andrea, per oggi mi sa che sono incasinata…”
. Tra un turno di lavoro ed un allenamento, senza considerare anche gli impegni della vita privata, il tempo libero per Jenny Narcisi, ciclista azzurra nativa di Cosenza ma umbra d’adozione, non deve essere poi molto. Alla fine però riusciamo ad incontrarci, e così ecco che in mezz’ora e poco più viene fuori quest’intervista ricca di spunti di riflessione, da leggere tutta d’un fiato ma cercando di cogliere il senso intimo della sua storia a lieto fine. Lei che credeva di esser nata sotto una cattiva stella, che avrebbe dovuto vivere isolata dal resto del mondo per nascondere la propria malformazione, alla fine ha trovato il coraggio di mostrarsi per come era grazie ad una bici, con la quale ha realizzato il sogno più grande di qualsiasi atleta: vestire la divisa della propria Nazionale ad un’Olimpiade.
Questa è solo parte della storia di Jenny Narcisi, il resto lo trovate sotto. Non aggiungo altro, buona lettura!

Partiamo dalle origini: come hai vissuto questa tua patologia durante l’infanzia?

“La prima cosa che venne notata quando ancora avevo pochi giorni di vita, grazie a mia mamma, fu la macrosomia di coscia, gamba propriamente detta (dal punto di vista anatomico, si intende quel segmento dell’arto inferiore che va dal ginocchio alla caviglia, ndr) e piede. Poi con il tempo abbiamo scoperto tutto ciò che era legato alla malformazione, vale a dire il blocco della caviglia nonché una paralisi dei muscoli anteriori della gamba, dal ginocchio al piede, che tutt’ora non mi permettono di portarlo in su e nemmeno di estenderlo avendo la caviglia bloccata.
Ho vissuto questa cosa molto male da piccola, soprattutto quando ho sviluppato la consapevolezza di avere qualcosa che non andava, una gamba diversa dall’altra ma soprattutto diversa da quelle delle altre bambine. Venendo dalla campagna, poi, anche attività fisiche come la semplice corsa, che era il passatempo più comune, mi creavano problemi che invece le mie sorelline non avevano. Ricordo bene le numerose visite all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna durante gli anni dell’asilo, anche se la situazione peggiore la vissi alle elementari, quando ero costretta a portare scarpe ortopediche che non facevano altro che accentuare la differenza tra un piede ed un altro, suscitando così curiosità nei bambini che commentavano tra loro questa mia situazione. Mi sentivo una povera sfortuna nata sotto una cattiva stella. Per di più venivo da un paesino della Calabria dove la gente non era abituata a vedere casi che oggi sono normalità, sia per incidenti che per una disabilità congenita, così faticai ad accettare questa condizione e finii per isolarmi dagli altri, temendo il primo impatto con qualsiasi persona conoscessi. Ho vissuto questo stato di malessere fino all’adolescenza: è lì che ho raggiunto l’apice, superandolo poi grazie al ciclismo”.


«Pensavo che sarei finita a vivere nascosta dal mondo, ma grazie al ciclismo ho imparato a stare tra le gente mostrando le mie gambe senza vergogna»


Il ciclismo, appunto. Cosa ti ha portato ad avvicinarti a questo sport?

“Mi avvicinai per la riabilitazione, su consiglio del chirurgo. In realtà, inizialmente mi era stato prescritto il nuoto per la rieducazione motoria e la riabilitazione post intervento, ma cambiai dopo che venni sgridata dall’istruttore, davanti a tutti gli altri ragazzi, perché non riuscivo a tenere i piedi a punta nella battuta. Essendo stata ‘scoperta’, decisi di cambiare ed inizia ad andare in bici, potendo trarre beneficio dalla pedalata che implicava comunque il movimento della caviglia. Iniziai quindi ad uscire assieme a mio cugino, che correva tra i giovanissimi, e mi trovai presto all’interno di una realtà nuova, quella di una squadra sportiva vera e propria. Con il tempo e gli allenamenti sempre più intensi sono così riuscita a superare il mio limite mentale, un disagio che mi faceva sentire diversa, sfortunata ed inferiore, ma soprattutto ho sviluppato una voglia di superare tutto ciò con caparbietà, una voglia di andare oltre che prima non avevo. Pensavo che sarei finita a vivere nascosta dal mondo, ma grazie al ciclismo ho imparato a stare tra le gente mostrando le mie gambe senza vergogna, oltre che a parlare del mio problema con chiunque me lo chiedesse. Una volta ottenuto il Diploma di Ragioneria, poi, ho pensato di mettere lo sport al centro del mio percorso di studi, così mi sono iscritta alla Facoltà di Scienze Motorie Sportive che mi ha portata a Perugia”.

Possiamo quindi dire che il ciclismo ti ha salvato la vita?

“Si, esatto, è quello che dico sempre. Il ciclismo mi ha salvato dando una svolta in positivo alla mia vita”.

Fino a permetterti di indossare la divisa dell’Italia… Che significato hanno per te i colori azzurri della Nazionale?

“Personalmente vivo sempre la cosa come un premio che la vita mi ha concesso per ripagarmi dei sacrifici e delle sofferenze che ho patito nell’infanzia. Dai 4 fino ai 14 anni ho avuto un buco nella mia vita, perciò ogni volta che indosso quella divisa mi sento ripagata con questo premio che, lo ammetto, per me è anche un onore. Qualsiasi atleta vorrebbe indossare la maglia della propria Nazionale: ti dà una carica unica, e al tempo stesso ti senti addosso la responsabilità di rappresentare la tua famiglia, gli amici, i tuoi compaesani ma anche tutta quella gente che non conosci”.

Cosa è stato per te arrivare a Rio, considerando anche il difficile passato che hai vissuto?

“Ho faticato a crederci finché non ho messo piede nel villaggio olimpico. Lì ho piano piano iniziato a realizzare il fatto che fossi ad un’Olimpiade, o Paraolimpiade che dir si voglia. Penso sia il sogno più prestigioso per qualsiasi atleta, ed io ci ero finita un po’ per caso. Un anno prima, dopo due medaglie in Coppa del Mondo a Maniago con la maglia della mia squadra amatoriale, mi ero ritrovata a debuttare in maglia azzurra ad un Mondiale, finendo sul podio. Pensare che soltanto un anno dopo quell’agosto del 2015 mi sarei trovata su un aereo con destinazione Rio è stato qualcosa di incredibile, che solo oggi riesco a metabolizzare veramente”.

In Nazionale hai avuto la fortuna di conoscere Alex Zanardi. Cosa hai imparato da lui?

“Lo conoscevo grazie alla televisione, conoscevo la sua storia ma non avrei mai pensato di trovarmici davanti. Invece poi è diventato un amico, un compagno di squadra con il quale potevo confrontarmi quotidianamente. In lui ho trovato tanta umanità, il suo contributo all’interno della Nazionale è fondamentale. Ogni volta che giriamo per le scuole ci sentiamo dire che siamo di esempio per gli altri, ma la verità è che anche all’interno del nostro gruppo vi è una condivisione di esperienze che ci dà forza reciproca. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, ed Alex per me è portavoce di tutto questo”.


«La volontà a volte non basta, il coraggio è quella molla che ti permette di agire»


Qual è il tuo motto?

‘Coraggio, e vai’. Ora te l’ho tirato un po’ là, ma quella del coraggio è una parola che cito sempre. Ricordo che quando ero piccola i miei genitori mi insegnavano ad essere coraggiosa, soprattutto quando cercavo di scappare dalle visite all’ospedale. La volontà a volte non basta, il coraggio è quella molla che ti permette di agire. Lo sport in qualche modo me lo ha fatto capire, per esempio nei momenti cruciali di una gara ma anche prima di una partenza: si è reso portavoce di questo loro insegnamento, che mi porto dietro anche nella vita di tutti i giorni. Per questo motivo il mio consiglio è quello di trovare il coraggio di fare quelle cose per cui crediamo di non essere in grado”.

Come ciclista, cosa pensi debba farsi per migliorare la sicurezza sulle strade?

“Penso, e questa è un’opinione comune, che noi ciclisti siamo dei birilli lungo le strade. Non abbiamo protezioni se non un casco che, comunque, a volte non è sufficiente. Si dovrebbe migliorare la mentalità ed il rispetto delle regole della strada sia da parte nostra che da parte degli automobilisti. A volte succede di trovarsi al centro della strada per colpa delle buche o per parlare con il compagno, è vero, ma c’è da dire che oggigiorno troppa gente sta al telefono durante la guida: basta una minima distrazione e si rischia di non vedere un bicicletta ad un incrocio o in una rotonda, travolgendola. Partiamo da qui, migliorando anche la viabilità con piste ciclabili adeguate alle velocità di noi sportivi che ci alleniamo. Sarebbe pure importante introdurre sanzioni, di modo che gli automobilisti si regolino in maniera preventiva come successo, per esempio, con l’installazione dei rilevatori di velocità o dei dossi”.

Se dovessi guadare avanti, cosa vedi?

“Mi auguro di fare ancora tanta strada in Nazionale, magari portando i nostri colori spesso sul podio, e partecipare poi alle Olimpiadi di Tokyo con una preparazione adeguata all’occasione. Per me già questa sarebbe la vittoria più grande.
Nella vita professionale, invece, spero di lavorare sfruttando la mia laurea in Scienze Motorie con specializzazione in Attività preventiva ed adattata. Mi piacerebbe lavorare con i bambini che si avviano all’attività sportiva, ma anche con quelli più disagiati a causa di problemi familiari o fisici, cercando di fargli vivere lo sport come l’ho vissuto io. Quello che per me è stato il primo colpo di pedale, magari per loro sarà impugnare una racchetta o trovare il coraggio di dare un calcio ad un pallone: chissà che da lì la loro vita non cambi completamente”.

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