Esclusiva SN, Paolo Alberati:”Bernal ha un motore eccezionale, ma anche Conci vi stupirà. Per il Giro dico Pinot e Lopez”

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

Paolo Alberati con Egan Bernal al Tour de l’Avenir 2017, vinto proprio dal colombiano.

Con oltre dieci anni nel ciclismo professionistico sulle spalle divisi tra strada e mountain bike, conditi da più di 80 vittorie ed impreziositi dalla presenza in squadra di gente come Franco Ballerini, Johan Museeuw o Tony Rominger, quando parli con Paolo Alberati sai di aver di fronte una persona assolutamente competente, ed i numeri alla fine lo confermano. Terminata la carriera in sella nel 2011, infatti, Paolo non perde tempo e nel 2012 ottiene dall’UCI la licenza da procuratore sportivo, affermandosi presto come uno dei migliori osservatori nel panorama mondiale: a lui si deve infatti l’arrivo in Italia, sponda Androni, di Egan Bernal (in foto) ma anche di Kevin Rivera, Ivan Sosa e Wilson Peña (approdato invece alla Polartec-Kometa di Basso e Contador).
Tutti giovani dal futuro roseo (si spera) che Paolo  con la sua A&G Sporting Oficina ed insieme a Maurizio Fondriest nella AF Cycling Academy  proverà a trasformare da promesse a campioni, insegnando loro l’arte del sacrificio e la passione per uno sport che difficilmente regala qualcosa, premiando invece costanza e tenacia.


«Scoprire un talento non è difficile. La vera sfida consiste nel saper trasformare un potenziale talento in campione, ed è questo il mio lavoro»


Allora Paolo, iniziamo dal principio. Cos’è che ti permette di capire se un ragazzo ha del potenziale oppure no?

“L’elemento primario è un risultato eclatante, che mi consente di metterlo sotto osservazione. Poi vado a valutare diversi fattori, come per esempio l’ambiente e la famiglia da cui provengono o la squadra con cui corrono, per capire se può valere la pena andarci a parlare. A questo punto cerco feedback tramite i miei informatori di fiducia sul campo, quindi parto per il Sudamerica con la mia strumentazione e lo vado a testare: se vedo valori particolarmente elevati (come negli ultimi casi), non perdo altro tempo e li metto sotto contratto.
Questo passaggio può sembrare semplice ma in realtà non lo è affatto, soprattutto se si tratta di un ragazzo sudamericano minorenne, poiché è necessario svolgere numerose pratiche burocratiche che rallentano l’iter. Con corridori già affermati il vero problema è invece la guerra interna tra procuratori che si scatena, fatta di colpi bassi poco cavallereschi che non rientrano nel mio codice d’onore. E’ per questo che preferisco ricercare giovani corridori, dove servono qualità che pochi hanno: oltre che essere un bravo procuratore devi essere un ottimo allenatore, devi avere la sensibilità giusta per capire le loro qualità umane, devi essere un padre di famiglia per poter accudire un ragazzo che si ritrova a vivere lontano da casa, ma soprattutto devi essere un fisiologo e conoscere la scienza della prestazione sportiva.

Scoprire un talento non è difficile, perché per farlo basta guardare gli ordini di arrivo delle corse più importanti, mentre la vera sfida consiste nel saper tracciare un percorso di crescita che trasformi un potenziale talento in campione, ed è questo il mio lavoro”.

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«Per ottenere i risultati servono disciplina, rispetto della fatica e attenzione per le cose essenziali»


A differenza dei ragazzi italiani, i corridori sudamericani tendono spesso ad esplodere molto giovani nonostante correre in Europa non sia come correre in Sudamerica. Come si può spiegare questo fenomeno?

“Confermo come correre in Europa sia molto difficile, ma i ragazzi sudamericani hanno un modo di ragionare diverso, hanno una mentalità da cinquantenne italiano. Non sono abituati agli agi e per questo imparano presto a fare sacrifici. Sosa, Bernal, Rivera o Wilson Peña dietro a quei visi da bambino nascondono una grande maturità, perciò non si tratta di una questione fisica ma mentale. Sanno sopportare la fatica e lottare per superare ogni gradino che incontrano, mentre i nostri ragazzi, abituati fin troppo bene, faticano di più in questo. I sudamericani sono un po’ come i nostri nonni, che per spostarsi erano costretti ad usare la bicicletta senza che i genitori si preoccupassero troppo a ricercarli. Sono abituati a stringere i denti, non si ritrovano troppo lontani dalla realtà in cui vivevano. Poi sanno dare il giusto valore al denaro, ed anche se a noi possono sembrano tirchi in realtà hanno lo spirito delle formiche che risparmiano per dare alla famiglia. Hanno rispetto del denaro, della fatica, dell’attenzione per le cose essenziali: è questo che fa la differenza per ottenere il risultato, a prescindere dal talento che hai”.

Parlando dei tuoi assistiti, come valuti la scelta di Bernal di passare al Team Sky, rischiando di rimanere chiuso nel ruolo di gregario di lusso?

“Con Egan in passato ho discusso a lungo di questa decisione e tutt’ora non sono d’accordo con lui, perché per me sarebbe stato più logico fare un altro anno alla Androni da capitano, a questo Giro d’Italia. Egan è ambizioso e ha fretta di riuscire, ma io avrei preferito farlo crescere con più tranquillità, per paura di bruciarlo, anche se sono sicuro che questo non succederà perché ha una maturità ed un motore fuori dal comune. Inoltre attendendo ancora qualche risultato prestigioso, che ha dimostrato sarebbe subito arrivato, vi era la possibilità di ricevere da Sky un ingaggio ancor più sontuoso rispetto a quello che ha già, sicuramente ancor più adeguato al suo grandissimo valore. Non penso comunque che il team gli metterà il bastone tra le ruote e questo lo dimostra il fatto che non andrà né al Giro né al Tour, dove avrebbe fatto il gregario di Froome, ma sarà alla Vuelta da capitano. In ogni caso, fin qui la strada gli sta dando ragione perché alla Oro y Paz era partito in appoggio a Henao ed alla fine ha vinto la corsa, e la stessa cosa è successa anche al Romandia (dove ha concluso al secondo posto alle spalle di Primoz Roglic, ndr) con Geraint Thomas”.

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In prospettiva futura, chi sono gli italiani da tenere d’occhio per classiche e grandi giri?

“Qui bisogna analizzare diversi casi, perché ci sono alcuni corridori professionisti già da alcuni anni che hanno caratteristiche di prima classe, tra cui Vincenzo Albanese: sta vivendo un periodo particolare e bisogna vedere come ne uscirà, ma ha un grande talento da sfruttare in gare come Fiandre e Sanremo, caratterizzate da prevalente pianura e strappi brevi. Per le Ardenne e i grandi giri ci sono poi Giulio Ciccone, che ha vinto recentemente il Giro dell’Appennino, ma soprattutto Nicola Conci, che ha l’età di Bernal (entrambi classe ’97, ndr) e sono sicuro che fra qualche anno avrà pochi rivali superiori a lui”.


«Dumoulin sarà il faro della corsa, ma tra i favoriti vedo anche Pinot e Miguel Angel Lopez»


Per concludere, hai seguito da vicino il Tour of the Alps: che idea ti sei fatto sui favoriti del Giro?

Pinot ho avuto modo di vederlo oltre che in Trentino anche in Sicilia, dove tra l’altro mi ha rubato anche alcuni KOM su Strava (ride, ndr). Ha lavorato con continuità, a dimostrazione di un’ottima condizione di forma, praticando in inverno anche altre attività sportive che gli hanno permesso di mettere fondo nelle gambe senza però sovraccaricare troppo, a differenza di un Froome che in Sudafrica ha fatto lavori mostruosi. Lo vedo tra i maggiori favoriti, insieme a Miguel Angel Lopez che secondo me al Tour of the Alps si è contenuto per evitare di scoprirsi troppo, ma quando lo ha fatto ha saputo fare la differenza. Froome non va piano ma non è sembrato essere così superiore rispetto agli altri e probabilmente si sbloccherà a metà Giro, anche se non credo sia facile correre con l’attenzione rivolta alla decisione dell’UCI sul caso salbutamolo. Pozzovivo invece è quello che dà meno l’idea di potersela giocare per il podio, sia per una questione mentale che di gambe, ma alla fine potrebbe rientrare nei primi 5. Aru somiglia molto a Froome nei carichi di lavoro che svolge: se si sblocca può puntare al podio e probabilmente andrà così, anche se ho l’impressione che faccia carichi, magari mi sbaglio, che a lungo termine rischiano di bruciare il motore. Quanto a Dumoulin, sarà il faro della corsa. Ripeterà una prestazione simile a quella dello scorso anno, anche se i chilometri a cronometro saranno inferiori”.

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