Virtus Bologna, Basket City e la notte più buia

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

virtus bologna
Bologna almeno per ora nella serie A di basket non c’è più.
La pallacanestro sa essere ingrata, spietata e beffarda. E il 4 maggio 2016 è la quintessenza di tanta efferatezza emotiva. Il crollo finale sul parquet di Reggio Emilia condanna la Virtus Bologna, fata sontuosa della palla al cesto nostrana, agli inferi della serie A-2. E’ la prima volta, in 87 anni di storia, che accade sul campo: l’onta del’addio alla serie A le V nere l’avevano già conosciuta nell’estate 2003, quando una situazione finanziaria da tregenda dovuta alle “picconate” legate al lodo Becirovic e alla gestione ballerina dell’allora padron Madrigali costrinsero la FIP a una clamorosa e spiazzante radiazione. Ne nacque la FuturVirtus e l’epopea legata all’istrionico Claudio Sabatini, e il resto della storia lo conosciamo: due anni ad abbrustolire all’inferno tra mille peripezie, il ritorno nell’Eden della pallacanestro del Belpaese. Poi però il padre padrone ne fece di cotte, di crude e di media rosolatura, rese l’ambiente una polveriera ambulante e tra promesse furoreggianti, zuffe tuonanti e arrivi di Kobe Bryant millantati col petto infuori, la crostata iniziò a sbriciolarsi. Il resto è storia di quest’anno: un’annata nera, quella del club con le mensole più ricche di trofei dopo l’Olimpia Milano. La Fondazione Virtus (encomiabile) ha più entusiasmo che capacità di calamitare quattrini, e naturalmente le nozze coi fichi secchi diventano inevitabili. Si punta tutto sul talento cristallino di Allan Ray, e l’ex Boston Celtics si rompe come una vecchia berlina in panne. Irreversibilmente. Al suo posto viene chiamato l’usato sicuro di Collins, ma a 34 anni il furetto non è più furetto. Intanto, vengono cambiati 3 presidenti in 6 mesi, e si arriva ad Alberto Bucci, vecchio nocchiero con la V tatuata sul cuore. L’ardore però non basta, e i ragazzi di coach Valli arrivano al rush finale con le sabbie mobili al collo. A Reggio Emilia si prova a gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma i vicecampioni d’Italia lo ricacciano indietro. Retrocessione. Mesta. Surreale.

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Salutano il massimo campionato col fazzoletto bianco (e nero) bagnato di lacrime 15 scudetti, 8 coppe Italia, 2 Eurolega, un EuroChallange, una coppa Saporta, una coppa coppe. Soprattutto però, saluta lei, Bologna: qualora al Fortitudo non dovesse agguantare la promozione in A (sentiero irto e non poco), per la prima volta dal 1929 sotto le torri degli Asinelli e della Garisenda non avremmo più un team in massima serie. Un fendente allo sterno, per quella che da sempre nello Stivale è etichettata come Basket City e che anche in stagioni affannate come questa porta oltre 10 mila anime nei due palazzetti dove vanno in scena i due club. Così, per chi come me aveva 18 anni nel 1998, non può non balzare alla mente quel derby valevole per il tricolore di quel rovente giugno, con il duello tra due mammiferi dell’iperuranio cestistico come Sasha Danilovic e Dominique Wilkins. Una città che si ferma, una serie all’ultimo palleggio, un finale thrilling degno di Sydney Pollack o, per la letteratura, di John Grisham. Certo, la serie A senza un team bolognese, se davvero sarà così, sarà un come immaginare Roma senza il Colosseo, Parigi senza la Tour Eiffel o Atene senza il Partenone. Eppure, Basket City resterà sempre Basket City. Perché in fondo è l’amore che conta. E quello, si sa, non retrocede mai.

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