L’Inter torna pazza nella battaglia dell’Olimpico: 3-2 alla Lazio e Champions conquistata

Pubblicato il autore: Riccardo De Santis Segui
MILAN, ITALY - JANUARY 21: Matias Vecino of FC Internazionale Milano celebrates his goal during the Serie A match between FC Internazionale and AS Roma at Stadio Giuseppe Meazza on January 21, 2018 in Milan, Italy. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Matias Vecino, Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

Il teatro della grande battaglia per la Champions League è lo Stadio Olimpico di Roma, strapieno ed a festa perchè di festa per una sponda si tratterà, con il solito contraltare dello sconforto totale per l’altra. Se è possibile in Italia nel 2018 vedere una gara dove – in tutti i settori tranne quello segnatamente dei padroni di casa – tifosi caoticamente mescolati tra fazioni opposte possano cantare, arrabbiarsi ed esultare in una Finale da “tutto o niente” senza che voli una mosca d’astio o d’odio, quella gara si dovrà svolgere all’Olimpico e le squadre dovranno essere Lazio ed Inter. Un gemellaggio vero e sincero, con l’esemplare dignità del popolo laziale all’uscita durante l’altrui ebbra gioia che è più unicum che rarità. E’ Maggio, è l’ultima di campionato, è Lazio-Inter, ma da domenica 20 in poi, nella collezione “numismatica” della Serie A, la monetina delle sfide primaverili tra Aquila e Biscione presenterà per sempre una duplice faccia.

IVAN E LA TERRIBILE FACCIATA – La pallonata scagliata da Marusic Adam da Belgrado contro il faccione di Perisic Ivan da Spalato deve aver riverberato più o meno su tutti i volti dei “pargoli cresciuti” (e non ndr) che rimembravano ancora fin troppo bene i dolori del Maggio del 2002. La faccia del Decatleta deformata dalla botta e la traiettoria curva e beffarda, che pare la trasposizione del percorso che divide Spalato e Belgrado: 346 km in linea d’aria, che diventano 800 volendo prendere il percorso autostradale più veloce; storie di Balcani e di confini che proprio non si possono varcar sereni. Mondi diversi e da sempre nemici sembravano già adattare il “frame” a futuri meme di dileggio sui social per la Beneamata.. Per la serie: “Questa è la faccia che fai quando ti accorgi che nemmeno l’anno prossimo giocherai in Champions League”.

BOBO, D’AMBROSIO E L’INCONFONDIBILE MISCHIA – Dalla curva opposta, venti minuti dopo, c’è qualcuno che ha gridato immediatamente “ha segnato D’Ambrosio!”. Sì, quella posa drammaticamente scoordinata e legnosa, quella faccia da scugnizzo ripulito dal gel spalmato da mamma ogni mattina sui capelli, s’è aggrappato prima all’idea poi alla geometria di quella rete, che per la torsione da terra “avvolgi-portiere” deve aver ricordato a tanti un’altra gloriosa mischia: Inter-Juventus (ottobre 2002), minuto 97, bianconeri avanti a San Siro grazie anche al goal di Tudor (sì, viene da Spalato anche lui), poi corner, nuvolo di deviazioni, Bobo da terra come Danilo. La Lazio scroscia ripartenze e sciorina bel calcio con il totem Milinkovic-Savic, titano tanto altruista coi compagni quanto monolitico contro gli avversari. L’Inter si ripiega affannosamente, non chiude l’unico varco da serrare e va a prendersi il té caldo con la quasi consapevolezza che anche il prossimo anno la “musichetta” saranno altri a sentirla elettrizzandosi.

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CHE FRETTA C’ERA, PAZZA PRIMAVERA – La pazza primavera del calcio nostrano, uscito malconcio dall’esclusione ai Mondiali ha riappacificato parte del tifo “pasionario” (+25% netto sulle presenze rispetto al passato) grazie ad una “Serie d’incredibili eventi”, quasi sempre adducibili all’ultima porzione di gara. Epiche rimonte compiute e sfiorate da Roma e Juventus in Champions, goal sulla sirena come quelli di Koulibaly a Torino e di Higuain a Milano: dalle nostre parti, intese come lidi di tifosi sani, non oltranzisti e mai protagonisti più del “Gioco”, si è tornato a fremere, con buona pace di giusti catastrofisti ed ingiusti telavevodettisti. Torniamo all’Olimpico, dove la pausa tra primo e secondo tempo è sembrata durare a tratti ore, a tratti solo qualche istante. La consapevolezza d’avere occupati semmai i giovedì e non i martedì o mercoledì benedetti dalla “musichetta” sembra divenire col passare dei minuti un’arida certezza.

STORIE DA CENTRATTACCO – Due minuti di recupero (come nel 2002) e tornano gelidi i ricordi soleggiati di 16 anni fa, con la festa pronta e stracciata. Quel che accadrà da un certo momento in poi, come vedremo negli intrecci e parallelismi che seguiranno, presenta vaghe spiegazioni tecnico-tattiche, indubbie chiavi motivazionali, inspiegabili interconnessioni del Caso… Sì, ancora lui, che si diverte a cambiare ruolo agli attori mettendoli di fronte ad inaspettate responsabilità. Minuto 28 della ripresa, 73’ in totale: il VAR fa ravvedere Rocchi su un discutibile penalty assegnato per mani di Milinkovic. Subito dalla panchina della Lazio salta in piedi Inzaghi Simone da Piacenza, replicando il balzo che 16 anni prima –  nell’identico minuto di gioco – sancì il 4-2 biancazzurro con automatico oblio nerazzurro. Scatta Inzaghi perchè ha capito che per non imbarcare altra acqua va infoltita la difesa e spuntato l’attacco: fuori Immobilie dentro Lukaku… Se non è stato un “Icardi-Santon” poco ci manca. La Lazio non può più trarre folate d’ossigeno dalle corse a perdifiato di Ciro lì davanti, l’Inter sale e stringe con Brozovic e Skriniar, accompagna e ricama con Cancelo ed Eder: altra palla della speranza, Icardi salta De Vrij, promesso sposo nerazzurro che lo stende senza appello: stavolta “rigore e basta”.

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Trentadue minuti e 32 secondi sul cronometro quando Icardi parte con la rincorsa che scaglierà in porta la palla del 2-2, stessa porta dove il “32 nerazzurro che fu (sì, Bobo Vieri, quello del gol di D’Ambrosio) scagliava 16 anni fa lo 0-1 che sembrava preludere festa e bagordi. Inzaghi, Vieri, Icardi: Sliding doors da centrattacco, ruolo che gli attaccanti moderni hanno svestito come fosse abito desueto, in favore di falsi nueve, punte di raccordo e quant’altro. Non Icardi, se gli vuoi bene, ami l’attaccante del ”gol e basta”

IL PILONE AIUTA I SALTATORI – Non basta il tempo che termini l’esultanza che Rocchi sventola un sacrosanto secondo giallo (con conseguente rosso) a Lulic, capitano laziale sin lì migliore in campo. Le onde nerazzurre tramutano in una marea inesorabile e c’è un momento dove tutti, ma proprio tutti, capiscono che qualcosa sta per succedere. Nessun interista ha mai esultato per un ingresso di Andrea Ranocchia da Assisi dalla panchina, ne siamo certi. Ma è calcio d’angolo e Spalletti toglie D’Ambrosio (scaramanticamente impossibile la doppietta) e mette dentro Andrea, che ha vissuto quest’anno la sua miglior stagione nerazzurra delle sette, giocando in ossequioso silenzio, forse memore egli stesso dell’onta creata dai sei anni precedenti. Arriva però galoppante dalla panca diretto verso il primo palo, agitando le braccia per disegnare il nuovo modulo ordito dalla “pelata” di Certaldo, seppure ai tifosi sembri che lui – sì, il vilipeso e dileggiato Ranocchia – stesse suonando una carica da 196 centimetri. Tanti son bastati a creare un varco per l’accorrente Vecino Miguel da Canelones; Andrea Ranocchia, pilone nerazzurro prestato all’Hull City (oggi fatalmente quarto con la palla ovale nella SuperLeague inglese del Rugby) officia da pilone il suo ruolo di sostegno creatore di spazio verso il saltatore, il resto è roba sudamericana

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L’ULTIMO GOVERNATORE DI BUENOS AIRES – Nel giorno in cui l’Ucraina dichiarava la propria indipendenza dall’URSS, a Canelones, il 24 Agosto del 1991 nasceva Miguel Vecino. Canelones è il nome anche del distretto più meridionale dell’Uruguay, quello fondato dal viceré Juan Josè de Vertiz y Salcedo erede dei Conquistadores spagnoli. L’Uruguay si lega all’Argentina, per il parallelo del goal del 3-2: 16 anni fa lo segnava Diego Pablo Simeone da Buenos Aires, l’altra sera Miguel Vecino da Canelones. Sapete quale fu l’ultimo incarico officiato dal vicerè fondatore di Canelones* Juan Josè prima di passare a miglior vita? Egli si prese la briga d’essere l’ultimo “Governador de Buenos Aires” della storia, prima che il vicereame del Perù divenisse Vicereame del Rio de la Plata.

Avesse saputo di questo scherzo del Caso, probabilmente la curva nerazzurra all’Olimpico non avrebbe vissuto i restanti 9 minuti nel (vano ndr) terrore della solita, cocente, beffa baùscia. Un’attesa snervante, con 4 minuti di recupero (come nel 2002) prima di guardarsi negli occhi increduli ma alla fine abituati.
I “pargoli cresciuti” di 16 anni fa hanno rimediato alla beffa alla propria maniera, nell’unico modo in cui sa vincere (e perdere) l’Inter: con la follia, con l’imponderabile, col destino scritto, stracciato, riscritto e poi ristracciato, sempre nell’occhio del ciclone di un girone dantesco dal quale ora non vuole uscire più nessuno.

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