Ricardo Paciocco ai microfoni di SuperNews: “Un attaccante completo? Lukaku. Vi racconto il retroscena di quella rabona su calcio di rigore..”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui


SuperNews ha avuto il piacere di intervistare Ricardo Paciocco, ex giocatore di squadre come Lecce e Milan, conosciuto per un rigore calciato al 91esimo con il gesto tecnico della “rabona”. Cresciuto nelle giovanili del Torino, mostra il tutto il suo talento nella stagione con lo Jesina Calcio, che gli permette di ricevere l’attenzione e di giocare in una big come il Milan. Paciocco si è raccontato ai nostri microfoni, in un’intervista divertente e carica di significato.

Come nasce la tua passione per il calcio?
E’ una storia particolare. Fino a 15 anni, io non giocavo a calcio. Giochicchiavo nella piazza del paese con gli amici, ma la mia passione, trasmessa da mio padre, era il ciclismo. Ho fatto anche delle gare, ero bravo. Un giorno, mi hanno visto fare un torneo di calcio a Vacri, il mio paese, e hanno voluto a tutti i costi che io andassi a giocare nel River Calcio di Chieti. La persona che mi notò parlò con mio padre, chiedendogli se io potessi intraprendere questa avventura nel River. Mio padre acconsentì, a patto che si occupasse lui di riportarmi a casa dopo la scuola. Questa persona si occupò di me, mi faceva allenare e subito dopo mi riportava a casa. Nel giro di un anno, io e i miei compagni del River vincemmo il campionato.

Inizi la tua carriera nelle giovanili del torino. Hai scelto Torino o è stata la squadra a scegliere te?
Feci un provino con il Torino: segnai cinque goal, mi marcava Mandorlini. Mi hanno preso subito. Ho giocato un anno al Torino, vincemmo il campionato. Mi sono ritrovato da seduto su di una sella di bicicletta in una squadra primavera di Serie A.

Tra l’81 e l ’83 con lo Jesina hai fatto una stagione importante: 26 reti in 60 partite in Serie C. E’ stata una delle fasi della tua carriera dove hai espresso al meglio te stesso?
Nei due anni a Jesi realizzai quasi 60 goal. Il presidente mi disse che se avessi continuato a raggiungere risultati così importanti, avrei iniziato a ricevere le attenzioni di squadre blasonate. E così fu. Da un punto di vista oggettivo, io non ero un giocatore tecnicamente perfetto. Non avendo avuto modo di frequentare una scuola calcio, il mio gioco si basava sulle mie doti naturali: ero ambidestro, avevo un’ottima elevazione, una buona forza fisica. Il mio problema, infatti, era la tattica: avevo difficoltà all’inizio, non essendo il calcio il mio mondo fin da subito. Cercavo di imparare il più possibile, ascoltavo e osservavo tanto.

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L’ottima stagione con lo Jesina ti permette di entrare in una big, il Milan. Ci racconti di quando sei stato contatto dai rossoneri? Che emozione hai provato?
Il Milan era appena salito in Serie A. Il presidente e il direttore sportivo Pieroni mi contattarono, dicendomi: “Paciok, il Milan ti vuole: stiamo trattando con il club, quasi sicuramente sarai dei rossoneri”. Dopo una settimana mi arrivò la chiamata di Pieroni: “Abbiamo concluso la trattiva. Sei un giocatore del Milan, complimenti”. Non ci credevo, non mi rendevo conto di quello che stava accadendo. Ho realizzato solo nel momento in cui mi arrivò a casa la lettera di convocazione del Milan, con lo stemma in cera, la testa del diavolo, con i caratteri in rossonero. Veramente particolare, la conservo ancora. Mi accorsi della professionalità del club e del salto in avanti che stavo per compiere quando lessi la loro lettera, che invitava a presentarsi a Milanello in modo corretto, sia da un punto di vista estetico sia da un punto di vista comportamentale.

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Nell’83 inizia la tua avventura con il Lecce. Qual è stato il goal più importante con la maglia giallorossa?
Sono stati due. Uno è stato il primo goal in Serie A con il Lecce, il pareggio a Verona, mentre il secondo è stato l’ultimo goal con il Lecce, il goal della salvezza contro il Torino: segnai la rete del 3 a 1, quella che chiuse la partita. Lecce è la mia seconda casa.

Sei conosciuto come “Il re della rabona”, appellativo nato da un calcio di rigore battuto al 91′ di rabona quando giocavi con la Reggina. Ci racconti quell’episodio?
Solo ora mi rendo conto di quanto io sia folle, me lo ripetono sempre tutti. (Ride). In allenamento iniziai a battere i rigori insieme ai miei compagni. Io, ambidestro, facevo sempre arrabbiare il portiere, non capiva mai dove potesse andare il tiro. Inoltre, tiravo di rabona. In una partita amichevole, prima della partita in questione, tirai un rigore di rabona: il portiere, Marchegiani, me ne disse di tutti i colori. Nello spogliatoio, anche mister Bolchi si arrabbiò: “Non si fa così, non è corretto, non si prende in giro l’avversario! Voglio vedere se tiri di rabona in una partita ufficiale..”. Io gli risposi: “Mister, io non prendo in giro nessuno, io tiro così!”. Neanche a farlo di proposito, nella partita di campionato contro la Triestina ci danno rigore al 90esimo. Posizionai il pallone sul dischetto, Simonini aveva già capito tutto. Mister Bolchi chiedeva: “Ma il Pacio che fa? Batte di sinistro?”  Tutti i miei compagni gli rispondevano: “Mister, Pacio lo batte di rabona!”. Bolchi era disperato. Tirai di rabona e feci goal. Il portiere non capì il movimento, quasi si sedette. Neanche il telecronista capì immediatamente la situazione. La notorietà arrivò grazie ad un tifoso della Reggina, che ricordò il mio gesto atletico.

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Tra i diversi ruoli che hai svolto, c’è anche quello dell’attaccante. Qual è oggi l’attaccante più completo della Serie A, secondo te?
Io amo l’attaccante puro, quello dell’area di rigore, che tiene palla, che fa respirare la squadra e aiuta i compagni a centrocampo e in difesa. Romelu Lukaku, nonostante non sia tecnicamente perfetto, rispecchia tutte queste caratteristiche. Ha tante qualità: stacco di testa, forza fisica, carattere, determinazione. Lo ritengo molto forte, insieme a Ibrahimovic.

Hai anche intrapreso la carriera da allenatore. Per essere un buon allenatore, quali caratteristiche del Paciocco giocatore hai mantenuto e quali hai dovuto modificare?
Ho dovuto modificare il carattere, perché quando diventi allenatore inizi ad avere a che fare con tante teste, tutte diverse. Il mondo dilettantistico, poi, è diverso da quello professionistico: i professionisti sono pagati, l’allenatore può imporsi e dare le direttive che loro si impegneranno a rispettare. Al contrario, i giocatori dilettanti non sempre percepiscono uno stipendio, quindi bisogna gestirli in maniera differente: bisogna avere una mentalità aperta, essere elastici, ma soprattutto essere educatori. Non è un ruolo facile. Quello che mi ha gratificato di più, nella carriera da allenatore, sono state le parole di un papà di un mio giocatore: “Mister, io le ho affidato un ragazzo e lei mi ha ridato indietro un uomo”. E’ stato il regalo più bello che io abbia ricevuto dal calcio.

Il ricordo calcistico che ti sta più a cuore?
La promozione in Serie A con il Lecce. Impossibile dimenticare quando siamo scesi a Brindisi e abbiamo trovato tutta Lecce ad accoglierci. Il viaggio in pullman da Brindisi a Lecce, con un mare di gente intorno pronta a festeggiare con noi, è stato qualcosa di unico. Non lo dimenticherò mai.

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