Il ciclismo World Tour è ancora sostenibile? Vaughters (Cannondale-Drapac): “Bisogna creare una Lega dei Team o la crisi sarà insanabile”

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui
La ricetta di Jonathan Vaughters per salvare il ciclismo World Tour (Tim de Waele/TDWSport.com)

La ricetta di Jonathan Vaughters per salvare il ciclismo World Tour (Tim de Waele/TDWSport.com)

La stagione 2016 per il mondo del ciclismo World Tour e in generale professionistico è ormai ai titoli di coda; è quindi tempo di bilanci e di propositi per il nuovo anno e per il futuro di questo sport.
In particolare, torna alla ribalta dei dibattiti la questione che riguarda la sostenibilità di tutto il sistema delle squadre pro e sulla possibilità di potenziare il business intorno al ciclismo World Tour.

Il ciclismo World Tour è in crisi?

La coperta per le squadre che partecipano alle competizioni più importanti infatti sta diventando sempre più corta, soprattutto alla luce della riforma UCI del calendario mondiale che inizialmente prevedeva dal 2017 la divisione del World Tour con 16 team da una parte ed 8 dall’altra (tra Team Pro e Professional), per poi aumentare i posti a 17 per favorire una transizione meno traumatica. In pratica si potrebbe formare in futuro un girone di A e uno di B con promozioni e retrocessioni, in un contesto che vedrà meno corse e più competizione, quindi in teoria più spettacolo per attrarre investimenti in questo circus. Già perchè il busillis da sciogliere nel ciclismo professionistico è la fuga degli sponsor, quando va male, o il loro disinteresse in un mondo reputato pericoloso (il doping, nonostante gli innumerevoli passi avanti compiuti nel contrastarlo, pesa ancora come un macigno) ed instabile nonostante assicuri grande visibilità ad una azienda che decide di mettere il proprio nome sulle maglie di un team che ad esempio corre un Grande Giro.
Di conseguenza ottenere una licenza World Tour per una squadra diventa sempre più arduo: l’UCI, spinta anche dal ricorso del Team Dimension Data che rischiava di rimanere fuori per via del suo ultimo posto nella classifica di quest’anno, per ora ha infatti recentemente deciso di mantenere il numero dei team a 18 e non 16, con la riduzione posticipata nel 2019, sempre se la contestata riforma entrerà mai in vigore (l’unica cosa certa, fin’ora, è che dal prossimo anno ci saranno dieci nuove competizioni World Tour, mentre la situazione sui criteri di accesso a queste gare e i punteggi resta ancora fumosa). Il tutto in attesa che il Professional Cycling Council (PCC) programmato dall’UCI questo mese ratifichi e renda ufficiali le nuove regole per il 2017, mettendo un punto fermo ad ogni dubbio.
Nel frattempo team come la svizzera IAM chiudono i battenti per mancanza di nuovi partner economici che possano garantire una continuità di risultati per le prossime stagioni, e c’è chi come la Dimension Data, come abbiamo visto, si è salvato per il rotto della cuffia. Per non parlare poi della situazione delle squadre italiane praticamente assenti nel circuito World Tour a partire dalla prossima stagione.

Ciclismo World Tour in crisi? Ecco la ricetta di Jonathan Vaughters, team manager Cannondale–Drapac

Sulla delicata e confusa situazione del ciclismo Wold Tour si è espresso in un interessante intervento pubblicato su CyclingNews l’americano Jonathan Vaughters, già corridore pro tra gli anni 90 e i primi anni zero (ha corso anche per la controversa US Postal Service, pentendosi poi pubblicamente nel 2012 di aver fatto parte di quel sistema criminoso) ed attualmente Team Manager della squadra World Tour Cannondale–Drapac, a secco di risultati in questa stagione World Tour.
Secondo lui, la proposta di riduzione delle squadra da 18 a 17 ha messo in luce un problema che va al di là dei sistemi dei punteggi che consentono ad un team di accedere o meno a quella pregiata competizione, che per Vaughters si tratta di una questione puerile perché “Nessun sistema sarà perfetto nel determinare chi è veramente l’ultima squadra classificata […] Dovremmo concentrarci di più ed essere capaci di vincere le gare, non fare calcoli per accaparrarci la migliore posizione in classifica per non perdere punti“.
Il problema, semmai, per l’ex corridore è il business plan di tutto il sistema del ciclismo World Tour che ormai non regge più, e questo vale sia per le squadre di alto livello che per quelle più piccole.
Il sistema di promozioni e retrocessioni allo studio dell’UCI, per Vaughters, sarebbe “una catastrofe” perché, al contrario di quanto avviene nel calcio (e viene fatto l’esempio virtuoso del Leicester), il ciclismo World Tour non darebbe una occasione di emergere ai livelli più alti per le squadre più piccole e meritevoli, ma lentamente ed inesorabilmente le metterà  in ginocchio, diminuendo gli stipendi medi dei corridori e consegnandole all’anonimato e alla chiusura. Non è un caso che il Team Dimension Data abbia subito fatto ricorso per ritornare tra le grandi, proprio perché nel ciclismo World Tour non è previsto un sistema per tutelare chi retrocede e consentirgli così di riottenere un posto nella Serie A di questo sport: anzi, Vaughters fa notare che la maggior parte dei Team non francesi hanno contratti che si sciolgono se non partecipano ad una gara World Tour, in particolare al Tour De France. Il manager cita un esempio di casa sua, ovvero la Cannondale e la Drapac possono risolvere i loro accordi con la squadra se questa fallisce l’obiettivo di entrare nel WT, e molti sponsor ragionano in questi termini.
Inoltre, Vaughters fa notare che a differenza degli altri sport come il calcio non esista la possibilità per le squadre di ottenere i proventi dei diritti tv e media in generale, e neppure dai ricavi di biglietti. Se perciò lo sponsor saluta e va via, il team pro è spacciato, non avendo altre fonti di sussistenza.
Quindi il responsabile della Cannondale afferma “Il problema da affrontare è l’instabilità, non punti sì o punti no e nemmeno il numero delle squadre presenti nel ciclismo World Tour“. Una soluzione potrebbe esserci se “tutti i team del World Tour realizzino di condividere un unico business, non frazionato tra loro diciotto. In altre parole: serve una Lega composta da squadre e singoli soggetti imprenditoriali, come negli altri sport”.
Il ciclismo, in sostanza, deve smettere di concentrarsi su sé stesso e diventare un prodotto aperto alla competizione, in un mercato saturo di concorrenti (come gli action sport) a cui deve cercare di rubare quanta più audience possibile. Se ognuno procede in ordine sparso si rischia di soccombere; meglio organizzarsi in una Lega (come la nostra Lega Calcio, per capirci) o in una franchigia che tuteli tutti e abbia un unico potere negoziale.
Ecco la ricetta di Vaughters: “Un unico business permetterebbe al ciclismo World Tour di sviluppare piattaforme che mantengano le finanze più stabili, divertire i fan, e tenere alto l’interesse dei media. Le risorse potrebbero essere messe in comune per la produzione di materiale nuovo come il dietro le quinte del mondo del ciclismo, lo sviluppo del personaggio-atleta, il merchandising collettivo, la vendita di diritti di sponsorizzazione collettivi e una produzione collettiva di contenuti mediali“. Gli sponsor si ritroverebbero a che fare con un soggetto che opera in un sistema misurabile (quantità di prodotti del merchandising venduti, customer engagement etc.) e trasparente, e si potrebbero aprire nuove possibilità di ricavo.
Nulla di ciò avviene oggi, nota Vaughters, ad esclusione dell’attività di Velon, l’organizzazione che raduna undici squadre del ciclismo World Tour: ma un sistema del genere, continua, darebbe stabilità ed eviterebbe psicodrammi ad ogni finale di stagione, evitando ragionamenti a brevi termine ma aprendosi ad investimenti a lungo respiro. “Se uno sponsor vuole impiegare le proprie risorse nel mondo del ciclismo World Tour – prosegue il team manager – allora negozierà con la Lega per riuscire a trovare la squadra che più corrisponde alla propria idea di marketing. La squadre così si concentreranno sull’offrire il miglior prodotto ai tifosi, fan e sponsor anziché preoccuparsi ciclicamente delle propria sopravvivenza.[…]Un sistema del genere garantirebbe la competitività nel mercato di sponsorizzazione, in contrasto con quello che avviene adesso dove le squadre combattono l’una contro l’altra per strapparsi lo sponsor migliore“, facendone crollare così l’offerta.
Vaughters conclude con la consapevolezza che l’idea di una Lega o Franchigia che sia nel mondo del ciclismo World Tour difficilmente potrà essere accettata da tutti, perchè richiede doti di compromesso e visione del futuro, cose che mancano in questo sport: “Sono ancora troppi gli interessi per mantenere lo status quo, nonché gli atleti e le squadre in continuo stato di agitazione. Ma il mondo dello Sport Media sta cambiando velocemente, e dobbiamo assolutamente cambiare anche noi per continuare ad esistere“.

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