Infortuni nel ciclismo, il caso dei traumi cranici: da Skujins a Bouhanni, quando non bisogna sottovalutare una commozione celebrale

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

ADELAIDE, AUSTRALIA - JANUARY 20: Peter Sagan of Slovakia and Bora-Hansgrohe competes up Willunga Hill during stage five of the 2018 Tour Down Under on January 20, 2018 in Adelaide, Australia. (Photo by Daniel Kalisz/Getty Images)

In questo avvio di stagione il ciclismo World Tour è stato teatro di una serie di infortuni, alcuni spettacolari (come il salto mortale dello sfortunato Mark Cavendish alla Tirreno Adriatico), altri più lievi ma comunque fastidiosi (come la frattura alla mano di Fernando Gaviria, sempre rimediata alla corsa dei due mari). Parliamo di ordinaria amministrazione, visto che le cadute sono la tassa che ogni ciclista, dilettante, amatore o professionista deve tenere conto suo malgrado nell’esercizio della sua attività.
Un interessante articolo pubblicato recentemente su CyclingWeekly, sito tra i più importanti per chi vuole essere aggiornato sul mondo del ciclismo, sposta il focus però su un altro tipo di infortunio meno considerato rispetto ad altri sport (come il football americano, ad esempio) ma decisamente da non sottovalutare per un corridore: il trauma cranico e la commozione celebrale. Il problema è quando questo tipo di patologia viene presa sottogamba soprattutto riguardo i suoi sintomi, rispetto ad una frattura di un qualche osso.

Infortuni nel ciclismo: alcuni casi di trami cranici tra i corridori. Come gestire problemi di questo genere

L’articolo di CyclingWeekly, a firma di Michelle Arthurs-Brennan che spesso affronta questioni medico-scientifiche applicate al ciclismo, parte dal pauroso incidente patito dal corridore dell’allora Cannondale – Drapac (oggi Education First – Drapac) Toms Skujins al Tour di California dello scorso anno.
Pauroso non tanto per il volo compiuto dal lettone che attualmente corre per la Trek – Segafredo, che ha “semplicemente” perso il controllo del mezzo in curva rotolando sull’asfalto, quanto per le conseguenze più visibili subito dopo l’impatto: Skujins prova ad alzarsi ma non riesce, sembra in totale stato confusionale, tenta con fatica di rimettersi in sella ma cade di nuovo malamente faccia a terra, e vaga intontito rischiando di farsi falciare dagli altri corridori.

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Siamo abituati in genere a vedere i corridori alle prese con fratture di ogni tipo, basti pensare in ordine sparso alle lesioni all’anca e alla clavicola di Richie Porte rimediate nella nona tappa del Tour de France 2017, il trauma alla colonna vertebrale di Jan Bakelants all’ultimo Lombardia, le fratture simili di Scott Thwaites rimediate in allenamento, oltre ai già citati problemi al polso di Gaviria o le continue cadute dello sfortunato Cavendish.
I traumi cranici invece non sono una categoria meno frequente (inizialmente si temeva un tipo di infortunio del genere per il velocista della Dimension Data, dopo il volo alla Tirreno Adriatico), ma come viene fatto notare nell’articolo della Arthurs-Brennan, sono quelli più sottovalutati: come dire, meglio una commozione che rompersi una clavicola. In realtà questo ragionamento è sbagliato, vediamo perché.

Quando Nacer Bouhanni, altro corridore che tra intemperanze caratteriali, malanni e decisioni della sua squadra non scherza affatto in quanto a sventure, cadde al Tour di Yorkshire nel 2017, le sue condizioni sembravano subito molto gravi. Lo sprinter della Cofidis rimediò infatti un trauma cranico che pareva potesse avere conseguenze terribili, visto che Bouhanni ammise che la caduta aveva messo a rischio i nervi ottici: in pratico, poteva perdere la vista. Fortunatamente i postumi dell’infortunio hanno riguardato un deficit visivo che poi è rientrato, ma questo esempio fa comprendere come le commozioni celebrali  non siano un rischio da sottovalutare.

I ciclisti sappiamo essere tutelati dai traumi alla testa grazie al caschetto, ma per quanto questi supporti possano essere avanzati e sicuri, un frontale del capo del corridore con l’asfalto può comunque avere conseguenze di peso. L’aspetto infido di un trauma del genere è che i sintomi possono comparire non subito, ma nel corso di tempo, foss’anche mesi, qualora l’entità sia grave. E se sono ripetute nel tempo le commozioni possono arrecare danni duraturi o che devono essere necessariamente operati.
Il trauma alla testa di grave entità può anche generare uno svasamento temporaneo nel cervello, generando così confusione mentale, disturbi vestibolari (capogiro, vomito, difficoltà a deambulare e così via), perdita delle memoria e un breve stato di incoscienza: il che ci rimanda al video degli effetti della caduta di Skujins.
Non solo: i rischi a lungo termine possono comprendere anche disturbi dell’umore e, nei casi ancora più gravi, ad una demenza che purtroppo riguarda molti sport di contatto, come il già citato football americano, la boxe o l’hockey su ghiaccio: l’encefalopatia traumatica cronica.
Lungi da affrontare un discorso che rimandiamo a medici e specialisti, come si può notare il trauma cranico con una eventuale e conseguente commozione celebrale non è una questione da derubricare a semplice infortunio.

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Il problema è la natura subdola che spesso questo tipo di trauma assume, anche nello sport: CyclingWeekly riporta le parole del tecnico di terzo livello del British Cycling, Huw Williams, secondo cui ogni infortunio alla testa, anche se a prima vista lieve, debba essere trattato come se fosse un problema serio, e aggiunge il fatto che l’ultima persona che può darti informazioni sull’entità del suo trauma è il ciclista stesso.
Esistono poi una serie di test messi a punto dalla dottoressa Anna Abrahamson dell’Università della California, la quale ha stilato una serie di linee guida da applicare ai corridori che subiscono questo tipo di infortunio anche se non sembrano comunque disorientati. In buona sostanza, bisogna tenere d’occhio il ciclista in sospetto di trauma, facendogli fare un test per l’equilibrio (piedi uniti, occhi chiusi e testa reclinata all’indietro: se non riesce a compiere questi gesti insieme allora c’è un problema), nonché fargli domande attinenti alla sua attività recente, tipo il nome della corsa che stava affrontando, in quale città ha corso nell’ultima settimana, i nomi dei suoi compagni di squadra presenti in gara e i nomi dei mesi all’inverso, partendo da dicembre. In ogni caso bisogna non essere generici ma andare sul personale il più possibile, per valutare al meglio le condizioni mentali del corridore. Ed ovviamente fare attenzione alle settimane successive e ai sintomi di cui abbiamo parlato, inclusi i cambi di umore sospetti.
Per quanto riguarda il recupero, Williams consiglia di non tornare in bici in caso di trauma, anche se lieve, in quanto ci potrebbe essere il pericolo che scaturisce dai sensi alterati: quindi l’equilibrio, la percezione dello spazio e la concentrazione nell’interpretare la strada e le condizioni di traffico. Ed una volta che il ciclista si è ripreso e ha avuto l’ok da uno specialista, è sempre meglio avere qualcuno vicino per le successive 48 ore ed aspettare da una a tre settimane prima di riprendere l’attività sportiva, in modo da evitare recidive. Oltre a recuperare un livello normale di concentrazione e rimettere in moto l’attività celebrale con esercizi mirati.

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