Strade Bianche, quei bravi ragazzi dalla faccia sporca

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui
during the 2015 Strade Bianche from to San Gimignano to Siena ll Campo on March 7, 2015 in Siena, Italy.

Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

Piove a Siena fin dalla mattina, ma questa non è poi una novità. E’ una settimana ormai che l’Italia è messa sotto assedio da Burian, un vento d’aria gelida proveniente dalle steppe siberiane che ha portato con sé neve e temperature glaciali. Chiudono le scuole, si rinviano le partite, si bloccano le autostrade, eppure i ciclisti sono sempre là, chini sul manubrio a lavorare, o forse semplicemente a far fatica divertendosi. Un divertimento masochista per qualcuno, per chi raramente ha provato sulla propria pelle cosa significhi arrivare a fine corsa con le proprie gambe e poi, sotto l’acqua bollente della doccia, riavvolgere il nastro e sentirsi realizzato: la soddisfazione di chi riesce in qualcosa di impossibile agli occhi degli altri, dei cinici, di quelli fin troppo matematici e fin troppo poco romantici sognatori. L’Italia si è fermata di fronte a quest’ondata di maltempo, ma ciò non è bastato ad impedire a loro, uomini d’acciaio tutto coraggio e fantasia, di dare sfogo alla propria passione.
Vivere di sfide alla costante ricerca del proprio limite: è forse questa l’essenza del ciclismo, l’elisir necessario per continuare ad andare avanti anche quando la ragione direbbe che è meglio fermarsi.
Un verbo che sembra tuttavia non essere concepito dai corridori, e per capirlo basterebbe semplicemente ascoltare le parole dei due vincitori del giorno, Anna van der Breggen e Tiesj Benoot, entrambi belgi, entrambi temerari in avanscoperta per conoscere prima di tutti la magia di Piazza del Campo, per mostrare fieramente i segni di una battaglia vinta affidandosi alle proprie sensazioni, che in gare dal sapore antico come questa avranno sempre la meglio su watt e frequenze di pedalata.

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All’arrivo tante statue di argilla dietro cui si celano paura e incoscienza, coraggio e sofferenza. Ognuno con la propria storia da raccontare, un viaggio dantesco ed anacronistico: la discesa agli Inferi e poi il Paradiso una volta finito tutto, grazia salvifica per anime dannate in cerca di un destino. Visi inespressivi di chi non ha più nulla da dire, di chi vuole solo sentirsi dire che è tutto finito, che adesso andrà meglio: e così sarà, quando tutto il fango sarà scivolato via di dosso e tutto questo supplizio sarà solamente un brutto sogno seppur difficile da dimenticare, un ricordo di quelli indelebili che ogni tanto riaffiorano nella mente per non farti dimenticare di quando ti sei trovato in balia delle onde ma non sei affondato, perché farlo avrebbe significato mettere a nudo le proprie debolezze.
E’ l’orgoglio dei ciclisti, che combattono anche quando sanno di non avere più chance di vittoria, cadono stremati ma si rialzano e riprendono a menare forte fino al traguardo, sottile confine tra odio e amore, guerra e pace.
Lo sa bene Wout Van Aert, il campioncino tre volte iridato nel ciclocross crollato a terra con i crampi sulle ultime rampe di via Santa Caterina, ma nonostante tutto terzo all’arrivo a dimostrazione di un talento dal futuro già scritto.
E a modo suo lo sa anche Benoot, al suo primo successo da pro’, che ieri non vedeva l’ora di andarsi a fare una doccia per sciacquarsi dalle fatiche del giorno:”Credo che in questo momento ci sia più fango che emozioni nei miei occhi”, ha ammesso ridendo. L’eroe del giorno è lui, anche se “chiamarmi così mi sembra esagerato”.
Eppure, come chiamereste il vincitore dell’edizione della Strade Bianche più Eroica di sempre?

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