Dalla prima di Fischer all’ex aequo di Serse Coppi, numeri e statistiche della Parigi Roubaix

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

Fabian Cancellara, uno dei maggiori protagonisti della Parigi Roubaix dell’ultimo decennio assieme a Tom Boonen.

Mancano ormai meno di ventiquattro ore a quella che da tutti viene definita la Regina delle Classiche, forse perché l’unica in cui è possibile fare la differenza nonostante sia interamente priva di asperità. O meglio, di salite. Già, perché in fondo le asperità che contraddistinguono la Parigi Roubaix sono strade pianeggianti ma bugiarde, lunghe lingue di pietre asimmetriche e sconnesse riservate da più di un secolo a trattori e macchine agricole, che una domenica all’anno le cedono in prestito ai ciclisti per far rivivere gesta eroiche appartenenti a tempi in cui gli unici colori visibili erano il bianco e nero, tempi in cui la fatica era quasi anestetizzata dal gesto epico destinato ad entrare nella storia. Sono passati decenni da quei giorni, eppure ancora oggi tutto sembra essere rimasto immutato come se il tempo si fosse fermato, qui tra le campagne del nord della Francia che separano Compiègne da Roubaix, piccola cittadina industriale resa grande da un velodromo diventato ben presto simbolo della corsa. Una corsa che a vederla dal profilo altimetrico sembrerebbe su misura per velocisti ma che al contrario, molto spesso, si conclude con una passerella trionfale che celebra il più coraggioso, il più tenace, il migliore ma anche il più fortunato, colui che è stato in grado di domare il pavé come nessun altro.

Il primo a riuscirci fu Josef Fischer nel 1896, ma da allora ad avere la meglio nelle successive 116 edizioni (la corsa si fermò infatti a causa della Grande Guerra, dal 1915 al 1918, e dal 1940 al 1942 durante il secondo conflitto mondiale) furono soprattutto i belgi, richiamati dall’aria e dal clima di casa proveniente dalle vicine Fiandre: ben 56 i trionfi nerogiallorossi, tra cui spiccano i due poker firmati da Roger De Vlaeminck e Tom Boonen, attualmente i detentori del maggior numero di vittorie della Parigi Roubaix.
Restando in tema di statistiche, quindi, come non citare gli stakanovisti del pedale come Frédéric Guesdon, ben 17 volte al via di Compiègne (nessuno come lui), oppure Raymond Impanis e Servais Knaven, coloro che al contrario hanno portato a termine più volte la gara, 16.
Tra gli italiani, invece, si ricorda Serse Coppi e la sua vittoria arrivata nel 1949, una gioia a metà visto che quel giorno a salire sul gradino più alto del podio non fu solo, bensì curiosamente affiancato da André Mahé per un ex aequo inedito. Ci sono poi Fausto Coppi e Felice Gimondi, unici due corridori assieme a Louison Bobet ed Eddy Merckx a conquistare la Parigi Roubaix da campioni in carica del Tour de France: corridori completi in grado di vincere su ogni terreno ed in qualsiasi condizione, sempre meno frequenti oggi se si escludono pochi, rarissimi, casi (leggasi Vincenzo Nibali ma anche Alejandro Valverde).

E chissà chi sarà domani a conquistare quella pietra che dal 1977 viene consegnata al vincitore, estratta da strade come quelle appena percorse e lavorata saggiamente dalla Marbrerie Slosse, dopo essere stata accuratamente selezionata dal presidente degli Amis de la Paris-Roubaix, l’associazione di volontari che si prendono cura di ciascun tratto di pavé durante l’intero anno, per far sì che quella seconda domenica di aprile l’Inferno del Nord sia pronto a mietere le sue vittime.

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