Ciclismo, Marco Pantani: Il caso Pantani, il film sugli ultimi giorni del Pirata

Pubblicato il autore: Roby92 Segui


Il 14 febbraio 2004, nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini, veniva trovato senza vita Marco Pantani. Il più grande ciclista, il “Pirata” se ne andava stroncato, secondo l’autopsia, da un’edema polmonare e cerebrale conseguente ad un’overdose di cocaina. Se ne andava così a 34 anni uno degli sportivi italiani più popolari del dopoguerra. Nacque a Cesena nel 1970, nonno Sotero gli regalò, quasi come una premonizione, la prima bicicletta che divenne la sua amica inseparabile. Da grande “Pirata” cavalcò le onde del successo, collezionando tra i vari infortuni, record e vittorie. Nel 1998 vinse il Giro d’Italia prendendosi la maglia rosa e successivamente si impose anche nel Tour de France conquistando la maglia gialla.  Per 16 anni rimase l’unico ad aver vinto il Tour fino al 2014 quando Nibali si aggiudicò la vittoria. Ma si sa, la vita prima ti da poi ti toglie. Una potente marea urtò la barca nave del “Pirata” il 5 giugno 1999 trascinandolo in un vortice senza via d’uscita. Un test clinico riscontrò nel sangue del “Pirata” un valore alto di ematocrito. Pantani venne sospeso per 15 giorni. La squadra del “Pirata” si ritirò dal giro. Pantani effettuò altri due controlli risultando negativo all’antidoping ma nonostante ciò venne escluso dalla gara. Associazioni del “Pirata” con le pratiche di doping risultarono invece dalle dichiarazioni di Jesús Manzano, reo confesso, che citò Pantani in un contesto in cui si accusavano vari ciclisti di alto livello degli anni novanta.

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Dalle indagini emerse in seguito si arrivò ad ipotizzare che venne creato un complotto ai danni del ciclista. Il criminale Vallanzasca nel 2007 scrisse una lettera alla madre del “Pirata” sostenendo che un suo amico, qualche giorno prima dell’episodio, l’aveva avvicinato consigliandoli di scommettere sulla sconfitta di Pantani. 
La carriera del “Pirata” si concluse quel giorno, quando in preda all’ira spaccò un vetro dell’albergo. “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile” disse.
Assolto dalle accuse di sostanze stupefacenti non riuscì mai più a ritrovare la felicità perduta. Le onde del mare in tempesta avevano ormai logorato lo spirito del “Pirata”. La depressione lo avvolse in un manto che lentamente lo soffocò.
La notizia della scomparsa del “Pirata” sconvolse l’Italia intera. Immediatamente si aprirono inchieste giudiziarie che portarono ad affermare che Pantani non si suicidò ma venne ucciso. Inoltre, emerse anche da alcune intercettazioni che il sangue di Pantani fosse stato deplasmato su richiesta di un clan camorristico.

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Nel 2019 il “Pirata” tornerà a vivere in un film, Il Caso Pantani, che ripercorrerà la storia dei dolorosi ultimi giorni di vita del “Pirata”. Un progetto a cura di Mr. Akadin Film con il contributo di Emilia-Romagna Film Commission e distribuito da Little Studio Films di Los Angeles. A ravennadintorni.it il regista Domenico Ciolfi ha raccontato: Marco Pantani ha avuto una storia perfetta per un film, una storia italiana che nella sua drammaticità è una storia ideale da raccontare al cinema. Per come il cinema dovrebbe essere, il cinema dei grandi racconti, diverso dai film televisivi, insomma un film da vedere in sala, che parla di un campione come non ce ne sono più, della sua caduta, dei suoi tentativi di rimettersi in piedi, ma poi come spesso accade nella vita non sempre c’è un happy ending”.

Secondo Ciolfi è un film che può avvicinarsi a quello uscito nei mesi scorsi sul caso Cucchi. “La pellicola è realista e ripeto non vogliamo dispensare la verità. Tanti dubbi sì, verità no. Certo, leggendo gli atti ci sono quesiti importanti rimasti inevasi e soprattutto considero davvero inspiegabile il fatto che la Polizia di Rimini non abbia preso le impronte dopo aver trovato la stanza devastata, un cadavere pieno di ferite e con una pozza di sangue intorno. Nella vicenda Cucchi, quando la gente ha visto le foto di Stefano ha capito che non potevano essere state causate da una caduta. Magari sarebbe il caso di mostrare anche le foto di Marco, quelle del medico legale”. 

Mi piace concludere questo articolo con un verso della canzone scritta e cantata dagli “Stadio”. “Mi rialzo sui pedali, all’inizio dello strappo mentre un pungo di avversari si è piantato in mezzo al gruppo. Perché in fondo una salita è una cosa anche normale, assomiglia un po’ alla vita devi sempre un po’ lottare (…)”.

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