Continua il mito della scherma italiana, grazie anche a quell’Olimpiade del ’96 tinta di rosa

Pubblicato il autore: Luca Prete Segui

La scherma italiana potrà contare ancora una volta sul fioretto maschile ai giochi olimpici di Rio 2016.  Il team formato da Andrea Baldini, Andrea Cassarà, Giorgio Avola e Daniel Garozzo, nonostante la sconfitta amara in finale, per per 45 a 43 contro gli Stati Uniti ai Campionati del mondo di categoria svoltasi a Parigi. Risultato, tuttavia, che non pregiudica la qualificazione diretta alla manifestazione sportiva più importante dell’anno.
La squadra guidata da Stefano Cerioni ha dato prova durante questo torneo, come era logico e prevedibile aspettarsi, di essere ancora una volta la compagine da battere, avendo avuto la meglio agevolmente su nazioni forti e sempre insidiose come la Polonia e Cina con punteggi abbastanza netti (10 punti di scarto) e passeggiando sulla Gran Bretagna, lasciandola a un passivo di venti punti di svantaggio. La scherma italiana (nella sua categoria più rappresentativa) quindi, si dimostra ancora ai vertici e non poteva certo lasciarsi scappare quello di gareggiare (e possibilmente trionfare) nel suo habitat naturale, ossia i giochi olimpici.  L’Italia, potrà quindi, anche in terra brasiliana contare su questo sport con l’obiettivo di rimpolpare il proprio medagliere. Una disciplina che è sinonimo di vittorie e affermazioni ormai dagli inizi del secolo scorso.
Già nelle lontanissime olimpiadi (numero 2 della storia) del 1900 a Parigi, due schermidori italiani di nome Antonio Conte e Italo Santelli, diedero lustro al nostro paese con la vittoria della medaglie d’oro e di argento.  Già, i Giochi Olimpici, dalla notte dei tempi, hanno rappresentato una sorta pompa di benzina per i colori azzurri.  Nell’edizioni estive,  l’Italia ha conquistato, grazie alla scherma, ben 117 medaglie, issandosi stabilmente ai vertici delle nazioni più “titolate”. Senza un apporto del genere, il nostro paese che occupa attualmente la sesta posizione nella classifica dei riguardo al numero delle medaglie d’oro olimpioniche sino ad adesso vinte e settima, concernente, quella globale (argento e bronzo), sarebbe molto più giù (l’altra disciplina che tira su l’Italia è il nuoto, ma in maniera considerevole e continuativa solo dal 2000).
Ovviamente, una tendenza a primeggiare che riguarda anche il lato femminile di questo sport anche se, è “esploso” più recentemente rispetto a quella che ha riguardato i colleghi maschili. Campionesse come Giovanna Trillini e  la nostra evergreen e pluridecorata Valentina Vezzalli sono state determinanti nel far conoscere e apprezzare la scherma italiana in questo paese verso la metà degli anni ’90. Infatti, i Giochi Olimpici di Atlanta ’96 hanno davvero rappresentato un crocevia fondamentale nella crescita di questa disciplina. Con la vittoria della medaglia del materiale più pregiato da parte del fioretto femminile (composto, oltre che dalla Vezzali e dalla Trillini, da Francesca Bortolozzi) e di quella di argento conquistata dalla squadra di spade, senza dimenticare l’argento e il bronzo delle stesse Vezzali e Trillini, il nostro paese si accorse dell’esistenza dell scherma, anche a livello popolare nonostante non avesse già molti decenni sulle spalle.  In quegli anni, si verificò  un aumento considerevole degli iscritti alle accademie specializzate, malgrado i non pochi problemi logistici e la poca diffusione dei centri autorizzati nelle città italiane, fenomeno che ha riguardato altresì il sesso femminile.  L’attenzione non più elitaria non si ridusse, visti i risultati successivi e attuali, in una “moda” fugace, ma si iniziavano a gettare le fondamenta per una nuova generazione vincente.
Certo, il coinvolgimento verso la scherma italiana è cresciuto sensibilmente negli ultimi vent’anni, ma siamo ancora purtroppo lontani dalla nostra esterna rivale, ossia la Francia. I tesserati in Italia risultano essere circa 20.000, quelli transalpini si aggirano sugli 80.000. Non solo i tre sport principali in questo paese, ossia calcio, basket e pallavolo assorbono gran parte degli appassionati, ma anche altre discipline, nettamente meno popolari, riescono tuttavia ad avere ancora la meglio rispetto ad essa, la quale sprofonda oltre la ventesima posizione degli sport più seguiti.
Lo stesso discorso fatto per il rugby, lo possiamo fare per la scherma italiana. Un paese, per essere davvero competitivo (e la scherma azzurra lo è nonostante i numeri minori rispetto ai sui rivali), deve salvaguardare e incentivare una cultura sportiva a 360 gradi, senza figli e figliastri ma considerano tutti come un vero e proprio potenziale da sviluppare e conservare.

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