Base jumper morto sulle montagne della Svizzera

Pubblicato il autore: Daniela Segui

lancioHa praticato l’ultimo salto della sua vita prima di schiantarsi a terra. Così è morto un jumper italiano Uli Emanuele scontrandosi contro una roccia sulle montagne della Svizzera a Lauterbrunner. L’ennesimo salto per stupire se stesso e il mondo intero, sfortunatamente per lui, andato male, troppo male. Una morte assurda, uno schianto violentissimo e per lo sportivo nessuna speranza di salvezza. Eppure il trentenne non era affatto uno sprovveduto, anzi: il suo curriculum vantava la pratica di oltre 2000 voli, alcuni di questi “spettacolari” come il lancio all’interno di profonde cavità a circa 170 chilometri orari, oppure l’attraversamento sempre in volo, di un cerchio infuocato a una velocità sorprendente. Il giovane praticava lanci vestito da sempre con una tuta alare: proprio quella speciale che dà all’atleta l ‘aspetto di un “vampiro volante” e che gli consente praticamente di mantenere la quota, volare per meglio dire, prima dell’ apertura del paracadute. Emanuele quella tuta la conosceva bene, e sapeva alla perfezione ogni tecnica di lancio, eppure la cosa non è servita. In un’intervista rilasciata lo scorso dicembre al “Corriere della Sera” il trentenne aveva detto di essere “uno sportivo ma non un matto” e che non si lanciava a capofitto nelle sue imprese senza prima un lungo studio sulle stesse. Egli stesso infatti aveva affermato che, prima di lanciarsi, studiava bene la zona da internet, dalle cartine, giungeva sul posto per caprine realmente quale fosse la pericolosità, ne osservava la ventilazione e solo dopo un’accurata “ricerca” decideva di “spiccare il volo”. Uno studio approfondito che purtroppo non è stato sufficiente a salvargli la vita. In merito poi alla sua passione per questa disciplina sportiva, che per qualcuno risulta “assurda” o da “pazzi” Uli aveva asserito che il suo non era uno sport da matti, non era un modo provare adrenalina e basta, ma solo una via d’uscita, una sorta di “richiamo della natura”… amava anche ripetere che per compiere gesti come il suo, e volerlo fare con convinzione, cosa importante era che bisogna avere sangue freddo e assolutamente nessuna paura. Egli dichiarava di non avere paura, ma forse non voleva ammetterlo neanche a se stesso…E’ difficile pensare che lanciarsi da una certa altezza non comporta alcun timore. Ovviamente essere abituati a “volare” come lo era lui, è nettamente diverso che “farlo per la prima volta” ma di sicuro lanciarsi nel vuoto comporta sempre, anche un minimo di timore e emozione. E’ certamente così, altrimenti l’atleta non avrebbe mai ripetuto le sue azioni per così tante volte. Certamente la sua era una paura “costruttiva” che gli permetteva di ripetere  i salti tante volte, al punto da volere provare brividi sempre più grandi . Non è il primo che, sfortunatamente, per compiere azioni simili ci è “rimasto secco” senza alcuna possibilità di soccorso, e probabilmente lui lo sapeva bene. Non amava discorrere sulla morte e preferiva non sentire parlare dei rischi connessi alla sua professione. Probabilmente pensava che la cosa non lo riguardasse e di avere maturato un tale grado di esperienza da essere immune da ogni pericolo. Calcoli sfortunatamente per lui, palesemente errati.

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