Marco Pantani, 13 anni fa quella fuga mai ripresa

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui


«Pantadattilo. Un cardellino di 56 chili in mezzo alle aquile che portava fieramente pizzetto e baffi non diversamente dai primi ciclisti dei tempi eroici alla Petit-Breton. Entusiasmava perché scuoteva dalle fondamenta uno sport di ragionieri o, per essere più precisi, di grandi passisti che andavano forte a cronometro e in salita si limitavano a controllare. Pantani in salita tirava colpi pazzeschi. Non calcolava. Che gli andasse bene o male, giocava d’istinto.» (Gianni Mura)


Caro Marco, ti scrivo.

Ricordo ancora come fosse ieri quel servizio al telegiornale di 13 anni fa che per qualche strano motivo colpì la mia attenzione, all’improvviso, come se fosse impossibile restare indifferenti di fronte a quella tragica ed inaspettata notizia. Non avevo ancora 8 anni e ti conoscevo solo di fama ma oggi, a 20 anni e qualche mese, penso di essere riuscito a mettere insieme ogni tassello, arrivando a capire perché quel giorno fui preso da tanto interesse e perché oggi ti ricordi con così tanta passione, nonostante non ti abbia mai visto correre.
Ho pensato a quando ero piccolo ed in sella alla mia mountain-bike urlavo il tuo nome, pur non sapendo minimamente chi fossi.
Ho pensato a quante volte, crescendo, ho visto le tue imprese a Les Deux Alpes, Montecampione, Oropa, e me ne sono innamorato a tal punto da aver rispolverato una vecchia Bianchi del ’74 di mio nonno, sognando di poter diventare come te.
Ho pensato che se tu sei riuscito a fare questo, allora, forse, qualcosa di speciale avevi davvero. Anzi, eri tu ad essere speciale.
Attaccavi le Montagne con una leggerezza unica: via gli occhiali, via la bandana e, alla fine, via tutti gli avversari. Quando partiva Pantani, si riviveva il mito dell’Uomo solo al comando. E poi, se Pantani decideva di partire, non lo faceva mica in modo banale: sempre da lontano, come a voler sfidare pure se stesso in una prova di tenuta fisica e mentale. E quando ci riuscivi, era estasi. Ricordo ancora quando sei partito sul Galibier sotto ad un diluvio universale, per provare, pardon riuscire, a conquistare un Tour ormai quasi perso: la tua bici era un galeone, e tu eri il Pirata. Ogni tua conquista è stata un qualcosa di fantastico, ma soprattutto conteneva in sé un insegnamento: Mai mollare. Finché la corsa non è finita, tutto può succedere. Basta volerlo.


«Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta, si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport: si chiama Marco, il nome forte di un evangelista. È andato lassù, in una bugiarda giornata di luglio, a predicare sulle montagne il mistero eterno dell’uomo ai confini della più spietata fatica. Eccolo, con i rivoli di forza vitale che gli restano addosso, nel suo ultimo gemito soave. È finita. Lo straordinario miscuglio di gioia e sofferenza che agita la sua anima produce una sorta di trasfigurazione nel volto di Pantani. C’è un senso profondamente drammatico nel suo trionfo. Ne ho viste tante in quasi mezzo secolo di sport, ma l’abbraccio di Marco con quel traguardo che gli sta davanti e che gli cambia la maglia e la vita, è un’immagine baciata dall’eternità.» (Candido Cannavò)


E che dire poi dell’umiltà con cui ti sei messo al servizio del tuo gregario, diventato poi capitano, Stefano Garzelli? L’uomo che ti ha fatto vincere tutto ed a cui ti sei sentito in dovere di restituire qualcosa.
2 giugno 2000, la rinascita di Pantani: nessuna vittoria per le statistiche, bensì una vittoria per un amico e per il proprio morale. Avevi il nulla osta per partire, vincere, dominare, ed invece sei rimasto lì, al suo fianco, scortandolo fino al traguardo come lui aveva sempre fatto con te, e come lui avrebbe rifatto, se ne avessi avuto bisogno.
Ecco Marco, ho pensato a tutto questo ed ho capito che in fondo te ne sei andato perché il tuo segno in questo mondo lo avevi già lasciato, ed era fin troppo evidente. Hai permesso ai giovani di poter sognare, di crescere inseguendo un Mito che forse non verrà mai raggiunto.
Perché se “è partito Pantani”, allora c’è poco da fare. Non resta che sedersi e godersi l’ennesimo show.

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