Tom Dumoulin, la farfalla è uscita dal bozzolo

Pubblicato il autore: Andrea Biagini

tom dumoulin

Venti tappe, tremilacinquecentosettantanove chilometri e ottocento metri, 41 GPM per un dislivello complessivo attorno ai quarantatré mila metri. Da Alghero ad Asiago passando per Montefalco e Firenze, l’Etna e il Mortirolo, Bergamo ed Alberobello.
Salite, discese e poi ancora salite, perché il Giro d’Italia in fondo è una montagna russa, più che alpina o appenninica. Dalla sabbia delle spiagge di Olbia alla neve dello Stelvio, sempre sotto un sole cocente ma benevolo, la Carovana Rosa ha attraversato lo Stivale che, alla fine, è sembrato quasi essere una scarpetta, quella di Cenerentola. In sei hanno provato a dimostrare di meritarsi il Trofeo senza fine, scambiandosi la maglia del primato giorno dopo giorno, ma forse nessuno è stato abbastanza convincente da riuscire a mantenerla saldamente sulle proprie spalle.

CONTRO IL TEMPO E’ servita una cronometro individuale, uno scontro frontale dove ognuno è costretto a mettere a nudo le proprie debolezze o potenzialità, dove non ci sono gregari fedeli pronti ad aiutarti, dove tutto si condensa in un hic et nunc, pancia a terra e watt sui pedali: chi ne ha, non esiti a spingere.
Ventinove chilometri e trecento metri dall’Autodromo Nazionale di Monza al Duomo di Milano possono essere un’eternità se percorsi in macchina, magari all’ora di punta in una giornata festiva. Oppure possono essere una sciocchezza, per quanto sia possibile definirla tale, al termine di tre settimane di fuoco che hanno saputo svuotare i corridori, nessuno escluso, di energie sia fisiche che mentali. Dovevano averlo messo in preventivo un Giro 100 così tanto incerto, gli organizzatori di RCS, per poter avere la tappa più importante in fundo, forse non proprio dulcis come sarebbe potuta essere una passerella trionfale lungo Corso Vittorio Emanuele II. E’ stata la giornata decisiva, ha trasformato tutti in matematici e statistici pronti ad ipotizzare guadagni e perdite chilometro dopo chilometro, analizzando le prestazioni di ciascun pretendente alla vittoria finale dagli juniores all’ultima gara corsa, calcolando peso forma e osservando le espressioni facciali mostrate negli ultimi giorni, solo con la speranza di poter affermare “io te l’avevo detto”. Alla fine ha vinto il favorito numero uno alla vigilia della crono, quello che nessuno si sarebbe aspettato prima del via della Corsa Rosa.

METAMORFOSI – Tom Dumoulin era partito dalla Sardegna con tante ambizioni ma soprattutto con la curiosità e la voglia di mettersi alla prova dopo aver cambiato la propria metodica di allenamento, prediligendo ritiri in altura e perdendo qualche chilogrammo in più, migliorando così il tanto osannato rapporto peso/potenza. Tom Dumoulin era partito bruco ad Alghero, con un sogno nel cassetto mai rivelato, seppur immaginabile. Pedalata dopo pedalata, salita dopo salita, il nome dell’olandese ha iniziato ad entrare nei discorsi degli appassionati, sorpresi da tale rendimento di chi le montagne era abituato a guardarle su internet, abitando in una Nazione per gran parte al di sotto del livello del mare e la cui cima più alta, il Vaalserberg, tocca quota 321 m. Tom Dumoulin si è trasformato in pupa sul Blockhaus, tappa numero 9, quando ha visto volare il condor ed ha deciso che anche lui, presto, avrebbe voluto conquistare i cieli. Divenendo crisalide, il bruco aveva praticamente completato la sua trasformazione in lepidottero. Tuttavia, per diventare una vera farfalla, ha dovuto superare un’ultima prova: riuscire a rompere il bozzolo nel quale era avvenuta la trasformazione, per potersene liberare e prendere il volo. Ha dovuto raccogliere abbastanza forza nelle ali da riuscire a sfilacciare questa costrizione fatta di seta in un unico tentativo, ma è stato grazie a questa prova inscenata a Montefalco prima e sullo Stelvio poi che ha sviluppato la muscolatura in grado di farla volare in seguito. Una volta riuscitoci, dunque, la farfalla consapevole delle proprie qualità è partita con le sue ali pigmentate di rosa fin su le nuvole, sbattendole prepotentemente per raggiungere il cielo, dimora dei propri sogni. Tom Dumoulin è diventato la farfalla di Maastricht (per quanto non gli possa piacere questo soprannome) in un afoso pomeriggio meneghino, dopo essere stato vittima sulle Dolomiti di un melanismo industriale che gli aveva causato una variazione di colore, seppur momentanea.

HABITAT – All’interno dell’Autodromo ha però sentito il richiamo della potenza, della velocità, dell’aerodinamica ed ha riconosciuto il proprio habitat naturale dove potersi esprimere al meglio. E’ partito e nessuno l’ha più visto, felice come un bambino nel giorno del suo compleanno. Quando ha scoperto di saper volare ha chiesto di non essere visto in modo diverso da prima, di voler continuare a sentirsi sempre lo stesso: è stato assecondato per pura cortesia, perché presto capirà da solo che non sono molte le farfalle in grado di predare condor e squali.
Probabilmente Tom è una specie rara, forse unica nel suo genere. Solo il tempo potrà dirci se sarà in grado di resistere alle pressioni ambientali o se invece ne sarà sopraffatto.

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